L’attesa messianica del Jobs Act

Sono anni che vi trascinate di parente in parente cercando di strappare la paghetta? Vivete da più tempo di quanto riusciate a ricordare sulle spalle della pensione della nonna? Ogni volta che papà vi dice, fannullone, non puoi stare accampato qui per sempre! Pensate come unica risorsa plausibile di darvi alle spaccate in gioielleria? Niente paura: tutto il vostro dolore tra breve sarà solo un ricordo dolceamaro, e vi guarderete indietro pensando a quel povero cristo che eravate con un misto di stupore e nostalgia. Da oggi, finalmente lavoro per tutti: è entrato in vigore il Jobs Act! Il quale, con la stessa efficacia della pastiglia con la quale spartisce parte del nome, Moment Act! Vi farà passare la disoccupazione in un momento. Come possa riuscire in tanto miracolo non è dato saperlo, però è già tanto bello crederlo che un po’ ci sentiamo sin d’ora rassicurati, e avvertiamo quella calda, consolante sensazione di porco all’ombra e fieno in cascina. Il fatto che si venga da circa trent’anni di grandiose profezie in materia che, ahinoi, non hanno poi sortito alcun miracolo, un po’ come accade per l’Avvento dei Testimoni di Geova (è l’ora di Armageddon? Ancora no? Pazienza, ripasso fra un paio di lustri, via) non sembra interessare, né tantomeno preoccupare, praticamente nessuno. Fra centomila anni, audaci archeologi disseppelliranno le nostre rovine e gli antropologi di allora decreteranno che, senza dubbio, eravamo una civiltà prona al Culto del Gratta e Vinci: non importa quanto fosse chiaro che quello che facevamo non servisse a un cazzo, non importa quanto fosse ovvio che a lungo andare le perdite fossero maggiori dei guadagni, la nostra dedizione nei confronti della schedina da grattare ci faceva guardare oltre, fieramente, marciando compatti verso il domani, seguendo una traiettoria circolare. Qualcuno forse si ricorda ancora oggi del Pacchetto Treu e delle numerose splendide innovazioni che esso portò? Chissà. La parola d’ordine, allora come oggi, era Flessibilità! E ci flettemmo come giunchi nilotici al vento, o come odalische berbere nell’estasi della danza. I più si fletterono fino ad un massimo di 90°, per poi stare lì con la schiena rigida ad aspettare fiduciosi per vent’anni assunzioni a tempo indeterminato mai arrivate o vincite al Totip anch’esse latitanti; sempre dichiarando che, sì, con lavoro interinale si faceva molta meno fatica a trovare un nuovo contratto di lavoro! Anche perché quello in essere scadeva ogni due per tre e ogni volta che (bontà loro) te lo rinnovavano arrivava al centro dati Excelsior la segnalazione di una nuova assunzione, e, UAU! Quante nuove assunzioni c’erano! Il fatto di stare creando una intera generazione impossibilitata anche solo a contrarre un debito per un tostapane non pareva preoccupare nessuno; anzi, era il chiaro segno di una modernizzazione dei tempi. Posto fisso a tempo indeterminato? Pfui, roba da vecchi. Dinamismo, eclettismo, celodurismo. Oggi, invece, col Jobs sfondiamo una nuova barriera del fannullonismo dei lavoratori: quell’anticaglia della parità di diritti a parità di mansioni. Via, via, tutto vecchiume che non macina più. Da oggi se sei in azienda da un anno per pulire i cessi prendi meno, sei più licenziabile e più frustabile di uno che è in azienda da cinque. Sorvolando sul fatto che è stato anche introdotto il demansionamento semplice, ovvero, da capolinea ti puoi trovare domani a pulire i cessi per esigenze della Sacra Azienda e non puoi nemmeno dire Bau per legge (per legge, ripetiamo), a nessuno a quanto pare viene in mente che alla Sacra Azienda, a questo punto, sarà sufficiente lasciare a casa il baluba dopo un paio di anni, per evitare che accumuli troppi diritti. Magari le aziende potranno creare un grande circuito di diseredati da inviarsi a vicenda: ehi, questo qui è bravo, e non è neppure cinese. Sono due anni che è qui, lo licenzio e viene via per un tozzo di pane. Poi però me lo ridai, trattamelo bene, mi raccomando! Molto meglio di come avveniva per l’apprendistato; ma si sa, l’unione fa la forza. Basta organizzarsi.
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