Il manifesto della Repubblica tecnologica, regole per un potere mondiale

Lo ha lanciato Palantir azienda principale fornitrice di IA per il Pentagono

Le democrazie liberali hanno fallito: è l’ora della “Repubblica tecnologica”. Se fossero gli alfieri del determinismo tecnologico a spargere sui social questo “verbo”, si potrebbe fare un’alzata di spalle e scrollare più in giù. Ma se a sostenere quanto sopra è una delle più potenti aziende digitali del mondo, e lo mette nero su bianco in un “Manifesto” strategico, allora quantomeno un po’ di attenzione va prestata. Specialmente se l’azienda del caso è la Palantir Technologies, capace di poco meno di 700 miliardi di dollari di investimenti per competere soprattutto sul fronte dell’intelligenza artificiale a livello globale.

Palantir è il fornitore principale del Pentagono, avendo integrato il suo sistema di Intelligenza Artificiale Maven nelle Forze armate USA per l’analisi dati e la strategia di guerra. L’IA di Palantir analizza dati da satelliti, droni e radar, diventando un programma ufficiale del Dipartimento della Difesa. Si può capire quanto Palantir stia a cuore a Donald Trump in questi tempi da lui destinati alla guerra quotidiana.

Ma cosa dice il Manifesto, che sembra paventare l’avvento di un supremo ordine tecnologico puntando a definire le regole di un nuovo mondo? In estrema sintesi ecco il senso dei 22 punti su cui è articolato:

Tecnologia e responsabilità

  1. La Silicon Valley ha un debito morale verso gli Stati Uniti.
  2. L’industria tecnologica deve contribuire alla sicurezza nazionale, non solo al profitto.
  3. L’ossessione per app e intrattenimento ha distolto energie da sfide più importanti.
  4. La democrazia ha bisogno di potere tecnologico (“hard power”) per sopravvivere.

Guerra, difesa e AI

  1. Le armi basate su intelligenza artificiale saranno inevitabilmente sviluppate.
  2. La questione non è “se”, ma chi le costruirà e per quale scopo.
  3. Gli ingegneri devono collaborare con i militari, come si fa per qualsiasi tecnologia necessaria.
  4. I soldati devono avere strumenti migliori, inclusi software avanzati di AI

Stato, cittadinanza e servizio

  1. Il servizio militare nazionale dovrebbe essere un dovere universale.
  2. Non si dovrebbe combattere una guerra senza una partecipazione condivisa della società.
  3. Lo Stato deve essere sostenuto attivamente dall’élite tecnologica.
  4. Le democrazie devono allineare valori e forza militare.

 Critica culturale

  1. L’Occidente ha perso fiducia in sé stesso.
  2. Il relativismo culturale è visto come un problema.
  3. Alcune culture hanno prodotto progresso, altre no (tesi molto controversa).
  4. L’ossessione per l’inclusività può nascondere differenze reali tra sistemi culturali.

Società e valori

  1. La società ha perso senso del dovere civico.
  2. Occorre recuperare responsabilità individuale e collettiva.
  3. Le élite tecnologiche devono assumere un ruolo pubblico più attivo.
  4. I mestieri tecnici e manuali devono essere rivalutati.

 Visione del futuro

  1. Il futuro sarà determinato da chi controlla la tecnologia avanzata.
  2. L’Occidente deve usare la tecnologia per preservare il proprio vantaggio geopolitico.

Non siamo in presenza di un programma politico dettagliato, per ora, ma di una dichiarazione ideologica dell’azienda, un vero e proprio piano di espansione tecnologico-militare, che ridefinisce il rapporto tra tecnologia e Stato, sostenendo esplicitamente lo sviluppo di armi IA

A ispirare il Manifesto di Palantir è un libro scritto dal suo amministratore delegato, Alex Karp, insieme al giornalista Nichola Zamiska, uscito nel febbraio 2025. Si intitola: The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West”. Più che un saggio tradizionale, il volume si presenta già come una specie di matrioska destinato a contenere il Manifesto, diffuso un anno dopo.

