Prato – La visita a Taipei di Nancy Pelosi, la speaker democratica Usa, ha scatenato l’ira del governo di Pechino, messo in fibrillazione gli osservatori politici e le diplomazie di tutto il mondo. Ne parliamo con Lorenzo Termine ricercatore del Centro Studi Geopolitica info dottorando in Studi Politici presso l’Università di Roma La Sapienza e prossimamente ospite relatore della terza edizione del Festival Seta Cina che si terrà a Prato dal 30 settembre al 1 ottobre.
Su quanto sta accadendo a Taiwan assisteremo, secondo lei, in tempi brevi ad un’invasione da parte della Cina?
“Per quanto mi riguarda non parlerei di invasione, innanzitutto perché siamo nella fase che può essere definita del “crisis management”, ovvero quella in cui i soggetti coinvolti, Cina,Taiwan e Stati Uniti fanno ciò che gli americani definiscono “tit-for-tat”. Un botta e risposta per saggiare l’effettiva capacità che un soggetto ha di sostenere nel tempo un certo comportamento: in questo caso i contatti politici-istituzionali tra Stati Uniti e Taiwan”.
In parole semplici?
“La Cina intende capire quanto gli Stati Uniti siano intenzionati a mantenere contatti con Taiwan nel lungo periodo, se ad esempio ciò che è accaduto è un fatto sporadico dovuto ad esempio ad un dissidio Casa Bianca-Congresso, oppure è parte di un disegno politico strategico di più ampio respiro. A tutto questo la Cina ha risposto con una serie di esercitazioni militari intorno a Taiwan. Da un punto di vista strettamente politologico è necessario però saper gestire questa crisi per evitare il rischio di un’escalation anche perché vi sono in ballo appuntamenti importanti”.
Si riferisce alla politica interna degli Stati Uniti e della Cina?
“La Cina ha come orizzonte temporale il 20° congresso del Partito a novembre e un’umiliazione non può essere ascritta nell’agenda di Pechino. Sarebbe inaccettabile. Perché non è assolutamente replicabile quello scenario del 1995-1996 che portò Pechino a una maggiore acquiescenza nei confronti di Taiwan. Oggi Xi Jinping non può permetterselo politicamente, e soprattutto con i leader cinesi riuniti al prossimo Congresso. D’altra parte in America ci saranno ai primi di novembre le “midterm election” e la visita di Pelosi a Taiwan fa capire quanto possa essere diviso il sistema politico americano e quanto poco controllo abbia il presidente americano Biden, se la speaker della Camera decide di fare un viaggio in totale autonomia nonostante gli avvertimenti della Casa Bianca e, stando a quando dice Joseph Biden, anche del Pentagono. Un sistema politico che è sempre stato frammentato ma che ha raggiunto un livello di frammentazione tale che l’unica pezza che è riuscita a mettere Biden per risolvere questa faccenda è stata quella di fare una telefonata a Xi Jinping”.
Secondo lei cosa si sono detti?
“Alla luce di quanto sta accadendo dobbiamo interpretare la telefonata come un gesto di rassicurazione. Gli Stati Uniti cioè non sono disposti a modificare lo status quo che vige a Taiwan dal 1979. È anche vero però che i cinesi conoscono il sistema politico democratico americano ed anche l’autonomia del Congresso e criticano quel sistema parlando piuttosto di “democrazia all’americana”, ovvero di una finta democrazia. Perché al momento della verità dimostra la sua fragilità”.
Quanto finora detto potrebbe essere sufficiente a scongiurare un’invasione?
“In questo contesto ci sono anche degli aspetti tecnico strategici e dei precedenti storici da prendere in considerazione circa la non invasione. E che insegnano a Pechino come e quando scatenarla. In questo preciso momento essa non è nell’agenda del governo di Xi Jinping. Secondo gli analisti militari, Pechino sarebbe nella cosiddetta fase di capacità iniziale di invasione. Avrebbe cioè tutti gli strumenti operativi ma strategicamente tatticamente e logisticamente non sarebbe in grado di portarla avanti. Pechino non hai mai pensato ad un’invasione su vasta scala men che mai di un’isola che comporta capacità ed inventiva come ad esempio richiedono quella via terra. La Cina non è pronta a sostenere l’invasione via mare perché non si è mai esercitata troppo sulle capacità anfibie”.
Ma se ciò accadesse, se cioè improvvisamente la Cina decidesse di invadere Taiwan, che accadrebbe?
