Parigi – L’aggressione russa alla Ucraina ha ravvivato in me dolorosi ricordi di tanti, anzi ormai tantissimi anni fa. Era infatti il 24 agosto del 1968 quando Mosca decise che la primavera di Praga doveva essere stroncata con la forza delle armi. Io ero nell’allora Cecoslovacchia da ormai un mese. L’occasione era il matrimonio di un amico italiano con una giovane e bella attrice boema.
L’atmosfera era all’insegna dell’ottimismo e gli avvertimenti dati da Tito in visita a Praga erano caduti nel vuoto : tutti erano convinti che nulla avrebbe potuto arrestare il vento di gioiosa libertà che stava aprendo nuovi orizzonti al paese. Ne era più che convinto il regista Jan Nemec, l’enfant terrible della « nouvelle vague ceca » premiato a Locarno per « La festa e gli invitati’.
Poche ore prima che la città fosse messa sotto assedio, seduti al tavolo di un ristorante Jan si preoccupava del futuro del cinema ceco che sta va per liberarsi della censura. «Ora saremo giudicati solo sui contenuti e non solo sulla nostra abilità a riuscire ad aggirarla » diceva. Non solo aveva rifiutato di fare un documentario sul processo a Rudolf Slansky, il dirigente che nel 1951 era stato condannato alla pena capitale per alto tradimento, perché, spiegava “noi dobbiamo guardare avanti, non recriminare con il passato e le colpe del regime comunista” .
Lo pensava proprio lui che a giugno aveva firmato ll manifesto dei 2.000 che era un atto d’accusa contro il regime e la sua oppressione. Quando ripenso alla sua fiducia nella svolta che pensava ormai acquisita mi vengono ancora i brividi. Solo poche ore dopo tutto crollava: verso le due di notte un altro amico regista avvertiva: «è arrivata l’Armata rossa ». Un drammatico risveglio alla vigilia di una programmata partenza per la Slovacchia.
La città era ancora immersa nella notte il cui silenzio era però continuamente spezzato dal susseguirsi di aerei russi che atterravano nella capitale e dal clacson di taxi che cercavano di allertare gli abitanti. Grazie al formidabile ponte aereo già prima dell’alba, come ho potuto constatare io stessa, la sede del governo era accerchiata da carri armati sovietici.
Poi pian piano i tank avevano paralizzato la città. Già a metà mattinata la tv era stata occupata e piano piano anche le radio erano state costrette al silenzio. Le notizie sull’aggressione di Mosca e dei suoi alleati del Patto di Varsavia erano assai confuse. A darne di più precise doveva essere Nemec che aveva potuto filmare l’invasione e le proteste dei manifestanti a piazza Venceslao finché il suo cameraman non era stato ferito. « La via è ancora libera verso l’Austria, bisogna assolutamente fare uscire il filmato e se possibile anche me ». E così fu fatto, tra una colonna di carri armati e l’altra, passaggi a livello bloccati, il timore che arrestassero Jan.
Le pizze di 35 mm arrivarono così fortunosamente all’alba a Vienna e furono le sole immagini dell’invasione trasmesse nel mondo. Jan poi chiese di tornare a Praga a prendere altri filmati: arrivare nella città non era stato facile perché per complicare la vita all’invasore tutti i cartelli stradali erano stati spostati e in città tolti i nomi delle strade. Continui posti di blocco rendevano più difficile la circolazione
E’ passato più di mezzo secolo ma mai potrò dimenticare l’orrore e il dolore dell’occupazione di un paese, anche se non era il mio. E anche se fu un’aggressione che, per fortuna, non fu troppo cruenta. Perciò ogni aggressione all’indipendenza e alla libertà di un popolo a scegliere il proprio destino a da allora in me una risonanza vivissima che mi riporta a Praga e alla fine della sua primavera.
Speriamo almeno che gli ucraini non debbano aspettare tanti anni come i cechi e gli slovacchi a riconquistare la loro libertà.