Il punto di partenza di Karp è netto: la tecnologia occidentale, e in particolare quella americana, ha smarrito il proprio scopo originario. Se nel Novecento l’innovazione era strettamente legata a grandi progetti pubblici — dalla ricerca militare allo sviluppo industriale — oggi gran parte del talento tecnologico è impiegato nei social, nella pubblicità on line, in servizi di consumo, in app senza un connotato strategico. Così, mentre nei Paesi governati da democrazie liberali, la tecnologia è servita agli usi legati agli smartphone, le potenze rivali come Cina e Russia investono massicciamente in tecnologie decisive, in particolare nell’intelligenza artificiale, destinata a diventare il principale strumento di deterrenza del XXI secolo.

Alla luce di queste considerazioni Karp propone la “Repubblica tecnologica”: un sistema in cui Stato e settore privato collaborano strettamente per sviluppare innovazioni orientate al bene collettivo e alla sicurezza nazionale. Nel loro schema, la tecnologia non è neutrale: implica sempre scelte etiche e politiche. Per questo, gli ingegneri e le élite tecnologiche dovrebbero assumere un ruolo più attivo nella vita pubblica, contribuendo direttamente alle decisioni strategiche.

Nel libro si sostiene che lo sviluppo di tecnologie militari avanzate legate all’intelligenza artificiale non sia una scelta opzionale, ma una necessità inevitabile in un contesto di competizione globale. In questa prospettiva, la collaborazione tra Silicon Valley e apparati statali non rappresenta una deriva, ma una condizione indispensabile per la sopravvivenza delle democrazie. La tecnologia diventa così uno strumento di “hard power”, capace di sostenere valori e istituzioni che altrimenti rischierebbero di essere sopraffatti.

Sembra evidente, almeno per la maggior parte degli osservatori, il rischio di una visione eccessivamente militarizzata dell’innovazione e di una commistione problematica tra potere economico e politico. In particolare, l’idea di un’alleanza stretta tra Big Tech e apparati di sicurezza solleva interrogativi sulle implicazioni per la democrazia, i diritti civili e l’equilibrio dei poteri. In merito all’impiego dell’IA per le armi, infatti, il Manifesto di Palantir è categorico: “La domanda non è se le armi basate sull’IA verranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Loro andranno avanti”. Da qui la necessità di competere con lo stesso apparato bellico basato sull’IA. E a completare la militarizzazione della società, ecco “il servizio di leva nazionale, che dovrebbe essere – si legge nel Manifesto – un dovere universale”.

C’è una visione tecno-reazionaria evidente alla base del Manifesto di Palantir, tra i cui fondatori c’è il miliardario Peter Thiel, tra i principali sostenitori di Trump, venuto nel marzo scorso in Italia a diffondere le sue teorie. Ha tenuto una serie di seminari blindati a Roma, concentrandosi sul tema “l’Anticristo” e il progresso tecnologico. Gli incontri hanno coinvolto figure conservatrici, politiche e accademiche.

L’Anticristo, secondo Thiel, sarebbe chiunque si opponga all’escalation tecnologica. Thiel ha criticato la democrazia, considerandola obsoleta, e ha discusso di “neofuturismo tecnologico”. Concetti alla base di un suo libro, “The Straussian Moment”, pubblicato in Italia nel 2025 con il titolo “Il momento di Strauss” (Liberilibri). Al centro del libro di Thiel vi è l’influenza del pensiero di Leo Strauss, filosofo del Novecento noto per aver criticato la modernità e il relativismo dominante. Strauss invitava a tornare alle domande fondamentali della filosofia politica: che cos’è la giustizia? Qual è la natura dell’uomo? È possibile una verità oggettiva in politica? Thiel riprende queste questioni per applicarle a un mondo che, a suo avviso, sembra aver smesso di porsele. Le risposte, però, vanno in un’unica direzione: trovare una connessione tra la crisi del liberalismo, il potere politico e quello tecnologico. Il Manifesto di Palantir è una sorta di “tutorial” in questo senso.

