Business digitale: “AI Google Overview uccide l’informazione”

La denuncia degli editori italiani e tedeschi: viola il Digital Service Act

“AI Google Overview è un “traffic killer” per i siti di informazione, riducendone visibilità e ricavi pubblicitari”. Lo affermano gli editori di Italia e Germania che hanno messo nel mirino questa funzione che, utilizzando la potenza dell’Intelligenza Artificiale, trasforma il motore di ricerca in un motore di risposta a ciclo concluso. I link giornalistici sulle questioni di attualità diventano superflui laddove la risposta che apre la pagina di Google appare già esaustiva, fornendo un’unica visione, che certamente non corrobora il pluralismo e la diversificazione dell’informazione intesi come supporto della democrazia.

La Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) ha presentato un reclamo formale all’Agcom, nel suo ruolo di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali. In Germania un’alleanza di associazioni mediatiche, ONG e organizzazioni dell’industria digitale ha presentato una denuncia formale contro Google alla Bundesnetzagentur, l’Autorità federale tedesca per le reti. L’intento è quello di giungere ad un’azione coordinata con la European Newspaper Publishers’ Association (ENPA), volta a spingere la Commissione Europea ad aprire un’indagine ai sensi del Digital Service Act.

La denuncia tedesca risale a fine settembre, quella della Fieg a metà ottobre. Non si ha notizia, al momento, di un’azione specifica della Commissione Europea. Non sfuggirà a nessuno il livello di tensione geopolitica tra Unione Europea e l’amministrazione Trump. Né il ruolo di difensore strenuo delle Big Tech soprattutto negli sviluppi legati all’Intelligenza Artificiale e alla deregulation totale nel settore, che il Presidente degli Stati Uniti si è attribuito fin dal momento della sua nomina. C’è da dubitare che a Bruxelles decidano di alzare il tiro contro Google.

Ma cosa dicono gli editori dei giornali italiani e tedeschi? “Con l’introduzione di AI Overviews in Italia, e ancor più di recente della sua funzione AI Mode, Google – scrive la Fieg in una nota tecnica – viola alcune disposizioni fondamentali del DSA, con effetti pregiudizievoli sugli utenti, i consumatori e le imprese italiane. Google sta diventano un traffic killer anteponendo le sue risposte AI alle query degli utenti integrandole direttamente nell’elenco dei risultati, senza dover cliccare sulle fonti originali, ossia i siti degli editori. Stiamo parlando di un prodotto – afferma ancora la Fieg – che non solo si pone in diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali ma che determina anche una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento. Ciò ha gravi conseguenze per la sostenibilità economica e la diversità dei media – conclude la Fieg – con tutti i rischi correlati alla mancanza di trasparenza e al proliferare dei fenomeni di disinformazione nel dibattito democratico”.

Tesi simili sono state esposte anche nella denuncia del cartello tedesco: “Google viola disposizioni chiave del Digital Service Act inserendo risposte generate dall’AI nei risultati di ricerca che escludono la necessità del clic verso fonti esterne, con potenziali gravi conseguenze per la diversità mediatica, la libertà di espressione e il discorso democratico”.

Al di là della non preventivabile volontà della Von der Lyen di aprire un fronte così esplicito contro lo sviluppo dell’AI del colosso americano, le tesi degli editori hanno un fondamento? Certamente Google AI Overview utilizza l’intelligenza artificiale generativa per fornire risposte istantanee e riassunte nella parte superiore dei risultati di ricerca per determinate query. Sintetizza le informazioni provenienti da diverse fonti web per rispondere a domande complesse, mostrando anche le fonti utilizzate nel riepilogo.

Non solo Google. Anche gli altri colossi come OpenAI, Microsoft e Meta, stanno impegnandosi a fondo per rendere sempre più performanti le risposte ai quesiti degli utenti. Il rischio è effettivamente quello di bypassare i siti giornalistici, limitando la navigazione alle informazioni generate dall’AI. Il rischio della piattezza, dell’uniformità dei contenuti c’è.

Ma un distinguo va fatto. Soprattutto se proviamo a porre a Google domande di forte cogenza informativa, sulle crisi mondiali in atto, la risposta generata dall’AI non è appare in modo diretto, ma presuppone una scelta autonoma dell’utente. Per esempio: alla domanda “chi è il nuovo sindaco di New York?”, Google fornisce in modo “tradizionale” i link ai siti di informazione, dalla funzione “Tutti” a “News”, aggiungendo la modalità “AI Mode”. Ed è cliccando su questa opzione che viene fornita la risposta AI generated. Ma subito sotto, appare una sorta di esortazione all’attenzione: “Le risposte dell’Intelligenza Artificiale possono contenere errori. Scopri di più”. E vengono elencati poi i link a siti attinenti al tema.

Per capire se l’Unione Europea abbia o meno uno scudo contro funzioni come AI Overview, va brevemente ricordato cosa sia il Digital Service Act: è un regolamento UE che impone obblighi a piattaforme online, motori di ricerca e intermediari digitali relativamente a contenuti illegali, trasparenza, raccomandazione algoritmica, moderazione e tutela dei diritti fondamentali. Le piattaforme molto grandi come Google (definite VLOPs — Very Large Online Platforms — e VLOSEs — Very Large Online Search Engines) sono soggette a obblighi ancora più stringenti. Tra gli aspetti trattati: trasparenza sugli algoritmi che raccomandano contenuti, maggiori obblighi di “risk-management”, obblighi di reporting e trasparenza, responsabilità nel rimuovere contenuti illegali, misure per disinformazione.