“Taiwan si è impegnata negli ultimi 5 anni e dalla pubblicazione della nuova strategia militare a condurre fondamentalmente una guerra simmetrica. Cioè la difesa di Taiwan è schiacciata su un solo scenario che è l’invasione da parte della Cina. Un fatto di per sé singolare il solo pensare che è l’unico Paese che vive la sua politica estera di difesa in funzione di un solo soggetto, in cui i cinesi hanno tanto e i taiwanesi hanno poco”.
Dunque siamo in fase molto delicata ma secondo lei è davvero possibile che la Cina si limiti a delle semplici esercitazioni contro Taiwan?
“I cinesi sanno di poter teoricamente fare un’invasione ma non sanno quanto potranno resistere alla prima resistenza perché inesperti. L’ultima loro invasione risale al 1979 contro il Vietnam e andò malissimo. Mi spiego: l’obiettivo politico di dare al Vietnam una lezione fu conseguito, ma militarmente fu una prestazione terribile. I cinesi hanno una paura enorme di non essere in grado non tanto tecnicamente quanto strategicamente di portare a termine l’invasione a Taiwan. Inoltre non è da sottovalutare l’aspetto politico di questo scenario perché esistono dei precedenti di visite a Taipei di speaker della Camera americani. E un precedente può agire come effetto moderatore perché non si tratta della visita di un Presidente ma di uno speaker della Camera. A ciò si aggiunga che le parti in causa, in virtù della “crisis management”, stanno inviando segnali di moderazione. Ad esempio Pelosi da Singapore a Taiwan ha evitato il mar Cinese meridionale, ha fatto cioè il giro lungo che è di fatto un segnale che può essere interpretato come non “aggiungiamo benzina sul fuoco”. D’altra parte la Cina ha evitato di condurre esercitazioni fino a che Pelosi non ha lasciato Taiwan, il che vuol dire che non interessa ai cinesi innalzare lo scontro quanto piuttosto segnalare la loro determinazione a mantenere a Taiwan lo status quo cosi come esso è. Taiwan sostanzialmente indipendente che la Cina non accetta ma che gli Stati Uniti non devono mai riconoscere come indipendente”.
La difficile situazione internazionale post Covid aggravata anche dalla guerra della Russia all’Ucraina potrebbe essere un deterrente per la Cina o piuttosto spingerla all’emulazione?
“La Cina oggi ha l’occasione di dimostrare di essere più responsabile della Russia, cioè di poter fare per la prima volta la figura del leader alternativo vero e proprio. Un’invasione a Taiwan accomunerebbe Cina e Russia. Politicamente e retoricamente l’equazione Cina uguale Russia, cioè Cina uguale potenza revisionista tanto quanto la Russia perché modifica lo status quo territoriale e politico di un paese invadendolo sarebbe politicamente perfetto per gli Stati Uniti, l’Occidente atlantico e non solo. Ma anche per le altre potenze asiatiche Vietnam, Giappone, India e tutti gli altri paesi che potrebbero raccogliere l’ondata di sdegno nei confronti della Cina, accomunando Cina e Russia come Stati colpevoli di fare guerra alle democrazie. Personalmente non credo che alla Cina interessi tutto questo. Piuttosto penso che alla Cina di oggi sia strategicamente importante in caso di invasione non tentarla ma vincerla. È vero che le esercitazioni attuali sono importanti ma sono pur sempre esercitazioni atte a stimolare e a mandare segnali. Anche se esse non sono più come quelle del marzo del 1996 che lambivano la linea meridiana dello Stretto di Taiwan Formosa, perché penetrano nelle acque territoriali di Taiwan. Il che significa un notevole passo avanti circa la minaccia di Pechino. C’è da dire anche che questa Cina non è più quella del 1996. E pensare che allo stato attuale il gigante militare asiatico si comporti come un nano è fantapolitica. La Cina odierna è l’attore di una forza egemonica che mira a controllare il vicinato per essere sicura che quello stesso vicinato non porti nocumento ai suoi interessi strategici”.
In foto Lorenzo Termine
Coordinatore Redazione e report, Coordinatore Cina e Indo-Pacifico
Lorenzo Termine è dottorando in Studi politici presso il Dipartimento di Scienze politiche di Sapienza Università di Roma dove sta conducendo una ricerca sulle potenze revisioniste nelle relazioni internazionali. Collabora con il Centro di Ricerca Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa Sub-sahariana di Sapienza Università di Roma ed è ricercatore del Centro Studi Geopolitica.info per cui coordina le ricerche del Desk Cina e Indo-Pacifico e l’attività redazionale. È autore di “Tigri con le ali. La politica di difesa post-maoista e l’arma nucleare”edito da Aracne Editrice (2021) e di articoli su riviste scientifiche nazionali ed internazionali.
