Era inevitabile che nel clima avvelenato di questi mesi, dove l’opinione pubblica fatica a distinguere un reato dall’opportunità politica o dalla scelta morale (categorie queste due ultime che afferiscono il quadro dei valori di riferimento personali), gli accusatori di ieri diventino le vittime di oggi in un gioco al massacro mediatico-inquisitoriale in cui l’asticella della legittimità è spostata ogni volta una tacca più su. E in un Cortocircuito (in tutti i sensi) in cui i mostri generati rischiano di divorare i loro creatori.
Da questo punto di vista la linea editoriale della nostra testata 7per24 (cui piace scherzare ma che sulla pelle e la faccia delle persone ha non uno ma due occhi di riguardo) è sempre stata la stessa, almeno nell’improvviso polverone antimafioso che quotidianamente sollecita ed a volte offusca le cronache cittadine: il garantismo verso chi non è affiliato direttamente alle cosche. Così è stato (unici) verso Giuseppe Pagliani il giorno dopo l’arresto, così in queste settimane (unici) sull’assurdo caso di Brescello e di Marcello Coffrini, così oggi (per ovvie ragioni in buona compagnia) sulla vicenda della casa di Luca Vecchi.
Che possa servire di lezione al Pd nella affannosa rincorsa a tessere una nuova propaganda di presunta superiorità etica (c’è sempre qualcuno più “puro” che prima o poi ti “epura”) ed in genere a tutti quei partiti che vorrebbero tornare magari a far politica a scapito dell’imperante gossip, lettere anonime, rumorosi pissi pissi bao bao e delazioni malavitose varie, che stanno portando il confronto sui contenuti a livelli di rara beceraggine. La magistratura faccia il suo corso, codice penale alla mano mentre noi si vorrebbe vedere in sala Tricolore meno professionisti dell’antimafia e magari qualche dibattito in più su Costituzione e riforma del lavoro.