Mentre a Gaza si muore, il potere di Netanyahu è sotto assedio

Il Jerusalem Post: la sua epoca sta per finire

In Israele lo scontro politico, e ideologico, sulla natura della democrazia ha prodotto quello che potremmo definire un vero e proprio scisma nella società. Che il dramma del 7 ottobre e la guerra non hanno attenuato ma amplificato.

Favorevoli o contrari all’idea di stato propugnata da Netanyahu. La frattura tra queste “anime” è talmente profonda che persino il presidente della repubblica Herzog è oggettivamente naufragato nel tentativo di mediazione nazionale. 

Da una parte la fazione del premier, offensiva nei toni e violenta nei modi, come mostrano le immagini della protesta dei parlamentari di maggioranza nell’aula di tribunale, dove si stava tenendo l’udienza sul licenziamento del capo dei servizi segreti. Terminata con il verdetto, in forma di suggerimento, dell’Alta Corte di rinviare l’esonero (viziato da difetti procedurali) di Ronen Bar a dopo le festività della Pasqua ebraica. Un modo rispettoso di dire a Netanyahu di evitare un’ulteriore erosione istituzionale e maggiore caos politico.

L’altra lato di Israele è altrettanto ostinato e rumoroso nel difendere il perimetro costituzionale e far cadere il governo eletto. Culminata nella lettera dei riservisti dell’aviazione, pubblicata dai giornali israeliani, che esorta il governo a dare priorità al rilascio degli ostaggi, rispetto ad un conflitto piegato a “interessi politici e personali” piuttosto che alla sicurezza nazionale: “La continuazione della guerra non fa avanzare nessuno degli obiettivi dichiarati, e porterà alla morte degli ostaggi, dei soldati dell’IDF e di civili innocenti”. Centinaia i firmatari dell’appello ai quali l’esercito ha risposto con l’espulsione. Mentre Netanyahu li ha apostrofati “un gruppo marginale” di “imperdonabili”.

I tanti piccoli segni di cedimento del “falco della destra” non sono solo nei sondaggi, dove il suo consenso risulta evaporato a scapito del “cambiamento”, incarnato da Naftali Bennett che ipoteticamente vola al 38%. Il Bibi che se la canta e se la suona, che fa e disfa a suo piacere, non riesce ad evitare di sbattere la porta in faccia. È accaduto nell’incontro con Trump e poche ore prima con il ripensamento alla nomina di Eli Sharvit a capo dei servizi segreti, quando il nome dell’ammiraglio, da lui lanciato nella mischia, è stato letteralmente bruciato dalle pressioni interne al Likud. Alzata di scudi, o conta, che ha messo “il re” in un angolo, costringendolo a fare marcia indietro e sacrificare l’ex vertice della marina militare israeliana per placare l’ira dei suoi. Doppio errore, nella valutazione iniziale e nell’assecondare il ricatto politico. 

Altro terreno minato per Netanyahu è il rischio di restare scottato nella vicenda del Qatargate, quello israeliano per non confonderci. Che vede coinvolti i suoi più stretti collaboratori. Fatti che hanno indotto il magistrato inquirente a ritenere con “ragionevole sospetto” che le accuse siano fondate. Una storia (e inchiesta) i cui dettagli tuttavia sono ancora in parte oscuri. Tra bonifici bancari e il sospetto di informazioni sensibili passate di mano in mano. Al centro dello scandalo c’è la monarchia del Golfo. Che è anche uno dei maggiori finanziatori di Hamas. Ma che per Bibi non è uno stato nemico.

Opinione opinabile. Almeno così la pensa Bennett: “Il Qatar è il principale motore di Hamas. I consiglieri del Primo Ministro hanno lavorato per loro, non per noi. E tutto questo è accaduto durante una guerra in cui i nostri figli stanno combattendo… Follia!”. Posizione meno scontata quella di Nir Barkat, figura forte del Likud, uno degli uomini più ricchi di Israele e da sempre indipendente rispetto alla linea del capo. Il ministro dell’Economia ha preso apertamente le distanze dallo schema di Netanyahu, rompendo anche in questo caso il quadrato difensivo: “Finanziano i talebani, l’ISIS, Hamas, Hezbollah e i Fratelli Musulmani… Sono un lupo travestito da agnello”. Per Barkat l’influenza del Qatar è pericolosa: “Dovremmo rimuovere chiunque abbia lavorato con loro in passato. Chissà cosa stanno facendo dietro le quinte? Stanno comprando tutti”. In un recente sondaggio oltre il 60% degli israeliani ritiene che, nonostante le smentite, il primo ministro Benjamin Netanyahu fosse a conoscenza dei legami tra i suoi stretti consiglieri e il Qatar.

Scrive una delle più prestigiose firme del Jerusalem Post Amotz Asa-El: “Come Nixon, quando licenziava il consigliere della Casa Bianca John Dean, Netanyahu spera che gettare i passeggeri in mare ponga fine alla tempesta in cui è precipitato. Il panico lo ha anche spinto a infangare la polizia, che Netanyahu ha accusato di trattare i suoi collaboratori arrestati “come ostaggi”, in totale insensibilità a ciò che questa analogia fa sentire a milioni di israeliani in questi giorni. Allo stesso modo, la nomina di Sharvit è stata progettata per servire non “il regno ma il re” confondendo il pubblico, proprio come il licenziamento di Bar è stato progettato non per curare lo Shin Bet, ma per ostacolare le sue indagini sulla sospetta infiltrazione del Qatar nella cerchia ristretta di Netanyahu. Beh, niente di tutto questo funzionerà, Bibi. Il tuo tempo, come quello di Nixon nel suo crepuscolo, sta rapidamente scadendo, la tua autocommiserazione e le tue calunnie sono trasparenti come il tuo ricatto emotivo, e la tua epoca – tre decenni di spavalderia, egomania, presunzione e fuga dalle responsabilità – è pronta a finire”.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

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