L’export italiano supera i 600 miliardi, con un attivo nella bilancia commerciale di 100 miliardi. Gli USA sono il nostro secondo mercato di sbocco, 65 miliardi per un attivo commerciale di oltre 40, quasi la metà di quello complessivo.
Non c’è dubbio quindi che i dazi di Trump rappresentino per noi un bel problema: tanti i settori a rischio con l’esposizione verso gli Stati Uniti, bevande, farmaceutica, autoveicoli e mezzi di trasporto, moda. Solo secondo Unimpresa, i dazi introdotti dall’amministrazione Trump potrebbero causare danni fino a 2 miliardi di euro annui all’export agroalimentare italiano ed è quindi cruciale proteggere simboli del Made in Italy come vino, olio e formaggi.
È imprescindibile invocare una risposta la più compatta possibile da parte dell’Unione Europea per attenuare gli effetti di questo stato di cose.
L’UE esporta circa 500 miliardi verso gli USA, ma considerando anche i servizi delle Big Tech, gli USA esportano quasi la stessa cifra verso la UE. Essa può cioè pensare a risposte e contro misure adeguate alla offensiva economica e commerciale che colpirà il proprio export. Una tassazione sui servizi americani, penso alle multinazionali Big Tech, finalizzato alla creazione di un fondo perequativo da redistribuire sotto varie forme, ad esempio come sovvenzione all’export di quei settori maggiormente colpiti dai dazi americani può essere una misura, oltre aliquote sulle merci.
Nel fare questo l’Unione Europea ha però l’occasione di abbozzare finalmente una idea di maggiore integrazione politica, puntando a quel ruolo geopolitico incisivo che faccia blocco, nel senso di una risposta che affermi non solo un valore macroeconomico ma anche geopolitico.
Promuovere riforme da tempo caldeggiate, maggiore integrazione, anche fiscale, un sistema decisionale più snello e un piano europeo di rilancio degli investimenti e di politiche strutturali focalizzate su industria e produttività sarà decisivo oltre una risposta adeguata ai dazi. Queste misure possono valere da sole molta più crescita. I problemi rimangono gli stessi ma semmai più attuali: più Stati Uniti d’Europa, meno divisioni e nazionalismi.
Alcuni investitori avevano sperato che Trump stesse bluffando sui dazi, ma giovedì e venerdì i mercati azionari di tutto il mondo hanno dimostrato con vendite frenetiche che non è così. Le tariffe annunciate dall’amministrazione Trump creano nuove regole per commercianti e paesi, colpendo duramente quelli asiatici fino a quelli europei.
La Cambogia affronta tariffe del 49%, il Vietnam del 46%, la Thailandia del 37%, la Cina del 34%, Taiwan e Indonesia del 32%, il Giappone del 24%, l’Unione Europea del 20%, e il Regno Unito del 10%.
Visito per lavoro mercati esteri come il Far East, l’India, la Cina e il Vietnam da molti anni. Osservo che oggi, il commercio internazionale è più esteso e ha un impatto più significativo sulle singole economie rispetto al secolo scorso, quando le politiche mercantilistiche protezionistiche influenzavano economie più chiuse e filiere domestiche più autonome.
L‘economia globale contemporanea è basata su catene di approvvigionamento incredibilmente interconnesse e sulla cooperazione internazionale. Questo rende molto più complesso lo scenario di una siffatta guerra commerciale e ciò vale a maggior ragione per una grande e liberale economia come americana.
Se l’amministrazione Usa ignori realmente tutto questo non possiamo saperlo, ma da più fonti autorevoli americane arrivano in queste ore moniti sui rischi della guerra dei dazi per la stessa economia Usa, rappresentati non solo da risposte e ritorsioni degli altri paesi, ma anche dal rallentamento della domanda interna.
Molti analisti americani, tra cui quelli di JPMorgan, Citigroup e Barclays, hanno avvertito della possibilità di una recessione negli Stati Uniti entro aprile e hanno rivisto al ribasso le previsioni economiche.
Lo stesso Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, Banca centrale americana, ha implicitamente risposto ai dazi gelando i mercati e lo stesso Trump, prospettando un’inflazione americana più alta e una crescita più lenta, annunciando perciò di non voler tagliare i tassi di interesse: “Il nostro obbligo è di mantenere ben ancorate le aspettative di inflazione a lungo termine e di assicurarci che un aumento una tantum del livello dei prezzi non diventi un problema di inflazione continua”, ha detto Powell. “Siamo ben posizionati per attendere maggiore chiarezza prima di considerare qualsiasi aggiustamento alla nostra posizione politica. È troppo presto per dire quale sarà il percorso appropriato per la politica monetaria”. Così facendo Powell ha annichilito le aspettative di tanti operatori economici che speravano in una riduzione del costo del denaro quale innesco di crescita.
Nonostante un forte rapporto sull’occupazione per marzo, l’indice della volatilità americana è del resto aumentato e a seguito degli annunci di dazi i mercati delle materie prime hanno subito una brusca flessione, i buoni del Tesoro americano hanno adesso il rendimento a 10 anni più basso dall’elezione di Trump, circa il 3,85%, tutti segnali di scarsa fiducia dei mercati.
