Firenze – Dobbiamo ringraziare Alessandro Sciarroni per aver creato “U. (un canto)” e Virgilio Sieni per averlo ospitato nello spazio Cango, fra i titoli di punta del festival “La democrazia del corpo”. Sciarroni ci ha abitato alle sue sequenze trascendentali, piccoli sortilegi dinamici, ossessivamente ribaditi, all’interno di un meccanismo evolutivo costruito con millimetrica grazia: organismi ritmico modulari che da un minimalismo spinto fino all’eccesso colmano di spessore onirico universi fantastici, drammaturgie ipnotiche, radicalismi geometrici, vere e proprie fantasmagorie del movimento come frammenti di attese, pause e sospensione. In questo lavoro Sciarroni ci consegna l’emozione di una vocalità sublime che trattiene il fiato, mescola le armonie, si nutre di echi e rimembranze, un fraseggio libero e incantatore, cosciente e certosino, coniugato dai sette interpreti con stupefacente coerenza maestria, rigore e duttilità, nel contrappunto di piccolissime cesellature motorie; ecco un avanzare lillipuziano verso gli spettatori, un girare lo sguardo, accennare una sorpresa e un sorriso, un incrocio di sottintesi e recondite armonie, ferma restando la posizione eretta dei corpi, uno accanto come statue di marzapane, da assaporare con lentezza, immobili le braccia lungo i fianchi, qualche sommesso battito di ciglia, corpi folgorati dalla melodia, catturati e tenuti in trance da sibilline spinte di reciproca attrazione. Come definire allora “U. (un canto)”.
Una performance musicale, un concerto, la cui drammaturgia è costituita da canti corali, tratti dal repertorio italiano e composti tra la metà del secolo scorso e i giorni nostri, che parlano della relazione tra essere umano e natura, del tempo che passa scandito dalle stagioni e dal lavoro nei campi, della relazione tra l’elemento umano e quello divino, di valori come pietà, compassione, perdono, tolleranza, sopportazione? Certo questo è lo scheletro della piattaforma. La struttura e l’impalcatura dello “spettacolo”. Ma oltre l’architettura dei pentagrammi, oltre il significato delle parole che vagano nello spazio, tutto redatto a cappella, senza alcun supporto strumentale, quella che emerge è la nitida configurazione di un firmamento vocale dotato di un misterioso contrappasso, come se di là di quelle voci si spalancassero praterie di lontane consapevolezze, arcane geografie dell’animo, sotterraneo pulviscolo nebbioso e solare al tempo stesso.
Sta a noi, spettatori affatati, coglierne l’utopia della sostanza. Da nominare i protagonisti di questa cantata di pastori fermi davanti alla stella cometa di una natura che racconta, per chi le sa vedere, di passaggi a nord ovest, di alchimie panoramiche e panorami mistici: Raissa Avilés, Alessandro Bandini, Margherita D’Adamo, Nicola Fadda, Diego Finazzi, Lucia Limonta, Annapaola Trevenzuoli. La drammaturgia musicale si articola intorno alle figure dei compositori Renzo Bertoldo, Piercarlo Gatti, Bepi de Marzi, Angelo Mazza e Giorgio Susana. Mentre i canti sono stati composti tra il 1968 e il 2019. “Si tratta di un repertorio – spiega Sciarroni – che affonda le radici nel secolo scorso, e che si dirama fino ai giorni nostri. Gli interpreti eseguono dal vivo i canti scelti uno dopo l’altro, alternando le scritture originali a profondi e lunghi silenzi”.