Non ha suscitato alcuna reazione politica la notizia del recente sondaggio Acli-Cisl su un corposo campione di giovani romani entro i 30 anni a proposito delle loro aspettative professionali in rapporto alla tipologia di diritti cui sarebbero disposti a rinunciare. Il quadro di ritorno è semplice desolante: pur di iniziare una qualsivoglia forma di attività, i ragazzi e le ragazze intervistate abdicherebbero anche a ferie, maternità, malattia ed altri fondamentali civili ottenuti col sudore della fronte ed il sangue dalle vene dei bisnonni a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.
Eppure la sintesi restituisce uno spaccato della nuova “generazione remissiva” che stride prepotentemente coi presunti risultati del Jobs Act e del clima positivo che la Riforma, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto instaurare. Se i dati Istat parlano evidentemente di qualche centinaia di migliaia di unità lavorative in più, gli analisti che fanno la punta agli spilli delle professioni effettivamente intraprese, rivelano come stiano crescendo a dismisura le più diverse forme di precariato con annesse e connesse modalità di pagamento “liquide” come i voucher (ormai si pagano così anche una parte dei dipendenti in comune a Cavriago, dove il Pci mieteva maggioranze bulgare e dove in piazza, unica in Italia, insiste ancora un busto di Lenin). Insomma i giovani, che restano disoccupati in una media italiana del 40% circa, pur di lavorare sarebbero disposti a (quasi) tutto.
Orbene, questa giovanile propensione al suicidio occupazionale ed alla frustrazione esistenziale avrebbe in realtà dovuto far sobbalzare sulle loro poltrone (in tutti i sensi) il mondo politico, dicevamo, come quello imprenditoriale, strettamente legati nel nostro Paese, almeno la componente della grande industria, da una forma pluridecennale di mutuo soccorso e assistenzialismo reciproco. Invece nulla, non fosse per un passaggio, fugace e volitivo, sulla prima pagina del Corriere della Sera. Più probabile invece che molti di coloro che gongolano beati sulla progressiva crisi di rappresentanza del sindacato e la crescente mancanza della consapevolezza dei propri diritti lavorativi da parte di una larghissima fetta del mondo produttivo di ultima generazione, abbiano taciuto felici del ritorno al passato.
Qui non si tratta di rivendicazioni popolari, visti come ostacoli conservatori sulla strada di un iper-liberismo considerato ancora come il male minore (o bene maggiore) tra i mercati prodotti possibili. Stretta tra l’inarrestabile progresso scientifico e tecnologico e la propensione all’aggregazione sovranazionale per reggere la concorrenza, la forza lavoro antropica risulta come non mai parcellizzata nell’aspetto fondamentale del rapporto domanda/offerta: la retribuzione. Anno dopo anno la forbice tra gli stipendi delle classi diciamo così dirigenti (nella sua accezione di scala socio-economica) e quelli dei primi gradini della piramide, allarga e taglia nettamente le distanze tra persone e famiglie. Provocando una sperequazione impensabile anche solo rispetto a 30 anni fa.
E questo storicamente è alla base di un disagio la cui espansione rischia di portare a scenari non prevedibili e certamente non auspicabili. Per questo, digerita la sbornia costituzionalista-elettorale di questi mesi, si dovrebbe tornare a rimettere al centro dell’agenda delle urgenze le questioni di cui sopra. Prima di veder modificato, per via non referendaria ma de facto, l’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…gratuito”.