Michele Mezza, giornalista e docente esperto di tecnologie digitali, analizza la figura di Peter Thiel come il principale architetto di una visione politica e tecnologica che punta a superare la democrazia tradizionale attraverso il calcolo algoritmico. Nel suo ultimo saggio del 2026, “Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, Mezza approfondisce questi temi concentrandosi su alcuni punti chiave: il “Peter Thiel’s switch”, cioè la strategia secondo cui la tecnologia deve governare direttamente, relegando la politica a un ruolo puramente comunicativo e di contorno. Secondo l’analisi di Mezza il potere si sta spostando dagli Stati sovrani a “nodi” eterogenei come piattaforme tecnologiche e gruppi finanziari. Thiel è visto come il promotore di un sistema in cui l’informazione non serve più al dibattito, ma diventa uno strumento di controllo e interferenza cognitiva. Mezza descrive Thiel come l’ispiratore di una “tecnodestra” radicale che utilizza l’intelligenza artificiale per scardinare i pesi e contrappesi delle democrazie liberali. Esempi concreti citati da Mezza: l’uso dell’analisi predittiva nei conflitti moderni (da Kiev alla Palestina) come dimostrazione di un’amministrazione influenzata dalla visione di Thiel; il progetto di città-laboratorio finanziato da Thiel in Groenlandia, dove gli algoritmi comandano più delle regole civili, simbolo della nuova frontiera del controllo territoriale e delle risorse. Mezza conclude che per rigenerare la democrazia è necessario smettere di subire passivamente le tecnologie e iniziare a negoziare costantemente dati e algoritmi, contrastando quella che definisce l’offensiva dei “templari digitali” di Thiel.

Timothy Noah in un articolo pubblicato su “The New Republic”, intitolato “How the Tech World Turned Evil”, dopo la pubblicazione del Manifesto di Palantir ha parlato di una “metamorfosi mostruosa” della Silicon Valley, da ambiente controculturale a centro di potere economico e politico.

Per capire questo concetto, proviamo a fare un passo indietro di 30 anni, in modo da comprendere questa evoluzione/involuzione. È il 1996 e al World Economic Forum di Davos si presenta John Perry Barlow, poeta, attivista digitale e autore di testi per i Grateful Dead. Davanti ai governanti del mondo legge la sua “Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio”, che è considerato uno dei manifesti fondativi della cultura di Internet. Una vera e propria “poesia politica” che celebra la nascita della Rete come territorio libero. Questo il passaggio fondamentale:

“Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova casa della Mente. In nome del futuro, vi chiedo di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete sovranità sui luoghi in cui ci riuniamo.”

E ancora:

“Noi non abbiamo eletto alcun governo, né intendiamo averne; perciò, mi rivolgo a voi senza altra autorità che quella con cui parla sempre la libertà stessa. Dichiaro lo spazio sociale globale che stiamo costruendo naturalmente indipendente dalle tirannie che cercate di imporci. Non avete alcun diritto morale di governarci né possedete metodi di coercizione che noi abbiamo davvero motivo di temere”.

Pur con il tono quasi melodrammatico di un testo teatrale, la Dichiarazione di Barlow mette all’indice ogni intento regolatorio degli Stati, anticipando di 30 anni la politica di Trump alleato delle Big Tech, all’insegna della deregulation in materia di tecnologia digitale e intelligenza artificiale. Scriveva Barlow:

“Negli Stati Uniti avete oggi creato una legge, il Telecommunications Reform Act, che ripudia la vostra stessa Costituzione e insulta i sogni di Jefferson, Washington, Mill, Madison, de Tocqueville e Brandeis. In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e negli Stati Uniti, state cercando di respingere il virus della libertà costruendo posti di guardia alle frontiere del Cyberspazio. Questi potranno fermare il contagio per un breve tempo, ma non funzioneranno in un mondo che presto sarà coperto da media che trasmettono bit”.

In sostanza, campo libero alla tecnologia, basta con le leggi di governi superati dal cyberspazio. Oggi il testo appare visionario per aver colto la portata rivoluzionaria della Rete, ma anche ingenuo, alla luce del potere attuale delle piattaforme digitali dominanti, diventate più potenti degli Stati sovrani. Tanto da diffondere oggi, a distanza di 30 anni da quel sogno libertario, un Manifesto in cui alla democrazia si sostituisce il potere della tecnologia. Come fa Palantir. Barlow, morto nel 2018 dopo aver fondato un’organizzazione per la garanzia dei diritti civili in Rete, non gradirebbe la “Repubblica tecnologica” di Thiel, di Karp. E di Trump.

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