Non è un caso se lo scorso venerdì, l’indice S&P 500 è sceso del 6%, e le azioni tecnologiche hanno causato una diminuzione del Nasdaq Composite di oltre il 20%, 1800 miliardi di dollari bruciati in poche ore, e se anche gli indici europei e asiatici hanno contemporaneamente registrato perdite, con Milano che ha visto un calo addirittura dell’8%.
Il piano di Trump sta insomma minando la fiducia di molti investitori in tutto il mondo, perché le principali economie affinano risposte alle politiche mercantilistiche di Trump. I conflitti commerciali possono essere pericolosi, non solo per le economie, ma anche per la cooperazione internazionale.
In questo senso forse il problema dei dazi non può essere affrontato solo con la calcolatrice e i singoli impatti sulla bilancia commerciale, numeri che troviamo diffusamente sui tanti giornali. Benché questi numeri siano determinanti per l’occupazione e l’economia reale dei cittadini del mondo globale, non sono l’unico aspetto.
Il multilateralismo, i trattati internazionali, l’organizzazione mondiale dei commerci sono scossi da questa nuova era, mentre conflitti armati veri e propri atterriscono già aspettative ed economia globali.
Forse Trump unisce i risentimenti verso il commercio globale, in special modo quello cinese, con un approccio da negoziatore immobiliare vecchio stile, credendo che ci possa essere un solo vincitore in una sorta di braccio di ferro, di trattativa, ma tutto questo trascura il funzionamento dell’economia globale e la pianificazione della politica economica.
Trump sostiene che il blocco dei 27 paesi europei stia danneggiando l’America con un prelievo del 39% sui prodotti statunitensi, mentre gli USA applicheranno “solo” il 20%, tuttavia, i dati dimostrano che l’aliquota tariffaria reale dell’Ue è in media solo l’1 per cento sui prodotti statunitensi.
Molti esperti denunciano cioè che i dati di Trump sono soggettivi o infondati; sulla carta promette di difendere interessi domestici e identitari attraverso la sua offensiva commerciale incassando il sostegno della siderurgia e del mondo dell’auto americani, ma al tempo stesso facendo alzare numerose e autorevoli voci statunitensi contrarie. In molti gli stanno dicendo che l’economia a stelle e strisce non potrà reggere a lungo questo suo approccio e assistiamo anche a proteste spontanee dei cittadini americani per strada.
Le preoccupazioni sul business americano sono state chiaramente espresse anche da moltissimi CEO di aziende enormi, ad esempio Boeing, che hanno enfatizzato l’irrinunciabilità del libero scambio per le aziende americane anche attraverso audizioni al Senato.
La Camera del Commercio americana ha dichiarato senza mezzi termini che l’aumento delle tariffe danneggerà l’economia facendo schizzare in alto i prezzi a danno dei consumatori statunitensi.
Nel frattempo, di qua dall’Atlantico il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, tiene una linea coerente, nonostante le divergenze all’interno del governo italiano con da un lato, la Presidente del Consiglio che auspica un dialogo più stretto con l’alleato americano per superare i limiti dell’Unione Europea e, dall’altro, il ministro degli esteri che rimanda la questione in sede europea.
Mattarella ha definito in modo netto i dazi un “errore profondo” e ha chiesto una risposta compatta e determinata da parte dell’Europa dimostrando ancora una volta con la sua autorità morale e istituzionale, di saper tenere la barra dritta. In quanto custode della Costituzione, difende il rispetto dei trattati internazionali in essa richiamati.
Anche altri blocchi economici stanno emergendo, tra cui Cina, Giappone e Corea del Sud, che collaborano tra loro per affrontare le tariffe imposte da Washington in modo unitario.
La Cina ha già annunciato dazi del 34% sulle merci americane e una riduzione degli investimenti delle aziende cinesi in America.
Anche i ventisette paesi membri dell’Unione Europea stanno valutando strumenti di risposta unitaria, considerando opzioni che potrebbero colpire non solo le merci ma anche i servizi, settore in cui l’attivo commerciale americano è più alto e quindi più vulnerabile, soprattutto per le Big Tech. Vedremo.
Sullo sfondo restano incertezza e molte domande: che tipo di economia globale Trump intende perseguire? C’è un piano genuino oltre la retorica? Si tirerà indietro, o quale potrà essere l’entità della rottura?
Ma soprattutto l’America può davvero permettersi di smantellare il processo pluriennale di integrazione dell’economia globale?
La Casa Bianca a mio avviso potrebbe avere difficoltà a ignorare la contrarietà degli investitori alle sue politiche e gli avvertimenti di recessione sulla stessa economia americana che si potrebbero ingenerare.
Insomma, Trump potrebbe “non avere le carte” per proseguire con queste misure, dovendo, è anche un auspicio, abbandonare o mitigare questa sconsiderata guerra di dazi che alla lunga non converrà a nessuno.
Foto: Di Dr.Conati di Wikipedia in italiano – Autore foto Roberto De Martino