
Si definiscono grintose, e c’è da crederci. Non è necessario infatti averle viste esibirsi su un palco, per accorgersi che di carica, queste quattro giovani ragazze sotto i riflettori come Stereotype (da pronunciarsi con la i) ne hanno da vendere. Volti sorridenti e puliti, tutte inclini alla risata e alle chiacchiere, a incontrarle di persona le Stereotype restituiscono un’immagine acqua e sapone lontana da quella di bambole plastificate che caratterizza la copertina del loro disco d’esordio, 906090: le prime cinquecento copie sono in vendita dal 9 febbraio di quest’anno sul sito dell’etichetta indipendente Mescal – che ha prodotto, tra gli altri, Afterhours, Subsonica e Modena City Ramblers – e da settembre saranno acquistabili anche nei negozi e nei digital stores.
È che loro, con l’aspetto fisico, amano giocare: per questo, sotto le mentite spoglie di giovani barbificate, hanno nascosto un disco riflessivo e provocatorio che ha il pregio – non l’unico, ben s’intende – di non prendersi troppo sul serio.
Sì, invece, che le Stereotype fanno sul serio quando parlano del loro presente e del loro futuro nella musica: strada potenzialmente irta di ostacoli ma per il momento affrontata con grande serenità e con l’altrettanto grande speranza di riuscire ad arrivare lontano. Due di loro, la chitarrista Susanna Dotti e la batterista Elisabetta Fiorani, hanno iniziato il cammino insieme nel 2007; la cantante Anna Chichi e la bassista Giulia Lanzafame sono arrivate nel corso dei due anni successivi, a dar forma definitiva alla band. Tutte molto giovani, hanno iniziato a comporre sui banchi di scuola, traendo ispirazione dalle materie che più le affascinavano: i miti greci, la letteratura classica, le arti visive. Basterà dare un’occhiata ad alcuni dei titoli che compongono la tracklist di 906090 per averne conferma; in tutto le tracce sono tredici, frutto di un attento lavoro di ricerca supportato da passione, un lavoro che oltre al quartetto ha coinvolto il produttore artistico delle Stereotype Marco Montanari.
È stato proprio il suo arrivo, insieme a quello del manager Paolo Riva, a determinare una svolta importante nel percorso delle Stereotype: se fino a quel momento, nei primi concerti tra le province di Reggio e Modena, il gruppo aveva suonato cover, ecco che adesso comincia invece a proporre pezzi originali, riuscendo velocemente a farsi notare nel vasto panorama dei gruppi emergenti dell’Emilia Romagna. Tante le soddisfazioni, con l’arrivo dei primi ingaggi importanti: nel reggiano la band si esibisce al Tunnel e al Corallo, oltre ad aprire il concerto di Natalie a FestaReggio, ma c’è spazio anche per concerti fuori provincia, dal Bar Roses nel veronese al teatro della Cittadella di Modena, dal Piccolo teatro della Martesana nel milanese al Motoraduno di Castrovillari, fino all’apertura dei concerti di Omar Pedrini, di Antonella Ruggiero, dei Finley.
La prima demo delle Stereotype esce nel 2010; nel 2011 il gruppo entra al Barchessa Recording Studio di Rubiera per registrare il primo disco ufficiale, 906090. La Mescal, fondata nel 1993 da Luciano Ligabue e Valerio Soave drizza le antenne e decide di pubblicare il disco, ma questa è storia nota. Quel che è meno noto, delle loro vite tra palco e sala prove, lo lasciamo raccontare alle ragazze.
Come la volta in cui avete fatto da spalla a Omar Pedrini alla Festa del Rugby…
Indimenticabile! Siamo riuscite a fare il soundcheck solo tre minuti prima dell’inizio del concerto. Eravamo in tuta, forse anche in pigiama, un minimo di riassetto insomma ci voleva, prima di affrontare la platea; ma finito il soundcheck ci hanno detto ok, iniziate adesso. C’è stato il fuggi fuggi di tutte e quattro verso la macchina su cui avevamo il necessario per cambiarci, senza alcuna possibilità di spostarci giù nei camerini; così ci è toccato spogliarci lì, in mezzo alla gente nel campo sportivo di Brescia. Tutto molto rock’n’roll… ma piuttosto imbarazzante.
Cosa ricordate con più emozione?
Tra tante, una particolare l’abbiamo provata durante la presentazione del nostro album da Tosi Dischi: dopo mesi e mesi di lavoro, quel giorno a cui avevamo tanto pensato sembrava non dovesse arrivare mai. E invece è arrivato: c’era tantissima gente e si respirava una sensazione forte di attesa.
