La sottile linea Letta

Nel dna dei Letta il filo della residua possibilità di un governo d’emergenza che restituisca dignità ad una classe politica al canto del cigno. Ma soprattutto qualche risultato al Paese. Ma la strada è tutta in salita

Un governo Letta-Letta; non è un’offesa né un vezzo infantil-alimentare per descrivere in realtà una situazione sul filo del rasoio. L’enfant prodige della politica italiana Enrico Letta (si contende con Goria il primato del più giovane ministro della storia repubblicana italiana) incarna da una parte l’incubo dell’inciucio extra large, temuto e gridato in questi giorni dalla folla nelle piazza romane, dall’altra però anche l’ultima chiamata alle riforme, prima della probabile rivolta dei sudditi, di cui si leggono segnali sempre più nitidi. L’ultima possibilità di redenzione prima della morte da parte di una classe politica che ha tradito anche inequivocabili segnali di masochismo nell’applaudire il “neo” Presidente della Repubblica nell’atto di criticarla alle fondamenta. Impossibile però non guardare con ironia carica di significati simbolici alla linea, anche di sangue, che lega in questo straordinario frangente Pd e PdL (davvero questa volta Pd più l, quella dei Letta): Enrico e Gianni, il secondo uno degli uomini più fedeli e fidati di Berlusconi.

Questo erigendo governo di medio-larghe intese e stretto dna è chiamato dalla piazza a lasciare qualcosa di buono prima del suo dissolvimento e del necessario a breve ritorno alle urne. A gestire l’emergenza con dignità mentre all’esterno del palazzo cominciano a prudere le mani. Enrico Letta ha messo d’accordo tutti, tranne le parti più agli estremi e i grillini fedeli alla linea del non dialogo, superando in curva perfino un volpone-trombone sopravvissuto a qualsiasi Repubblica quale Giuliano Amato, già vice di Craxi e oggi, a sepolto presule di Hammet, da alcuni dipinto come il nuovo. L’incredibile democristianità midollare di Letta (Enrico), che si evince perfino dalla montatura degli occhiali, la filologia ineccepibile delle sue posizioni, l’indole innata a non alzare mai la voce ma a farla contare nelle segreterie che contano (scusate il gioco di parole), gli hanno valso oggi un carico di enormi responsabilità. Per questo il codice Letta, quello della fermezza sussurrata e delle svicolate verbali istituzionali (“io premier? Son balle”, aveva detto appena due giorni fa) hanno una valenza anche emblematica se contrapposta all’urlo grillino e al tam-tam digitale. Lui più arrosto che fumo, loro (per ora) più fumo che arrosto.

Già, fumo e arrosti. Alla pratica di un consolidato magna-magna politico, il popolo ha cominciato a rispondere col fumus persecutionis. Leggi alla voce Dario Franceschini al ristorante o le belle Rosy Bindi e Anna Finocchiaro sorprese all’uscita di riunioni-fiume (giustizia vocale fai da te). Prima però che comincino a volare gli schiaffoni per davvero al prefisso on e sen, c’è quest’ultimo spazio di inversione di tendenza. In cui chi governa dovrà dare inequivocabili segnali di desiderio di mettersi a servizio. Sarà un attimo fuggente da afferrare al volo. Mancata la presa, l’inevitabile baratro. In ogni caso, a breve le urne e un radicale rinnovamento di uomini e metodi. Radicale. Chiamatela zona Letta

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