Reggio Emilia o Reggio di Lombardia?

Reggio Emilia o Reggio di Lombardia?In un’epoca di mutanti-quali siamo divenuti ormai tutti quanti almeno a detta di Baricco- stiamo perdendo la sacrosanta libertà di sederci un attimo, farci delle domande e darci delle risposte. E’ per questo che mi appresto ad inaugurare una nuova rubrica che avrebbe (giusto mantenere per ora il condizionale) la piccola e grande pretesa di andare a trovare una risposta ad una specifica domanda. Aspetto le vostre proposte, i vostri dubbi e le vostre curiosità. Lasciatemele nei commenti, cercherò di scovare le varie e eventuali risposte.

Per il primo appuntamento ho pensato di puntare in alto con ben due quesiti che mi sono stati suggeriti da alcune buone provocazioni pescate sul web e altrove che vi illustrerò a breve. Oggi mi chiedo: la nostra fetta di regione la dobbiamo chiamare Emilia o Longobardìa? E dunque: E’ così assurdo pensare a una Reggio di Lombardia?

Andiamo con calma partendo dall’input numero 1.  Mi è capitato di vedere recentemente in anteprima il nuovo documentario di Alessandro Scillitani dal titolo “Tra la via Emilia e Pavana” in cui è contenuto, tra le altre cose, un accattivante siparietto di confronto tra il geografo romagnolo Maurizio Benvenuti e lo storico emiliano Nicola Cassone. Benvenuti sostiene infatti che “l’Emilia non sia mai esistita a differenza della Romagna”. Un pazzo: verrebbe da dire a un emiliano. Ma andiamo a vedere i fatti. “Condusse l’esercito in territorio gallico e tracciò una strada da Piacenza a Rimini, per ricongiungerla alla via Flaminia”. Così Tito Livio, parlando di Marco Emilio Lepido, console nel 187 a.C, accenna per la prima volta alla via Emilia. In “Storia dell’Emilia Romagna” di M. Montanari, M. Ridolfi e R. Zangheri, sempre sulla via Emilia storica viene detto: “ la strada che i Romani decisero di costruire tra Rimini e Piacenza si rivelerà così importante da estendere il suo nome all’intera regione: Aemilia, appunto, come attesta già nella seconda metà del I secolo d. C il poeta Marziale, mentre il termine Romania sarà in uso soltanto a partire dal VI sec d.C”. Da ciò apprendiamo che l’Emilia si chiama così semplicemente perché fa derivare il suo nome dalla strada su cui è nata in epoca romana. Ma non abbiamo risposto ancora riguardo alla sua esistenza al pari della Romagna. Sempre in “Storia dell’Emilia Romagna” si legge: “ Come spiega lo storico G. Chittolini “fra Quattro e Cinquecento l’Emilia non appare alla coscienza dei contemporanei come una regione unitaria”. Le capitali sono molteplici, perché diversi e numerosi sono gli stati sorti dalla crisi degli ordinamenti comunali; d’altro canto, in Romagna la presenza di signorie cittadine indipendenti impedisce a Ravenna di mantenere il ruolo di coordinamento che aveva detenuto in passato, aprendo così le porte allo Stato della Chiesa, il quale già dal Trecento è in grado di controllare queste terre sul piano militare, demografico e infine su quello legislativo”. Ecco qui delinearsi una risposta:  secondo Benvenuti l’Emilia non esiste in quanto fetta di regione cresciuta con molto meno coscienza unitaria rispetto alla Romagna di dominazione romanico-bizantina. Inoltre il geografo nel docufilm aggiunge: “semmai sarebbe meglio chiamarla Langobardìa e non Emilia”.

Torniamo a”Storia dell’Emilia Romagna” per una risposta: “A Occidente della regione, l’antica tradizione longobarda sopravviveva al sopraggiungere dei nuovi assetti , rafforzata in quelle zone dove direttamente o indirettamente si spinse l’espansionismo di Milano,per cui l’espressione geografica di “Lombardia di qua dal Po” non deve essere intesa come un preziosismo erudito, bensì come testimonianza di una perdurante distinzione nei confronti della Romània. Ma questa forte articolazione interna, di cui è testimonianza ulteriore il fatto che Piacenza si debba oggi considerare una città lombarda piuttosto che emiliana, non deve essere intesa in termini negativi, ma interpretata come opportunità nei confronti di un dinamismo economico-sociale molto forte, come struttura aperta a poli di attrazione decisamente più incisivi delle confinazioni politiche”. E qua si inserisce il secondo quesito: se ammettiamo infatti che storicamente la fetta di regione in cui abitiamo- chiamatela Emilia alla romana o Longobardìa- non può fare a meno dell’asse Milano-Bologna, Reggio perché non chiamarla di Lombardia? In “La storia di Reggio nell’Emilia narrata ai giovani” di Andrea Balletti sono andata a frugare qualcosa riguardo alla toponomastica della nostra città:

“Vi fu anche chi volle che Reggio si chiamasse Emilia, dandone per prova antiche antifone cantate per S. Prospero e le leggende Regium olim Aemilia o Regium Emilia veteres o veters in alcune monetuccie di rame di Ercole I. Si sarebbe anche potuto osservare che “Aimilos” in greco vuol dire Lepido- che Reggio per lungo tempo si chiamò di Lombardia o di Modena e per fino Modenese per distinguerlo da quello di Calabria…Più comunemente lo si credette derivasse dal nome di M. Emilio Lepido tutor regis, tutore del re d’Egitto Tolomeo Epifane, ma pare che la città nostra si chiamasse così prima che il console la restaurasse, e dopo si chiamasse Regium Lepidi, forse per distinguerla da qualche luogo di simile nome”. E ora per concludere mi chiedo: “Quale reggiano non si scuoterebbe davanti all’opportunità di tornare ad abitare a Reggio di Lombardia?” Eppure se ci si pensa meglio è solo colpa di quell’orrendo vizio umano di cercare l’identità nelle definizioni. E’ arrivata la Tav in città: prendiamo la palla al balzo per sentirci non solo reggiani d’Emilia, ma anche un po’ reggiani di Lombardia e semmai reggiani d’Italia. O meglio accantoniamo la cosiddetta certezza del confine.

Valentina Barbieri

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