L’Intelligenza artificiale e il Museo: attenzione alle scelte frettolose

Lo storico Rosati: l’Italia importante grazie al suo patrimonio umanistico

L’intelligenza artificiale è ormai ovunque.  Ne sentiamo parlare sempre più spesso con curiosità mista a preoccupazione per capire se considerarla come una forza da regolamentare oppure una minaccia da cui proteggersi. Anche perché è sentita la necessità di stabilire con chiarezza ciò che distingue un’invenzione umana da quella invece prodotta dalle macchine.

In un Paese con un patrimonio culturale vastissimo come quello italiano va de sé che  il riconoscimento della creatività umana sia  un fattore prioritario che non può, né potrà essere in futuro sostituito dall’Intelligenza Artificiale.  Di questo si è parlato recentemente a Pistoia in occasione della presentazione del libro di Luciana Lazzeretti docente di Economia e Gestione  delle Imprese dell’Università di Firenze, dal titolo “L’ascesa della società algoritmica ed il ruolo strategico della cultura (Franco Angeli, 2021), circa il  ruolo svolto dalla cultura nel tempo delle trasformazioni tecnologiche, sociali ed economiche, a cura di Claudio Rosati museologo ed esperto nella valorizzazione e comunicazione dei beni culturali. Al curatore Rosati chiediamo se il ricorso all’immaginazione, alla cultura e alla creatività,insite nell’uomo, ci permetterà di affrontare le nuove sfide dell’Intelligenza Artificiale.

«Sull’I.A.si va purtroppo, complici i media, da una visione macchiettistica  tipo Gesù che parla fatta di recente, ad una visione più catastrofica, alla Orwell per intenderci, ovvero quella di una società sempre più controllata.In base alla mia formazione storica, penso tuttavia che bisogna sempre guardare nella grande prospettiva offerta dalla storia.Solo così ci rendiamo conto che’I.A. è dentro un processo che è nella storia stessa dell’uomo».

In che senso?

«Quando l’uomo ha conquistato la posizione eretta ha liberato le mani,a seguire le braccia poi le gambe ed operando con esse ha iniziato un processo dì ostensione propria del suo corpo. Ed oggi siamo arrivati conseguentemente ad un’altra ostensione che è quella del cervello umano».

Ci dobbiamo preoccupare?

«Innanzitutto non dimentichiamo  che le invenzioni degli anni precedenti hanno avuto un impatto importante nella società e non minori saranno quelle dell’I.A. anche se ora non ce ne rendiamo conto. Ma dobbiamo guardare con fiducia al nuovo che avanza anche se fondamentale sarà  la regolazione del suo impiego soprattutto in campo scientifico. Penso al settore biomedico che per le sue peculiarità pone temi etici. Ed è per questo che l’Unione Europea ha proprio in questi giorni approvato una legge che sarà efficace non prima del 2026 ma che porterà l’Europa stessa ad essere il primo continente ad aver in qualche modo disciplinato l’I.A.».

 Veniamo all’uso dell’Intelligenza Artificiale e le sue implicazioni in campo culturale.

«L’intelligenza Artificiale è già tra noi.Basti pensare all’applicazione del Gps.
Ma per quanto riguarda strettamente il mio ambito che è quello museale, bisognerebbe mantenere la differenzazione dei media, perché il Museo si è sempre contraddistinto per una miscela di linguaggi. Non è mai un linguaggio unico e la pluralità ne garantisce e favorisce l’accessibilità. Il rischio è che sull’effetto del grande clamore mediatico della pubblicità, un Museo sposi in toto l’I.A. In Italia abbiamo il Museo del ‘900 di Mestre dove tutto è digitale ma se ne avvertono  i limiti perché mancano ad esempio gli oggetti. Di fronte all’I.A, credo che nella realtà museale si debba evitare quello che io definisco l’effetto Sinner, cioè seguire la moda del momento. Il rischio è che l’uso dell’I.A. per un Museo si risolvi poi in scelte improvvide».

Cioè?

«Una tecnologia digitale ha un’obsolescenza di circa due anni e non credo che un Museo debba inseguire questo trend,piuttosto avere una posizione di medio  approccio alle tecnologie che invecchiano meno e sono più accessibili. Ma poi il Museo non è solo esposizione ma anche e soprattutto ricerca e in questo ambito l’I.A. può fare la differenza. Ad esempio nel Museo Egizio da due anni a queste parte si studiano e visionano le mummie senza toccarle come si augurava il suo fondatore. Ora attraverso la tecnica digitale si riescono a spogliare completamente le mummie per vederne l’interno senza sciuparle. Una nuova frontiera della conoscenza e del sapere che apre le sue porte alla progresso e alla scienza».

Quali allora i limiti dell’I.A.?

«Tra i problemi che riguardano l’I.A. è che essa come qualsiasi altra tecnologia riflette aspirazioni e visioni di chi detiene il potere come ad esempio la stragrande maggioranza di chi lavora nelle più importanti  compagnie tecnologicamente all’ avanguardia che però sono in mano ai bianchi e agli asiatici e c’è dunque un problema di inclusività. Ma anche il serio rischio del perpetuarsi degli stereotipi di genere. Ad esempio i robot assistenti alle persone anziane hanno nomi femminili: Sophia,Alexa, e se è vero che nella società di oggi la gestione della cura è femminile non è detto che si debba continuare così».

Quali spunti  e riflessioni da cui partire per la definizione di strumenti e misure che riconoscano la centralità dell’uomo sulla macchina, a tutela della creatività?

«Dobbiamo abituarci ad un mondo il più possibile condiviso da esseri viventi, animali, piante e da macchine. Una coesistenza in cui l’umanità ha però sempre un nucleo irrinunciabile. Ricordo che la  psichiatra Graziella Magherini descrisse in termini scientifici la sofferenza mentale che coglie i turisti in visita alle città d’arte, definendola con un’espressione entrata nel linguaggio comune “sindrome di Stendhal”. Questo ci riporta all’ irrinunciabilità dell’esperienza umana. È vero il rischio con l’I.A.c’è e non sono un esperto ma quando si parla di etica oltre che di emozioni vuol dire che si sta parlando anche di questo».

In Italia quali le azioni messe in campo per promuovere e tutelare il patrimonio culturale grazie all’impiego delle nuove tecnologie? 

«L’Italia ha un  grande patrimonio umanistico, gode di un forte sedimento storico e degli studi fatti nel corso degli anni e potrà sicuramente dire qualcosa in più sull’uso dell’I.A. Non dimentichiamo che il nostro Rinascimento nasceva dal dialogo tra scienza e cultura e i suoi frutti si vedono ancora oggi»…

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