Cos’hanno in comune i fatti di Torino e Minneapolis? Poco però un ragionamento si può fare. C’è stato sicuramente un equivoco , una sbagliata valutazione, questo negli Stati Uniti: che bastasse mostrare la forza per ottenere automaticamente un nemico. Divise, sirene, maschere, retorica dell’ordine — e il caos avrebbe dovuto presentarsi da solo, puntuale, a giustificare tutto il resto. La storia europea, e quella italiana in particolare, racconta un’altra cosa: il nemico non nasce dalla forza, nasce dal racconto. E quando il racconto è mal costruito, l’autoritarismo non si rafforza: si rende goffo.
L’esperienza italiana: il nemico come risorsa narrativa
Negli anni Settanta l’Italia democratica diventa, nel bene e nel male, un laboratorio avanzato di una pratica politica precisa: l’uso simbolico dei gruppuscoli estremisti.Non perché fossero in grado di rovesciare lo Stato, ma perché potevano essere rappresentati come se lo fossero.
Erano ideali:
1. pochi ma riconoscibili;
2. violenti quanto basta;
3. isolabili dal resto della società.
Il loro valore non stava nella forza reale, ma nella funzione narrativa.
Servivano a parlare di emergenza, a giustificare misure eccezionali, a trasformare la paura in argomento politico.La sproporzione tra ciò che questi gruppi erano e ciò che rappresentavano nel discorso pubblico era enorme.Ma funzionava, perché il nemico non deve essere forte: deve essere credibile.
Dal tragico al tascabile: il presente italiano
Oggi questo schema sopravvive in forma ridotta.Quando a Torino episodi violenti legati a realtà marginali diventano improvvisamente paradigma nazionale, non siamo davanti a un’anomalia. Siamo davanti alla versione compatta di un meccanismo collaudato.Pochi fatti, molta enfasi, lessico emergenziale.Il nemico non è più sistemico, è scenografico.Non minaccia davvero lo Stato, ma lo giustifica perfettamente.
Quando il nemico non arriva: l’autoritarismo che inciampa
La storia offre anche esempi opposti, preziosi perché mostrano cosa succede quando il nemico non tiene la parte.Nel 1961, durante il putsch di Algeri, settori dell’esercito francese tentarono di rovesciare il potere politico presentandosi come difensori dell’unità nazionale. La forza c’era. I mezzi pure.Quello che mancava era un nemico riconosciuto dalla società.La Francia non percepì alcuna emergenza esistenziale. Charles de Gaulle, intervenendo in televisione, non fronteggiò un’insurrezione popolare, ma smontò una messinscena.Il colpo fallì in pochi giorni, non per mancanza di armi, ma per assenza di dramma.
Trent’anni dopo, nel 1991, accadde qualcosa di simile a Mosca.I membri del Comitato di Stato per l’emergenza tentarono di bloccare le riforme di Mikhail Gorbachev dichiarando lo stato d’emergenza. I carri armati entrarono in città. Ma la popolazione andò a lavorare.Nessuna paura generalizzata, nessun nemico percepito, nessuna urgenza condivisa.Il potere apparve imbarazzato, quasi scusandosi per la propria esistenza. Anche qui, il colpo fallì non perché mancasse la forza, ma perché nessuno riconobbe il caos che avrebbe dovuto giustificarla.
Fascismo e nazismo: quando il nemico funziona troppo bene
Il fascismo storico aveva imparato la lezione opposta.Costruì nemici funzionali — il sovversivo, il disfattista, l’antipatriota — non perché fossero realmente pericolosi, ma perché servivano a tenere insieme il racconto del regime. Il nazismo fece un passo ulteriore: il nemico non fu più politico, ma ontologico. Una minaccia totale, onnipresente, capace di spiegare tutto. Qui il meccanismo funzionò in modo estremo perché non richiedeva più verifica, solo ripetizione.
Minneapolis: l’ingenuità americana
Il confronto con Minneapolis è illuminante. Le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement avrebbero dovuto produrre escalation e legittimazione per una svolta autoritaria.Ma il nemico non si è presentato. Niente insurrezione, niente antagonista compatto. Solo proteste civili, osservatori, telecamere.Qui emerge la differenza decisiva:
• negli Stati Uniti hanno pensato che la forza producesse il nemico;
• in Italia sappiamo che prima si costruisce il nemico, poi si usa la forza.
In Conclusione
In fondo, la differenza è soprattutto tecnica . Noi italiani sappiamo che il nemico va dosato, lucidato, messo in scena con cura artigianale: abbastanza minaccioso da giustificare l’ordine, abbastanza piccolo da non metterlo davvero in discussione. Negli Stati Uniti, invece, hanno provato a partire direttamente dalla forza, sperando che il nemico comparisse per educazione.Ma il nemico, come il consenso, non nasce dalla divisa.
Nasce dal racconto.
E quando il racconto non regge, l’autoritarismo fa meno paura, perché si vede che è alle prime armi.