Tutti i protagonisti del voto in Israele

La Knesset, il parlamento israeliano a Gerusalemme, ancora una volta, come è accaduto spesso in questi ultimi 20 anni, andava in mano alla destra: il Likud guidato da Benjamin Netanyahu. Quelle elezioni sancirono una cocente sconfitta della sinistra e l'affermarsi sulla scena politica israeliana di Avigdor Lieberman e della forza di estrema destra di Yisrael Beiteinu. Quattro anni e Israele torna al voto. Con una campagna elettorale che è entrata prepotentemente in rete, nei social network come facebook e twitter. E nei quotidiani online. Sono loro il cuore del dibattito politico di queste ultime ore prima del voto.

Una campagna elettorale che molti analisti hanno definito la più noiosa della storia d'Israele ma anche, la più importante perché rischia di aprire un drammatico conflitto interno che rischia di smantellare la laicità dello Stato d'Israele. Se l'ultimo ciclo legislativo è stato chiuso senza una maggioranza in grado di votare il bilancio di Stato, la tornata elettorale del 2009 venne anticipata rispetto alla scadenza naturale del mandato a causa delle dimissioni dell'allora Primo Ministro Ehud Olmert. Fondatore insieme a Ariel Sharon e Shimon Peres della forza centrista Kadima. Accusato di corruzione, l'ex sindaco di Gerusalemme, lasciò il partito in mano alla Livni ritirandosi a vita privata. Uscirà, nell'estate del 2012, scagionato da due accuse di frode fiscale ma colpevole di conflitto d'interessi per aver agevolato propri interessi e guadagni in un altro caso di corruzione. In parte riabilitato, Olmert, a piccoli passi sta tornando sulla scena politica israeliana ed internazionale.

Non è così per il suo vecchio mentore Sharon ancora oggi in coma. Mentre, per un altro caso del destino e della giustizia, il suo alleato Shimon Peres riveste il ruolo super partes di Presidente. Ehud Barak, leader del partito laburista Avodà, nei mesi a seguire la tornata elettorale del 2009 finì per entrare nel governo di Netanyahu, spaccando il suo partito e formando una forza politica di cui non sentiremo più parlare: Atzmaut. Il generale Shaul Mofaz, vinte le primarie, guida Kadima, partito in caduta libera negli exit pool. Invece, l'ex leader di Kadima, la Livni, ha fondato una nuova forza politica: Hatnuah. Con la bionda ex agente del Mossad molti transfughi laburisti, da Amir Peretz ad Amram Mitzna. Al femminile anche il partito laburista con Shelly Yachimovich, nota giornalista e leader del partito Avodà. Un altro volto televisivo Yair Lapid corre con il suo partito Yesh Atid, d'ispirazione liberale. Netanyahu è il favorito della campagna elettorale, per l'attuale Primo Ministro c'è il ticket di ferro con Lieberman, già ministro degli esteri e oggi inquisito per corruzione, i sondaggi da mesi indicano il Likud Beiteinu come il primo partito, con uno scarto sul secondo di oltre 10 seggi. La folta rosa dei partiti religiosi include: Shas, United Torah Judaism. È il nocciolo duro nella società israeliana della componente religiosa . Queste elezioni hanno tuttavia sancito la nascita di una stella della politica di cui sentiremo molto parlare negli anni a seguire: Naftali Bennet. E' il leader degli ultranazionalisti, è un quarantenne lanciato al successo ma con molte incognite. Prima fra tutte la sua agenda sulla questione israelo-palestinese. Promette l'annessione del 60% della West Bank. Mentre la società araba israeliana è schierata nei seguenti partiti: Hadash, Ta'al e Balad. Variegata e numerosa la lista di piccole formazioni a partire dal Meretz e compresi il partito dei pirati e degli ecologisti antiproibizionisti. Tra questi alla fine solo pochi passeranno lo sbarramento e vedranno aprirsi le porte della Knesset.

120 posti alla Knesset, eletti con sistema proporzionale. Per governare “l'unica democrazia” del Medio Oriente servono 61 parlamentari. Gli aventi diritto al voto sono oltre 5 milioni e mezzo. Ma la ricaduta è di proporzioni globali. La Terra Santa e i suoi luoghi di eterno conflitto: religioso, politico e militare. La guerra e la sicurezza sono parte integrante della vita di questa gente e delle decisioni politiche che scaturiscono. Il voto in Israele non è quindi un semplice esercizio democratico. È qualcosa di più: la prospettiva di una pace o di una nuova guerra. Paura e speranza sentimenti contraddittori, irrazionali e persino strumentali o invasivamente subliminali. Tuttavia, in grado di influenzare l'esito elettorale. In Israele paura e speranza convivono culturalmente e quotidianamente nel pensiero della gente, come dice David Grossman: – La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l'intero mondo arabo, è ancora, purtroppo per noi, soltanto una questione di speranza, ipotesi e intuizioni.-

Enrico Catassi

Eppure, è facile osservare come nel più occidentale degli stati del Medio Oriente prevale un senso diffuso di fatalismo di fronte alle avversità del destino, similare, se vogliamo, a quello arabo: – La vita continua. Effettivamente continua. E migliora, anche. Diventa più sopportabile.- Scriveva Manuela Dviri nel libro autobiografico “Vita nella terra di latte e miele” cinque anni dopo la perdita del figlio, ucciso in una delle troppe guerre del Medio Oriente.

In Israele si vota spesso, più o meno tanto quanto in Italia. I governi si susseguono freneticamente. Le coalizioni si sfasciano per poi ricrearsi fondendosi anche con gli opposti. Unioni contro natura, strane ed impensabili se viste da lontano. È la politica della diplomazia delle relazioni, degli equilibri e del baratto. Stabilità di potere nella più totale instabilità del sistema. Per questo il risultato elettorale anche se definitivo e matematico mette in moto meccanismi politici e matrici algebriche con un unico denominatore: il risultato finale è arrivare a 61 seggi. Sempre.

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