Fenomenologia del donranzismo: 15 anni ai confini dell’ecclesialità

Partiamo da una necessaria premessa per inquadrare meglio un “fenomeno” che tale non sarebbe se i media (compreso chi vi scrive, ahimé tra i più attivi su questo fronte) non avessero fatto la loro parte. E anche di più. Don Franco Ranza, da anni parroco delle centralissime parrocchie di S.Francesco e S.Nicolò ed oggi teoricamente dimessosi per divergenze curiali, non è propriamente un don Bosco o un don Gnocchi. E’ un sacerdote, amato dai suoi e molto meno dagli altri, che ha cercato nel tempo di difendere strenuamente il suo territorio dalle inevitabili trasformazioni urbane e dai minacciati cambiamenti ecclesiali. Sempre minacciati però e finora mai attuati. Strenuamente dicevamo, forse anche troppo, andando inevitabilmente a cozzare con la volontà delle gerarchie clericali, cui il prete avrebbe peraltro promesso obbedienza, e singolarmente con alcuni rappresentanti dell’amministrazione. Cui don Ranza imputa tutta la colpa dell’abbruttimento sociale del centro storico. Ex sindaco Graziano Delrio in testa.

Ma non esiste una particolare pastorale donranziana tale da giustificare tale e tanto parlare (a volte a sproposito) del parroco in questione che ospitava in parrocchia sedute della Lega Nord che fu e di veri o presunti comitati per la salvezza (più che salute) pubblica. Né un suo comportamento (o discernimento) spirituale specifico che possa toccare o rinnovare le corde della teologia. Non è nemmeno un don Altana o un Padre Bergamaschi, sempre per intenderci. Don Ranza, in nome e per conto di un ristretto gruppo di famiglie della Reggio che più bene non si può (e che hanno in fin dei conti tutto il diritto di pensarla come vogliono), ha “semplicemente” iniziato a organizzare processioni notturne ai giardini pubblici (prospicienti la sua canonica) per “abbattere la criminalità extracomunitaria” e brevi circumnavigazioni del Valli (sempre lì accanto) al seguito di esponenti perlopiù del centrodestra locale. Ghiottoneria troppo allettante perché la stampa non sedesse al desco ma (almeno dal punto di vista di chi vi parla) interessante poco o punto la diffusa opinione pubblica. Se non naturalmente quella di zona. Il “sistema” ha fatto il resto.

don Ranza bisIn mezzo c’è stato l’affaire presepe, vicenda in cui don Ranza (in questo caso sì) aveva tutte le ragioni almeno formali del mondo: gli avevano promesso che l’allestimento natalizio sarebbe stato temporaneo ma le scartoffie vescovili si sono accumulate facendo sedimentare i problemi mentre il Beltrami ha cominciato a “stazionare” (nel senso di allestire le stazioni presepiali) come se lì avessero dovuto essere eterne. Fino al noto epilogo del “sacerdote che scaccia il Bambinello dal Tempio invece dei mercanti”, altra deviante lettura buona però per il suo consumo sui sagrati domenicali.

Concludendo, come si diceva un tempo: il nostro don ha sempre cercato di forzare un po’ la mano col clero locale (fanno un po’ ridere i denunciati “sibillini giochi curiali”) mai nascondendo la volontà di essere piazzato, prima o poi, in quella Roma capitale della cristianità, meglio del cattolicesimo. Per questo ha continuato a gestire la parrocchia più come cosa sua che come temporaneo affido diocesano. E qui sta il cuore delle sue divergenze coi superiori (acclarate ma non si pensi che altri sacerdoti non ne vivano in coscienza anche di più sostanziali ma senza necessariamente sbandierarlo); l’obbedienza infatti, ancor più della povertà e della castità, è da sempre, come ben conosce chi bazzica nei seminari, la bestia nera dei voti religiosi.

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