Le responsabilità e gli impegni legati alla band, penso anche al recente tour promozionale, si conciliano con quelli della vita di prima?
Non proprio, perché assorbono buona parte della vita. Per esempio non ci avrebbero permesso di iscriverci a facoltà con obbligo di frequenza alle lezioni (due di loro fanno l’università a Bologna; Giulia, la più piccola, va ancora a scuola, ndr). Anche vacanze e compleanni ruotano ormai attorno alle date dei concerti: quest’estate andremo via un paio di settimane, tutte nello stesso periodo, per evitare che le assenze condizionino troppo l’attività della band. Una di noi ha suonato persino la sera prima delle sue nozze!
Siete quasi tutte giovanissime. I genitori cosa dicono, della vita rock’n’roll su e giù dai palchi?
Ci appoggiano. Inizialmente non era così, si lamentavano del fatto che fossimo sempre in giro; poi però hanno visto i frutti del nostro lavoro e ci hanno fatto l’abitudine, cosa che ha permesso anche a noi di acquisire libertà ed autonomia.
Chi crede di più in voi?
Sono in tanti a sostenerci. I nostri fan ci seguono sulla pagina Facebook e poi vengono ai concerti: molti li conosciamo per nickname. Oltre a loro, c’è tanta gente che crede nel progetto e che lavora per la gloria con noi: ci sono i ragazzi che hanno messo in piedi il sito e studiato la grafica, i fotografi, il nostro manager Paolo e il produttore artistico Marco: hanno tutti lavorato ore e ore per noi, anche di notte.
Il look che sfoggiate è farina del vostro sacco?
Ci ha aiutate molto Barbara Bergonzini. È stato grazie a lei se siamo riuscite a coordinarci da questo punto di vista; ora ci pensa lo sponsor, la Vintage Sounds di Milano.
Come lo definireste?
Glamour. Non troppo aggressivo, né troppo sobrio. Alto ma basso, stretto ma largo (scherzano). Cerchiamo di non seguire troppo la moda, anche se a volte ci è capitato di battezzare un tema prima di scegliere cosa metterci addosso.
Siete più rock o pop?
Dipende. Rock se ci senti e ci vedi sul palco; il disco invece è molto più lavorato, a metà via tra il rock e il pop, dal gusto elettronico. Sicuramente l’immagine che arriva, guardando il disco, è quella di un progetto finito, studiato, di quattro donne truccate e vestite da barbie, molto popular: ma dietro ai pezzi c’è molto impegno, non sono fatti a tavolino. Provare per credere: venite a sentirci.
Prossimo concerto?
Il 4 maggio alla Festa della birra ai Torrazzi a Modena. Poi saremo in montagna a Ligonchio e al Caffè Concerto a Modena insieme a radio Stella, ma sono date ancora da definire. www.facebook.com/lestereotype per essere aggiornati!
Veniamo all’album: 906090. Perché?
Nasce da una riflessione sugli stereotipi. Sulla copertina siamo barbificate, all’interno approfondiamo il discorso sulla chirurgia estetica che ha per oggetto la barbie, anch’essa imperfetta. Abbiamo cercato di giocare tra bellezza interiore ed esteriore: a volte chi guarda solo quella interiore scredita chi è più attento all’immagine, e viceversa.
Però la scelta di proporvi barbificate e di chiamare il disco 906090 non rischia di veicolare il messaggio che per voi l’apparenza è più importante del resto?
La provocazione è proprio questa: a noi piace essere belle fuori, ma questo non significa che non lo possiamo essere dentro. A volte ci chiedono se suoniamo per davvero, solo perché magari non andiamo in giro con gli abiti rotti ma ci piace curarci e vestirci bene: la soddisfazione arriva dopo il concerto, perché in quel momento sì, che sentiamo di essere considerate credibili.
Avete dei gruppi di riferimento?
Killers, Kings of Leon, Gossip.
Nessuno italiano?
Ci piacciono i Subsonica: nel disco c’è l’influenza della loro musica, ma riaggiornata. In italiano scriviamo, piuttosto: lo facciamo per scelta, consapevoli che se usassimo l’inglese suonerebbe tutto più bello. Nella nostra lingua non possiamo mica permetterci di scrivere “amore mio”: ci additerebbero come banali. Bisogna girare intorno ai concetti… ma c’è chi ci rimprovera lo stesso, in questo caso d’esser troppo complicate.
Irene Spediacci

