La piazza ‘mite’ di Michele Serra comincia a tingersi di blu dalla tarda mattinata. L’appuntamento è per le 15, ma già sventolano le bandiere dell’Europa e quelle della pace. C’è ancora il sole, sulla terrazza del Pincio si mangia al sacco, si preparano i cartelloni e già si percepiscono i distinguo: “Ursula datte pace”, “I cannoni non vorrei per unire gli europei”. Più in là qualcuno però agita un “Si vis pacem, para bellum”, ma è circondato da bandiere arcobaleno. Quelle azzurre già sventolano davanti al grande palco, con lo striscione più grande che dà il titolo alla manifestazione “Tante città, una piazza per l’Europa”. E non poteva che essere la romana piazza del Popolo a regalare la migliore delle scenografie a un evento unico. Perché “la vera notizia è che questa piazza sia stata organizzata da un citrullo, da un povero cristo” diceva Michele Serra qualche giorno fa nella conferenza stampa di presentazione della sua iniziativa, quindi “c’è qualcosa che non va”, aggiungeva. Invece è andata così, che quel “povero cristo” ha portato a Roma da tutta Italia cinquantamila persone, meglio chiamarli cittadini come suggeriscono i sindaci sul palco, arrivati in quasi 300 da tutta Italia. In 50 sfilano sul palco, per loro parlerà Roberto Gualtieri, primo cittadino di Roma: “Siamo tanti, con idee diverse , ma con un’unica bandiera, quella dell’Europa, che deve essere popolare e non populista”.
Si comincia puntuali, con le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, che dal 1985 è diventato l’inno ufficiale dell’Unione europea. Il sole se n’è andato e comincia anche a piovigginare ma non ferma le persone che riempiono già la piazza. Ed è Michele Serra, poco avvezzo ai bagni di folla, ad aprire, spiegando perché tutto questo, perché tanti insieme e tanto diversi: “Siamo tanti perché siamo popolo, tanto diversi perché una piazza europea non può essere che di persone che non la pensano allo stesso modo. Una piazza che fa domande e non ha risposte, che è un punto interrogativo di colore blu. E una piazza che unisce persone e idee diverse è uno scandalo. Questo scandalo ha un nome, si chiama democrazia”, chiude fra gli applausi.
Renata Colorni ha 85 anni, è venuta da Milano: “Non ho niente di speciale da dire, ho risposto sì su immediato impulso sentimentale, per dare voce ai miei due padri, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli”. E dice molto invece Renata, raccontando la sua storia di bambina che perse a 4 anni il primo padre biologico e fu poi ‘adottata’ dal secondo. I due grandi amici e intellettuali che insieme scrissero il ‘Manifesto’ di Ventotene nell’isola dove furono confinati con Ursula Hirschmann, madre speciale per Renata, che vuole ricordare anche lei: “Ebrea, socialista e femminista, donna di raffinata e sottile intelligenza che all’idea degli Stati Uniti d’Europa ha dedicato la vita con immenso amore”. Poi, commossa, Renata ha letto brani del Manifesto dei suoi padri: la prefazione di Colorni che indicava come meta “l’ordinamento unitario” e come monito l’invito a non “risolidificare la situazione nei vecchi stampi nazionalisti”. E poi il ‘Monologo sulla libertà’, di Spinelli che dà la linea per il futuro, anche alla piazza dubbiosa di oggi: “La federazione europea non come ideologia, ma come sobria proposta di creare potere democratico europeo, la negazione del nazionalismo”.
Eccola la piattaforma, l’ha data la figlia dei due padri. Sono Spinelli, Colorni e Hirshmann con il loro ‘Manifesto’ i protagonisti della piazza blù. E se non basta ci pensano gli altri interventi a chiarirlo, ci pensa la giornalista afghana di 24 anni, Rahel Saya, scappata su un aereo militare da Kabul quattro anni fa: “L’Italia, l’Europa mi hanno salvato la vita, ma porto con me la voce di tutte le donne afghane, il peso di ogni libro bruciato e il pianto dei bambini che – esorta – deve risuonare qui”.
Ci pensa l’attore Fabrizio Bentivoglio a chiarire, leggendo il discorso di Pericle agli Ateniesi che Tucidide scrisse nel 461 a.C: “Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato democrazia. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi. Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Qui ad Atene noi facciamo così”.
La piazza è già piena, le bandiere blu si regalano e si moltiplicano, ci sono anche quelle ucraine, un paio della Palestina e un lunghissimo striscione delle Acli, di 40 metri retto da 40 persone. Ma neanche un vessillo di partito. Tocca a Claudio Bisio, che tiene le fila, annunciare soddisfatto che “la piazza è stata chiusa per ragioni di sicurezza. Siamo tanti, venticinquemila mi dicono” e dirotta al maxischermo del Pincio chi preme per entrare. Non solo conduce, ma interviene Bisio, dice di essere “qui per i miei figli che sono nati con l’euro e senza frontiere”, poi legge interventi di David Sassoli quando era presidente del Parlamento europeo, regala qualche battuta di alleggerimento per far sorridere.
Sì, ma ha un senso tutta questa gente? Ecco Corrado Augias: “Non credete a chi vi dirà che non serve a niente. Questo slancio vitale è la garanzia che l’Europa possa riprendersi. Oggi questa piazza è di nuovo Ventotene”. Ed ecco lo scrittore Gianluca Carofiglio, che cita Martin Luther King, temendo “l’inerzia dei buoni” più che “la violenza dei cattivi”. E ricorda il monito di Gramsci sull’“indifferenza come peso morto della storia”.
