“Servono nuove regole per proteggere il web dai contenuti pericolosi. La tecnologia è una parte importante della nostra vita e aziende come Facebook hanno enormi responsabilità”. C’era scritto così su un editoriale del Washington Post del 30 marzo 2019, che si intitolava “The Internet needs new rules” e che si appellava agli Stati per definire nuove regole stringenti e uniformi. Obiettivo: ripulire i social dai contenuti socialmente pericolosi. Un articolo come tanti se non fosse per la firma dell’autore: Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook. Lo stesso che oggi mette al bando il fact-checking dalla propria creatura social. E lo fa addirittura citando come esempio di buona pratica un concorrente: X, il social spesso criticato per i suoi contenuti estremi, proprietà di quello che fino a ieri, o meglio fino al 5 novembre 2024, era il suo principale avversario: Elon Musk.
Le giravolte di Mark Zuckerberg fanno parte della sua capacità imprenditoriale, ma questa ultima mossa merita una lettura a tutto tondo. Prima di tutto. Cosa è il fact-checking? In sintesi: un metodo che mira a stabilire se un contenuto sia vero o falso, utilizzando e valutando tutte le fonti rilevanti e disponibili. È qualcosa che va oltre alla verifica dei fatti, che è una delle regole del giornalismo: con l’avvento dei social è un’operazione che mira a disinnescare le onnipresenti mine della disinformazione. Il fact-checking è attività spesso affidata ad agenzie esterne ai social e comunque sempre al centro di un dubbio di fondo: chi controlla i controllori? Esiste una terzietà di piena garanzia rispetto all’oggettività assoluta nell’attività del fact-checker?
Tematiche che riecheggiano nell’annuncio di Zuckerberg, che scrive: “A partire dagli Stati Uniti, stiamo eliminando il nostro programma di fact-checking di terze parti passando a un modello di Community Notes. L’intenzione del programma era di far sì che esperti indipendenti fornissero alle persone maggiori informazioni sulle cose che vedono online, in particolare le fake news. Non è così che sono andate le cose, soprattutto negli Stati Uniti. Gli esperti, come tutti gli altri, hanno i loro pregiudizi e le loro prospettive. Abbiamo visto l’approccio del metodo di Community Notes funzionare su X, dove danno potere alla loro community di decidere quando i post sono potenzialmente fuorvianti e necessitano di più contesto. Sono le persone, con una vasta gamma di opinioni, a decidere che tipo di contesto è utile che altri utenti vedano. Consentiremo così – continua il comunicato – una maggiore libertà di espressione eliminando le restrizioni su alcuni argomenti che fanno parte del discorso principale e concentrandoci sull’applicazione delle norme sulle violazioni illegali e di grave entità. Adotteremo un approccio più personalizzato ai contenuti politici, in modo che le persone che desiderano vederne di più nei loro feed possano farlo.” E poi, per dare più enfasi alla scelta, nella nota di Meta si legge: “Queste modifiche sono un tentativo di ritornare all’impegno per la libertà di espressione che Mark Zuckerberg ha esposto nel suo discorso di Georgetown”.
Il riferimento è alla prolusione che il patron di Meta tenne nell’ottobre 2019 alla Georgetown University, quando, richiamandosi al Primo emendamento della Costituzione americana, dichiarò in estrema sintesi: “Non è giusto che un’azienda privata censuri un politico”. A sei mesi dall’editoriale sul Post dove chiedeva regole, Zuckerberg sostenne invece che la libertà di espressione doveva vincere su qualsiasi tipo di restrizione, anche se si trattava di disinformazione. Sostanzialmente ampliando, ad uso dei social, la storica frase: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”, per giungere ad un altro assunto: “magari è falso, ma farò in modo che tu possa dirlo comunque”. L’addio al fact-checking diventa così un puntello alla post-verità.
Per molti osservatori questo richiamo al ritorno alla libertà di espressione sui social sarebbe solo un’altra capriola per invertire la marcia e consentire campo libero alle scorribande propagandiste su Facebook. Non a caso Elon Musk ha commentato subito: “E’ davvero fantastico”. Perché il braccio destro di Trump, nella doppia veste anche di proprietario di X, ora portato ad esempio da Zuckerberg, sa bene quanto i social liberati da lacci e lacciuoli possano incidere nelle determinazioni delle opinioni degli elettori: “Una rilevazione del Center for Countering Digital Hate sulle elezioni presidenziali del 5 novembre negli Stati Uniti – scrive Michele Mezza nel suo ultimo libro, “Connessi a morte” (Donzelli – ha calcolato come il supporto esplicito di Elon Musk alla campagna elettorale di Trump ha prodotto tramite la piattaforma X (ex Twitter) non meno di due miliardi di visualizzazioni ai messaggi di migliaia di Chatbot che hanno inondato le caselle degli elettori nei collegi contendibili con deepfake di ogni tipo”.