Dunque, il DSA non è pensato specificamente come legge per “proteggere i media” in senso diretto, cioè per imporre che media tradizionali vengano favoriti o che motori di ricerca smettano di dare visibilità o meno a funzioni “overview”. Non è una norma che automaticamente dà ai media il potere di chiedere la rimozione o la restrizione di funzioni di Google solo perché riducono traffico o visibilità — tali questioni tendono a ricadere più nell’ambito della concorrenza, del mercato dei media e dell’autonomia editoriale. Il DSA impone regole generali, non norme specifiche che impediscano al motore di ricerca di offrire riepiloghi automatici di articoli giornalistici. Soprattutto se questa opzione avviene attraverso la scelta dell’utente di cliccare su “AI Mode” e non su “Tutti”.

In teoria è giuridicamente possibile che il DSA (o la combinazione DSA + altri strumenti UE) limiti o imponga cambiamenti a funzioni di Google come “Overview”, se queste funzioni vengono considerate problematiche da un punto di vista dei diritti degli utenti, trasparenza, pluralismo mediatico o visibilità dei contenuti. Ma non è automatico né garantito: dipenderà da come la funzione opera, quanto impatta i media, e se viene avviata un’azione da autorità competenti (regolatori media/concorrenti/Comunità Europea) che la considerino una violazione degli obblighi della piattaforma. Se venisse confermato dalla visione della Commissione Europea che Overview determini una “disintermediazione” in cui l’utente ottiene l’informazione senza passare dal sito del media — si possono porre questioni di trasparenza, equità, visibilità, pluralismo. Il Digital Service Act, infatti, richiede che i motori di ricerca e grandi piattaforme siano trasparenti sulla modalità con cui raccomandano contenuti, su algoritmi, e che gestiscano i rischi sistemici. E il pluralismo dei media può essere inteso come un rischio sistemico. Ciò potrebbe essere un veicolo per una richiesta di indagine o regolamentazione della funzione “overview”. Oppure, se venissero considerati a rischio altri principi UE, per esempio riducendo drasticamente la capacità dei media di operare, o si intendesse il motore di risposta come un abuso di posizione dominante (più nell’ambito del Digital Markets Act): allora potrebbero intervenire autorità di concorrenza o regolatori dei media.

Forse gli editori europei potrebbero in modo più calzante richiamare l’European Media Freedom Act (EMFA), che mira a proteggere pluralismo e indipendenza dei media, e che è pensato per interagire con il Digital Service Act. Varato nel 2024, l’EMFA punta a creare un quadro comune europeo per assicurare che i media possano funzionare in modo libero, indipendente e trasparente.

Secondo alcune fonti Google starebbe comunque effettuando verifiche di conformità riguardo alla funzione “AI overview” (o comunque funzioni basate su AI/LLM all’interno dei propri prodotti) nell’ambito della normativa europea, ma non esistono conferme ufficiali in merito.

Ora però, rispetto alla battaglia in atto da parte degli editori contro l’esondazione dell’Intelligenza Artificiale anche nel campo tipico dei media, va fatto un passo indietro. Sotto accusa è la funzione dell’IA di determinare informazioni e di essere quindi un ulteriore elemento di accelerazione del tracollo in atto dell’industria editoriale. Ma nel complesso, gli editori di tutto il mondo, già all’alba dell’IA generativa, hanno iniziato a sottoscrivere accordi con i colossi digitali, cedendo contenuti e addirittura l’archivio in cambio di sostanziosi corrispettivi economici.

Eppure, le critiche a questa linea non mancavano. Perplessità sui patti tra editori e OpenAI sono state espresse in modo molto energico, per esempio, da Jessica Lessin, fondatrice del sito specializzato The Information, in un editoriale pubblicato nel maggio 2024 da The Atlantic, dal titolo esplicativo: “Le aziende mediatiche stanno commettendo un grande errore con l’IA”. E il sottotitolo chiariva ulteriormente il concetto: “Le organizzazioni giornalistiche che si affrettano a scagionare le aziende di IA dall’accusa di furto stanno agendo contro i propri interessi”. Invitando gli editori a non avere fretta, a cercare di capire i fenomeni in atto senza cedere i loro archivi per pochi spiccioli, Lessin scrive: “Queste piattaforme di intelligenza artificiale hanno bisogno di notizie e fatti tempestivi per convincere i consumatori a fidarsi di loro. E ora, di fronte alla minaccia di azioni legali, stanno cercando di concludere accordi commerciali che le assolvano dal furto. Questi accordi equivalgono a un patteggiamento senza controversie legali. Gli editori disposti a cedere in questo modo non solo non difendono la propria proprietà intellettuale, ma barattano anche la propria credibilità, guadagnata con fatica, per ottenere un po’ di denaro dalle aziende che contemporaneamente costruiscono prodotti chiaramente destinati a sostituirli. Il fatto che le aziende del settore dei media si precipitino a fare questi accordi dopo essere rimaste scottate dai loro accordi tecnologici del passato è straordinariamente penoso. Perché qualcuno dovrebbe voler leggere un mucchio di articoli di notizie quando un’intelligenza artificiale potrebbe dare la risposta, magari con una minuscola nota a piè di pagina che accredita l’editore e sulla quale nessun utente cliccherà mai?”

E’ la domanda epocale, che travalica ogni regola anche opportuna, alla quale si aggiunge l’altro quesito stavolta di carattere geopolitico: “Vuole oggi l’Unione Europea contrapporsi ai colossi dell’IA protetti da Donald Trump?”

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