Populismo, l’equivoco perfetto della democrazia

Come cambia volto la sfida ai valori di libertà e dei diritti delle minoranze

Il populismo è stato un’importante corrente politica nella Russia dell’Ottocento. Un movimento culturale di matrice socialista che ebbe anche caratteristiche rivoluzionarie, frantumato in decine di interpretazioni della volontà del popolo, tutte diverse tra loro. I narodniki di Pëtr Lavrovič Lavrov sono forse stati la corrente più famosa del populismo. “Andate tra il popolo” fu uno dei loro slogan.

Oggi il populismo ha cambiato volto. La Russia, dopo l’esperienza dei Soviet, ha trasformato gli istinti rivoluzionari populisti in una tragica esperienza di natura conservatrice. In Europa e negli Usa un nuovo tipo di populismo ha formato una classe diritgente di chiaro stampo reazionario.

Il populismo ha messo radici nei due continenti da tanti anni e ha declinato nelle forme più bizzarre, e lontane dallo spirito originario, i concetti base di questa ideologia. Sono così stati generati il Sovranismo, il Patriottismo esasperato e il culto del Nazionalismo idealista come fenomeni identitari di una collettività territoriale unita dagli stessi valori e dalle stesse caratteristiche linguistiche, religiose e civili. Il Leviatano di Hobbes ha iniziato a percorrere nuove strade fino a collocarsi in una nuova dimensione della morale collettiva: la relazione tra cittadini ed entità statale ha assunto caratteristiche molto ideologiche, trattenute a stento dalle garanzie sempre più deboli dello Stato di Diritto costituzionale. Lo Stato assoluto ha lasciato il campo all’assolutezza della sua qualità giuridica, un fenomeno tipizzante che si è allargato in numerosi campi dell’organizzazione amministrativa, dal sociale al penale.

In Italia abbiamo iniziato a fare i conti con i paradossi di questa indiretta forma di governo da parecchi anni. E a subirne le conseguenze sono state in prima battuta le aeree di marginalità della nostra società. L’avventurosa via del populismo ha annullato la capacità di visione strategica sui tanti problemi della collettività, e che si affrontino i temi dell’antifascismo o quelli delle libertà costituzionali il risultato conclusivo è sempre lo stesso: una gran confusione. Il bene comune, cioè le risorse pubbliche di una collettività, ha iniziato a essere impiegato come oggetto economico da vendere al privato imprenditoriale perdendo la sua funzione originaria, il profit ha fatto capolino in numerosi ambiti delle dinamiche sociali, e il carcere ha iniziato a riempirsi dei tanti disgraziati della società dei consumi.

Il principale fattore di coesione del populismo è la relazione tra maggioranza e minoranze. Per il filosofo Rousseau, una relazione pericolosa. “È contro l’ordine naturale che la maggioranza governi e la minoranza sia governata” affermò nel suo libro più famoso, Il contratto sociale. Ironicamente Rousseau concludeva: “Un governo così perfetto non conviene agli uomini”. Nel celebre logos tripolitikos di Erodoto, nel terzo libro delle Storie, gli assetti costituzionali sono classificati e valutati in base al numero di chi detiene il governo. A Otane, il campione del governo della moltitudine (plethos), Erodoto affida il plethos archon, “il nome più bello di tutti”, quello di isonomia, l’eguaglianza di fronte alla legge. Otane adduce la sua preferenza per il potere della maggioranza con una formula oracolare: “Nel molto si trova ogni cosa”. La sentenza di Otane si presta dunque agevolmente a un’interpretazione totalitaria del principio di maggioranza. Se essa è “tutto”, la minoranza sarà letteralmente ridotta a nulla. Come, infatti, sosterrà Rousseau qualche secolo più tardi.

Il neo-populismo affonda le radici in queste riflessioni, nell’attenzione ossessiva alla democrazia senza trovare una soluzione adeguata ai criteri di garanzia delle libertà individuali e dei diritti delle minoranze. In fondo, è il tempo delle democrazie illiberali. Non a caso. Siamo agli inizi, per usare le parole di Michel Foucault, di un lungo lavoro sull’ermeneutica del soggetto individuale e collettivo, alla via di accesso al soggetto conoscente o al soggetto come tale, sovrapponendo l’ideale di un fondamento della scientificità alle funzioni della spiritualità. Sì, perché il populismo offre una forte proposta di spiritualità, come sosteneva un altro grande teorico populista, il tedesco Carl Schmitt con il suo Stato come istanza assoluta secolarizzata. 

La vita rivoluzionaria del populismo raccoglie, infine, l’elemento della militanza, attraverso una forma di scetticismo che si allontana dalla politica dei valori per affidarsi quasi esclusivamente agli stili di vita. Il tempo delle grandi crisi energetiche e del ritorno delle guerre in Europa è condizionato dall’attività della militanza in un mondo annullato dalla ricerca dell’effimero. Un mondo caratterizzato dall’ignavia e dalla scarsa affluenza alle urne. Le dimensioni delle nuove condizioni istituzionali della democrazia rimangono sul terreno in condizione visibile di non compiutezza. Viviamo dunque in un tempo sospeso, in attesa di una definizione che ci aiuti a risolvere il principale compito di una collettività: le regole condivise. Il problema, però, è che non ci accorgiamo che il tempo passa e che – sempre Rousseau – solo “Se vi fosse un popolo di dèi, esso si governerebbe democraticamente”. Ma noi siamo mortali, non déi. 

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