La decisione di Zuckerberg è stato oggetto anche di un’analisi approfondita da parte del direttore del Centro di Data Science and Complexity for Society (CDCS) dell’Università La Sapienza, Walter Quattrociocchi: “Il fact-checking non funziona, lo ammette anche Zuckerberg – scrive in una nota diffusa dall’Agi il 7 gennaio – Lungi dall’essere una soluzione, il fact-checking spesso peggiora le cose, rafforzando la polarizzazione e consolidando le echo chamber. Il fact-checking, così come è stato concepito, non può che fallire nel risolvere il problema della disinformazione, poiché si limita a contrapporre ‘etichette’ alla viralità emotiva dei contenuti. Le piattaforme social non sono progettate per essere strumenti di informazione – sottolinea Quattrociocchi – ma macchine per l’intrattenimento. Premiano ciò che cattura l’attenzione, che emoziona, che divide, perché è questo che genera engagement. Non è un sistema costruito per garantire la qualità dell’informazione, ma per massimizzare il tempo che le persone trascorrono online. Imporre dall’alto un modello di controllo non ha mai funzionato. L’unico antidoto possibile – conclude Quattrociocchi – e lo abbiamo visto chiaramente, è rendere gli utenti consapevoli di come interagiamo sui social. Non c’è altra strada. Una riflessione collettiva sul nostro comportamento online è la chiave per affrontare il problema alla radice”.
Giova ricordare che Zuckerberg dopo i fatti di Capitol Hill aveva bandito Trump da Facebook attribuendogli responsabilità nell’aver acceso gli animi dei rivoltosi anche attraverso i social, compreso Facebook. La restrizione era stata annullata a tre mesi dal voto del 5 novembre, con la motivazione di garantire la par condicio fra i candidati presidenti.
Rientra nel campo della dietrologia politica stabilire se la rinuncia al fact-checking sia un regalo di Zuckerberg al nuovo tandem dominante Trump-Musk, oppure un ritorno alla libertà di espressione all’insegna della deregulation tipica dei social. È invece certamente un omaggio al presidente eletto degli Stati Uniti la donazione di un milione di dollari sottoscritta da Zuckerberg tramite Meta Platform per l’imminente (20 gennaio) cerimonia di insediamento di Trump alla Casa Bianca. Analogo comportamento, anche nell’entità della donazione, ha tenuto Jeff Bezos proprietario di Amazon e del Washington Post, rendendo anche omaggio all’elezione di Trump sui social. Seppure con somme minori hanno elargito anche Microsoft e Google.
Questa propensione alla donazione da parte dei proprietari dei colossi digitali, per ingraziarsi il redivivo presidente eletto, è stata rappresentata in modo efficace da una vignetta del Premio Pulitzer Ann Telnaes, destinata per la pubblicazione sul Washington Post. C’erano Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sam Altman di Open AI, prostrati ai piedi di Trump, mentre gli porgono sacchi di denaro. Accanto a loro, anche lui prostrato, c’è anche Topolino, per simboleggiare la chiusura di una causa tra la Disney e il presidente eletto, in cui il colosso dei cartoons ha pagato un risarcimento di 15 milioni di dollari. Ma la vignetta è stata censurata da Jeff Bezos, proprietario del giornale. Inducendo la Telnaes a dimettersi, scrivendo le motivazioni sul suo blog su Substack: “Lavoro per il Washington Post dal 2008 come vignettista editoriale. Ho ricevuto feedback editoriali e ho avuto conversazioni produttive, e qualche disaccordo, sulle vignette che ho presentato per la pubblicazione, ma in tutto questo tempo non mi è mai stata censurata una vignetta a causa di chi o cosa ho scelto di prendere di mira con la mia penna. Fino ad ora. La vignetta che è stata censurata critica i miliardari CEO della tecnologia e dei media che hanno fatto del loro meglio per ingraziarsi il Presidente eletto. Recentemente sono apparsi numerosi articoli su questi uomini con lucrosi contratti governativi e un interesse nell’eliminazione delle regolamentazioni che si stanno facendo strada a Mar-a-lago. Il gruppo nella vignetta includeva Mark Zuckerberg/fondatore e CEO di Facebook & Meta, Sam Altman/CEO di AI, Patrick Soon-Shiong/editore di LA Times, la Walt Disney Company/ABC News e Jeff Bezos/proprietario del Washington Post. Sebbene non sia raro che gli editori delle pagine editoriali obiettino alle metafore visive all’interno di una vignetta se le sembrano poco chiare o non trasmettono correttamente il messaggio inteso dal vignettista, tale critica editoriale non è stata il caso di questa vignetta. Per essere chiari, ci sono stati casi in cui schizzi sono stati rifiutati o sono state richieste revisioni, ma mai a causa del punto di vista inerente al commento della vignetta. Questo cambia tutto… ed è pericoloso per la libertà di stampa.”
In foto Mark Zuckerberg (wikipedia)