Venture capital e IA: perché il rischio resta la sua più grande invenzione

La crescita del VC nel 2025 è la conferma di un meccanismo

Ogni ondata tecnologica porta con sé la stessa accusa: troppo capitale, troppi fallimenti, troppe startup destinate a scomparire. L’attuale corsa all’intelligenza artificiale non fa eccezione. Valutazioni miliardarie, investimenti concentrati, un numero crescente di imprese che nascono e muoiono nel giro di pochi anni alimentano la percezione di una nuova bolla. Eppure, se si osservano i dati più recenti, emerge un quadro diverso da quello del disincanto.

Dopo il rallentamento del biennio 2022–2023, nel 2025 il venture capital globale è tornato a crescere in modo significativo. Secondo i numeri citati dal Financial Times, i finanziamenti mondiali sono aumentati di circa il 47 per cento, raggiungendo i 469 miliardi di dollari. Una quota rilevante di questa ripresa è attribuibile all’intelligenza artificiale, che si è affermata come il principale catalizzatore di nuovi investimenti, attirando capitali non solo verso le startup, ma anche verso l’infrastruttura, i semiconduttori e i servizi adiacenti.

Questa ripresa non è un’anomalia ciclica né una scommessa irrazionale. È la manifestazione più recente della logica storica del venture capital.

Come ricostruisce Sebastian Mallaby nel libro The Power Law, il venture capital non funziona secondo le regole della finanza tradizionale. I suoi rendimenti non seguono una distribuzione normale, ma una legge di potenza: pochissimi investimenti generano la quasi totalità dei ritorni, mentre la grande maggioranza fallisce o produce risultati marginali. In un sistema di questo tipo, l’alto tasso di insuccesso non è un difetto da correggere, ma una condizione strutturale.

Le origini del venture capital, negli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta, erano relativamente prudenti. I primi fondi operavano come un’estensione della finanza istituzionale, con orizzonti temporali lunghi e una forte attenzione alla gestione del rischio. Il capitale di rischio era paziente, selettivo, spesso legato a settori specifici come l’elettronica o la difesa. Ma con l’emergere del personal computer, del software e, più tardi, di Internet, questo modello entra progressivamente in crisi.

È in questo passaggio che si consuma quella che Mallaby definisce una vera e propria rivoluzione. Gli imprenditori tecnologici iniziano a percepire i finanziatori tradizionali come incapaci di comprendere dinamiche di crescita non lineari, mercati che possono esplodere in pochi anni e modelli di business che richiedono di privilegiare la scala rispetto alla redditività immediata. La tensione non è solo economica, ma culturale: da un lato il controllo, dall’altro la velocità.

Da questa frattura nasce una trasformazione decisiva nella storia del venture capital. Gli imprenditori che hanno avuto successo — e spesso anche quelli che hanno fallito, ma hanno accumulato esperienza — diventeranno poi a loro volta venture capitalist. Il capitale di rischio smette di essere esclusivamente finanziario e diventa esperienziale. Chi investe ha vissuto in prima persona l’incertezza radicale, l’iper-crescita, l’asimmetria estrema tra rischio e rendimento.

Questo passaggio segna la piena affermazione della logica della power law.I venture capitalist non cercheranno di ridurre il rischio medio del portafoglio, ma di massimizzare l’esposizione a risultati eccezionali. In questo contesto nasce l’approccio spesso liquidato come “spray and pray”: finanziare molte idee, accettare che la maggior parte fallirà e concentrare l’attenzione su quelle poche che mostrano una traiettoria fuori scala. Non si tratta di un atto di fede cieca, ma di una strategia coerente con la struttura dei rendimenti.

L’intelligenza artificiale non ha cambiato questa logica. L’ha resa più rapida e più visibile. Le barriere d’ingresso per le startup si sono abbassate grazie all’accesso a modelli pre-addestrati, infrastrutture cloud e strumenti di sviluppo sempre più potenti. Allo stesso tempo, i cicli di vita delle imprese si sono compressi: una startup può raggiungere valutazioni elevate in pochi anni, ma può anche diventare irrilevante altrettanto rapidamente.

In questo scenario, il ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche introduce una nuova ambiguità. Le Big Tech non sono solo concorrenti o potenziali acquirenti delle startup, ma anche fornitori di infrastruttura, investitori diretti e intermediari essenziali dell’ecosistema. Questa sovrapposizione di ruoli crea un contesto estremamente dinamico, ma anche instabile, in cui il confine tra collaborazione e competizione è sempre più sottile.

Con l’IA, questa ambiguità si amplifica. I modelli generativi non sono semplici prodotti commerciali, ma sistemi che mediano l’accesso alla conoscenza, al linguaggio e all’informazione. Il controllo di queste infrastrutture conferisce un potere che va oltre il mercato e solleva interrogativi sulla concentrazione, sul pluralismo tecnologico e sulla trasparenza dei meccanismi decisionali. Non si tratta di frenare l’innovazione, ma di evitare che l’ecosistema si trasformi in una monocultura dominata da pochi attori.

Eppure, tornando ai dati, ciò che colpisce è la resilienza del venture capital. Ogni volta che emerge una tecnologia general purpose, il capitale di rischio reagisce allo stesso modo: concentra risorse, accelera il rischio e accetta un elevato tasso di fallimento. È successo con Internet, con il mobile, con il cloud. Sta accadendo oggi con l’intelligenza artificiale.

In questo senso, la crescita del venture capital nel 2025 non è un segnale di euforia irrazionale, ma la conferma di un meccanismo che, pur con tutti i suoi eccessi, ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. Il venture capital resta una delle più grandi invenzioni economiche dell’ultimo secolo non perché elimini l’incertezza, ma perché ha costruito un sistema capace di finanziarla. Non perché eviti lo spreco, ma perché lo trasforma in scoperta. L’intelligenza artificiale non rappresenta una deviazione da questa storia, ma la sua espressione più evidente e accelerata.

Immagine di https://parliamodiinvestimenti.it/

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