Antonio Scurati invoca invece Eugenio Montale e il suo ‘ciò che non siamo’ per spiegare che gente c’è in piazza del Popolo: “NON siamo gente che invade i paesi confinanti. NON massacriamo civili con gusto sadico. NON sequestriamo bambini usandoli come riscatto. NON siamo gente che deporta in catene immigrati a favore di telecamere. NON umiliamo in mondovisione un leader che da tre anni combatte per la libertà del suo Paese”.
Altri scrittori, altri intellettuali, altri artisti e ci sono anche le associazioni che rappresentano i diritti civili, quelli dei disabili, quelli minacciati dalle omofobie e da ogni violenza di genere. Tutti in piazza, qualcuno prende la parola sul palco. Maurizio De Giovanni paragona L’Europa a un condominio e “se non partecipi alle riunioni poi non ti devi lamentare”. Per Renzo Piano, “architetto genovese errante”, l’Europa invece è come “una grande città dove c’è di tutto tranne il deserto ed è nei deserti che nascono i mostri. In questa grande città abbiamo avuto 80 anni di pace. Città e civiltà si assomigliano, siamo figli dell’umanesimo, chiediamo a gran voce la polis”. Jovanotti invece la paragona alla Nona di Beethoven l’Europa, suoni diversi in un’unica Sinfonia. Lella Costa cita Seneca, “la mia Patria è il mondo”. Ecco Andrea Riccardi della Comunità di S.Egidio: “La storia ci ha consegnato la missione di essere europei”. Scorrono poi le immagini che il regista Virzì girò a Ventotene. E la scienziata Elena Cattaneo, senatrice a vita dal 2013, parla dell’“Europa della conoscenza che produce un terzo di tutte le conoscenze scientifiche sviluppate a livello mondiale. Lavoriamo sempre insieme, tutti e 27 i paesi, noi i confini non li vediamo. E così vorrei l’Europa delle istituzioni”.
Sembra tutto troppo, troppo intellettuale, troppo radical chic? Ora ci prova il giornalista Corrado Formigli a spiegare cosa sta succedendo: “Ho 56 anni e non sono mai salito su un palco di una piazza” ma oggi ne sentiva il bisogno per rispondere a chi gli ha detto “Che ci vai a fare? Avete scambiato una manifestazione per una caserma”. E lui: “Questa è una piazza sentimentale, come dice Serra, prepolitica, dove tutti sognano gli Stati Uniti d’Europa, queste bandiere blu sventolano legate da un pensiero comune, che la democrazia non si esaurisce con il voto”. E’ il passaggio più politico, i leader dei partiti di opposizione, a parte Giuseppe Conte, ci sono quasi tutti, ma muti e sotto il palco. Qualcuno attraversa la piazza, concedono selfie e sorrisi ma non polemiche. “Non è il giorno giusto” dice Elly Schlein, reduce dall’ennesima clamorosa divisione del suo Pd a Bruxelles. Maria Elena Boschi è avvolta in un’enorme bandiera azzurra, Carlo Calenda nella bandiera dell’Ucraina e della Georgia. E poi i convinti pacifisti Fratoianni e Bonelli, loro sembrano a perfetto agio nella piazza accusata di troppe ambiguità. Ci sono anche i sindacati, i confederali di nuovo uniti per l’occasione.
I politici sembrano comparse oggi, il palco è per altri, nessun vessillo di partito: “Avere la sola bandiera blu è stato il sogno di un minuto” aveva detto Serra, ma alla fine ci è quasi riuscito, si sono aggiunte solo quelle della pace e dell’Ucraina. E c’è una macchia verde sulla sinistra della piazza, sono le bandiere del Movimento federalisti europei, lavorano dal 1943, senza mai spegnersi, per realizzare “l’unica vera Europa, quella del Manifesto di Ventotene”. Hanno 50 sedi in Italia e sono presenti in tutti e 27 i Paesi dell’Unione in cerca della “vera Europa”. La stessa che vorrebbe l’appassionato sindaco di Barcellona, arrivato a Roma per l’occasione e per ricordarci che “L’Europa non è una burocrazia lontana, l’Europa siamo noi”.
Liliana Segre chiude in grandezza: “Solo se la società europea saprà essere più giusta, solo se non lascerà indietro nessuno potrà davvero far sentire i cittadini europei non una somma di solitudini, ma un popolo partecipe di uno stesso destino”.
Pare impossibile che a pochi chilometri, nel corteo di piazza Barberini organizzato da Potere al Popolo qualcuno la bandiera europea la bruci. A piazza del Popolo quella bandiera continua a sventolare per quattro ore, in migliaia di mani.
E’ strana la piazza ‘gentile’ di Serra, non agita braccia né pugni chiusi, non grida slogan, sta in silenzio, in ascolto, ma applaude tanto. Viene dal passato, ma indica il futuro, anche se i giovani sono pochi, troppo pochi. Li sferza Roberto Vecchioni che, dopo aver regalato la storia in musica della guerriera curda, chiude con il suo intramontabile ‘Sogna ragazzo sogna’. E siamo alla fine, la piazza comincia a svuotarsi, si torna a casa “meno confusi, più confusi, di sicuro meno soli”, aveva detto all’inizio Serra e aveva ragione. Una piazza strana la piazza blu.