Firenze – Vestirsi è facile / Nuove forme radicali, è la mostra in corso che, inaugurata il 3 aprile a Firenze, resterà aperta gratuitamente alla città e a qualunque visitatore, fino al 22 maggio. Il luogo dell’esposizione è il fascinoso ex Teatro dell’Oriuolo che adesso è diventato uno dei luoghi del campus diffuso in città dello Ied Firenze (l’Istituto europeo di design), diretto da Benedetta Lenzi. La mostra fa parte di Campo Aperto, un ampio progetto di esposizioni e incontri proposto dall’Istituto come dialogo a più voci tra gli studenti e con la città su arti, design, musica, moda. È la prima uscita e si richiama a Vestirsi è facile /Dressing Design, l’audace e celebre esperimento nato nel 1972–‘73 come manifesto contro la convenzionalità del vestire, promosso dal collettivo di architettura Archizoom che, insieme ad altri gruppi di architetti, come Superstudio, Ufo, i 9999, gli Zziggurat, rivoluzionò negli anni ‘60-‘70 il modo di vedere l’architettura e dintorni. Lanciando da Firenze in Italia e nel mondo il celebre movimento dell’Architettura Radicale che rifiutava ogni canone chiuso e convenzionale per reinterpretare l’architettura in chiave visionaria, anticonformista, ludica, pop, contaminata, ribelle.
Adesso, il progetto del dialogo tra la forza eversiva di quel passato e le pulsioni dei giovani contemporanei dello IED, nasce sotto la guida di Dario Bartolini, uno degli esponenti di punta di Archizoom. La proposta richiama in chiave attuale quella di allora e coinvolge studenti di moda, design e comunicazione, chiamati a riflettere e esprimersi per rivoluzionare di nuovo il concetto di abito, spogliandolo della banalità anonima del consumismo di massa e riportandolo ad autonoma dignità e semplicità, ai desideri di ognuno, alla possibilità dell’auto progettazione:fuori dalla banalità ma, come intese Archizoom, manifesto di espressione sociale e politica.
Il Vestirsi è facile dello IED diventa un workshop contemporaneo che si rifà all’idea originale trasferendola in chiave nuova, basandosi sull’ispirazione di allora, ma rivivendola in chiare attuale. Ideato da Bartolini, da lui curato insieme a un altro esponente di Archizoom, Pino Brugellis, e realizzato da un gruppo di studenti sostenuti da alcuni tutor interni e esterni, il lavoro è partito dalle testimonianze di un passato visionario senza che i giovani lo copiassero ma ne riproducessero piuttosto gli intenti anticonformisti, facendo germinare dal dialogo passato-presente nuove idee di futuro.
Con la traduzione del lavoro in mostra liberamente aperta, adesso lo IED trasferisce il dialogo passato-presente non più solo all’interno della scuola ma anche al pubblico. L’idea di fondo di Archizoom è stata rielaborata da desideri e canoni di giovani contemporanei ed è quella di superare le convenzioni del vestire, non più considerato come aggiunta frivola ma uno dei primi atti dell’essere umano. riscoprendo l’abito come espressione di sé e del mondo in cui si vive o si vorrebbe vivere. Difatti, gli studenti esplorano la relazione tra corpo e spazio, tra individuo e società, ripensando il design dell’abito come atto di resistenza alla produzione di massa, come sostanza e non soggezione al marchio. Lo stesso spirito, che i ragazzi hanno ben individuato e fatto proprio, del progetto pensato, ai tempi, da Archizoom. Allora erano i tempi della contestazione e del fervore innovatore. Chissà, si domanda Brugellis, se in qualche modo passato e presente possano fattivamente riallacciarsi in una nuova visione futura che potrebbe sedurre “i giovani che, oggi come ieri, reclamano il diritto a un mondo più equo, una forte attenzione critica alla società contemporanea ed un rinnovato spirito di radicalità. Con un approccio aperto e gioioso, sono state ripensate nuove necessità: scintille per una nuova rivoluzione gentile?”.
Commenta Bartolini: “Una collaborazione che mi ha lasciato entusiasta. Il nostro esperimento all’inizio fece scalpore ma noi progettavamo di mestiere e pensavamo di poter progettare tutto, anche l’abito che è un oggetto antropologico ed è la prima costruzione architettonica in cui ci imbattiamo, essendo quella che ci mettiamo intorno al corpo. Abbiamo riflettuto insieme agli studenti su cosa vuol dire vestirsi, che piacere dà, cosa pensare che un abito debba essere senza dare per scontato di trovarne il senso nel consumismo o nei marchi. Abbiamo discusso, di come autogenerare con poco un abito, ognuno ha confessato quali sarebbero i suoi desideri sinceri senza le pressioni del consumo. I ragazzi hanno anche affrontato la questione dei rifiuti e degli stracci inutilizzati che si moltiplicano”.
Così troviamo in mostra Non stop waste: un parallelepipedo con pareti di specchio, dalla cui cima aperta i visitatori possono vedere senza fine e senza che mai si ponga un confine alla vista, un interno che l’illusione ottica moltiplica via via e che è riempito di stracci tessili: un invito a riflette su stracci, consumi e rifiuti che si perpetuano inutilmente senza fine. Tanto che gli studenti hanno anche realizzato un kit domestico per riutilizzarli.
Vestirsi per sé e non per soddisfare il consumo e affastellare le merci . Appesi a una corda tra parete e parete, all’inizio dell’esposizione come un benvenuto e un titolo, ci sono i disegni simbolici del vestire essenziale, semplice e “povero” , un tempo prodotti dal tratto geniale e fuori dagli schemi che furono del “Vestirsi” di Archizoom. A pochi passi, l’essenzialità di un abito-saio francescano trasformabile in cui uno degli studenti IED ha tradotto il concetto. Più in là, oltre il saio, troviamo la satira dei ragazzi sul marchio che spesso sostituisce desiderabilità e qualità dell’abito. Dopodiche’ hanno anche realizzato un video e la mostra intreccia pezzi storici di Vestirsi è facile con nuove produzioni tramite un ritmo fluido e originale. “Vestirsi è Facile ci ricorda che il design non nasce per chiudere forme, ma per aprire possibilità. È prima di tutto un gesto quotidiano, collettivo, relazionale: un sapere che cresce nel fare, nell’ascolto e nella relazione con l’altro. In questo senso, educare al design significa coltivare contesti aperti in cui imparare diventa un atto di coabitazione e trasformazione.”, commenta l’iniziativa Lenzi.
Foto: Archizoom Associati, foto Dario Bartolini – archivio Dario e Lucia Bartolini abito 00579