Permette senatore? Prego ingegnere. Come va onorevole? Grazie dottore, e la sua famiglia? Eccellenza da questa parte prego. Venga assessore, il suo posto è in seconda fila. Un intreccio di mani sguscianti, una girandola di sorrisi di circostanza, un teoria di salamelecchi scivolosi, un caleidoscopio di frasi fatte.
Da qui non si scappa; la vetrina fa l’uomo imbucato. E l’oggettivamente importante inaugurazione del Centro oncoematologico di Reggio non sfugge alla regola.
L’incontenibile desiderio di passerella è l’inevitabile scotto da pagare in casi come questo. Alla dogana del lasciapassare, una sorta di varco supremo verso il renzismo praticato per poche ore alla presenza fisica dell’ultima reincarnazione di Sua Rottamazione, c’è addirittura chi si accredita in qualità di compagno/a della segretaria/o alla vicepresidenza di vattelapesca.
Per ricordare dalle nostre parti un simile spiegamento di forze organizzative e di sicurezza bisognerebbe forse tornare con la memoria (per i meno giovani) alla visita del Papa, correva il pontificato Wojtyla, nel giugno dell’88. Tanto che le schitarrate una tantum di Ligabue al Campovolo paiono occasioni intimistiche da cenobio.
Città pullulante di polizia e carabinieri, strade chiuse, pass come se piovesse e cortei più o meno simbolici ad ogni angolo; chi protesta per il contratto di lavoro, chi per le politiche sanitarie del Governo, chi a favore della Costituzione, chi semplicemente perché Renzi non gli va proprio giù. Pochi in verità i cittadini al di sopra di ogni sospetto, ovvero semplicemente interessati all’avvenimento o, perché no, al Premier che vien dalla Toscana, laddove l’aspirazione della consonante eccome ci guadagna.
Eppure ci sono soprattutto loro al taglio del nastro inaugurale; medici, infermieri, ricercatori, volontari. La cui capacità professionale e carica umana, da sole valgono la rude scomodità in cui sono costretti ad operare giornalisti, fotografi e cameramen (a parte rarissime eccezioni), stipati per preventiva punizione in una sorta di riserva indiana a lato del palco d’onore a sfavore di obiettivo e circondati dagli uomini d’ordine che guardano penne e taccuini manco fossero i coltellacci dell’Isis.
Il CoRe è soprattutto quel lungo applauso, apparso il più sincero (l’unico accomunante le sorti della stirpe umana), tributato a due giovani ex pazienti. L’una con una grave invalidità alla schiena oggi in grado di partecipare a gare podistiche, l’altra, colpita da tumore ovarico, che appena ieri ha terminato il ciclo di chemioterapia.