Partiamo dal nome dell’evento, “Un Gir per Bursan – mezza maratona TRIAL”: più che un giro per Borzano lo chiamerei “facciamoci tutte le stradine sterrate che esistono a Borzano” che rende di più l’idea, visto come l’organizzazione, per ricavare un percorso di 21 km, ha dovuto attingere a tutte le carraie naturali ed artificiali della zona (che non è Bolzano). Invece la parte che riguarda la precisazione “trial” (che indica fuoristrada, sterrato) è più che azzeccata in quanto i sentieri collinari da percorrere erano assimilabili ad una palude di fanghiglia praticamente impraticabile ed in certi tratti poco corribile.
Il risultato: una delle gare più belle e difficili che mi sia capitato di fare, per la bellezza e varietà del percorso e dei paesaggi, dal grado di difficoltà di alcuni passaggi, dal divertimento quasi fanciullesco di arrivare letteralmente imbrattati di fango al traguardo. La gara tecnicamente può essere suddivisa in quattro fasi: i primi 5 km, abbastanza interlocutori ma veramente godibili, se non fosse stato per lo scroscio temporalesco che ci ha “battezzato” proprio alla partenza, quindi una classica fase centrale di continua ed incessante salita, poi una successiva tranche nel bosco seguendo l’anello di Cà del Vento ed infine una discesa verso l’arrivo intervallata da alcuni sali-scendi alquanto molesti che prevedevano percorrenze anche lungo pratoni e coste impegnative.
In questo mio breve resoconto vorrei soffermarmi sulla parte dell’anello di Cà del Vento che ha, in un certo modo, fatto selezione. Uno potrebbe pensare al termine “selezione” nella sua accezione sportiva, tecnica, spesso usata dai telecronisti ad indicare un momento in cui il gruppo si sgrana e dove si decide la gara, vuoi per la presenza di caratteristiche particolari del tracciato o per una certa accelerazione degli atleti. Beh, io invece intendo selezione “naturale”, nel suo significato Darwiniano, di sopravvivenza della specie (in questo caso dell’ ”Homo Podisticus Sdruccioilantis”), di capacità di adattamento alle difficili condizioni avverse, di attingere al proprio spirito di autoconservazione! In pratica ci si sono prospettate davanti vere e proprie sabbie-mobili, fango, terra, pozzanghere, poi mettici che ci si arriva allegramente in gruppo e che non vedi un fico secco dove metti i piedi ed il capitombolo è lì, dietro l’angolo! Alla prima imbarazzante pozza cerchi di evitarla saltando o aggirandola, alla seconda ti passa di fianco un omone che sembra un Caterpillar che zompa sulle pozze come se stesse arando e ti arrivano i suoi spruzzi fin sopra le orecchie e quindi capisci che non serve preservare il colore delle scarpe, che ormai non riconosci più, e ti ci metti anche tu a “paciugare”: le calzine tecniche, un pochino da fighino, se mai di color biancho- latte, dopo alcuni km sembrano quei calzettoni che hai in fondo al cassetto dell’armadio e che non metti mai perché censiti come reperto archeologico, i piedi cominciano ad irrigidirsi, completamente bagnati ed inzuppati, le scarpe non sembrano più leggere come una volta me ti sembra di avere gli scarponi di Frankenstein man mano ti si asciugano indosso.
In questa fase ho assistito ai tipi più svariati di cadute: di sedere, classico ed il più gettonato, quando nel cercare di far presa con la scarpa, questa, non aderendo al terreno va per i fatti suoi e ti ritrovi in un amen gambe all’aria; di fianco, quando una scarpa scivola e, causa terreno sconnesso, sbatte sull’altra innescando una sorta di auto-sgambetto che personalmente ho rischiato di mettere in atto più volte e che, visto fare dagli altri, ha suscitato in me una grassa risata; di pancia, rara ma l’ho vista fare da un signore che in una salita ripida non aveva più aderenza e, a pelle d’orso, stava scivolando all’indietro, finché non si è fermato contro un altro podista che lo seguiva.
Per non parlare dei commenti e delle imprecazioni, anche sguaiate, di qualche podista arrabbiato: chi si chiedeva quale parte del percorso l’organizzazione avrebbe evitato di farci fare così come da comunicazione comparsa sul Web nei giorni precedenti causa impraticabilità, chi pronto a sollevare una denuncia contro la società organizzatrice in caso di infortunio, chi solamente esorcizzando la paura di cadere, accompagnava la corsa nel pantano con urla isteriche. Ora che ho assaporato lo spirito trail, io che sono un podista “di strada”, più avvezzo a rivolgere la mia attenzione a non essere investito da un auto piuttosto che a divincolarmi tra boschi, siepi, guadi, posso dire di essere un sopravvissuto a questa bellissima esperienza.
Un gir per Bursan: il trial non è per tutti
Cronaca di una mezza maratona tra sentieri sterrati, salite impegnative e molti imprevisti