Firenze – C’è un luogo magico immerso tra le colline di Firenze opposto a quelle che hanno al centro Fiesole e la residenza dell’Ombrellino di Bellosguardo tanto cara al poeta Ugo Foscolo. Proprio in fondo alla strada, in prossimità della chiesa di Santa Margherita in Arcetri si trovano la villa storica della famiglia Spadolini, accanto,al numero civico 139, quella di Giovanni Spadolini dove oggi ha sede la sua casa-museo e la Fondazione Spadolini Nuova Antologia. A fare gli onori di casa è Cosimo Ceccuti, professore e studioso, che per volontà testamentaria di Giovanni Spadolini, è tuttora coordinatore culturale e attualmente presidente della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia, oltre che direttore della rivista omonima.
Il 12 dicembre 1986, motu proprio, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo ha insignito del titolo di Commendatore della Repubblica per meriti culturali. Dal 1969 al 1994 ,Ceccuti è stato, in ambito storico e culturale, il più stretto collaboratore di Giovanni Spadolini, che lo ha poi indicato nel testamento come segretario generale a vita e coordinatore culturale delle attività della “Fondazione Spadolini Nuova Antologia”, l’istituto da lui creato nel 1980. Della variegata e molteplice attività del suo Maestro, Ceccuti conserva memoria lucida e appassionata.
E così svela il politico Spadolini che risolve controversie internazionali come la “guerra del vino” scatenata dai francesi contro i nostri viticultori, grazie all’amicizia nata a Firenze con François Mitterand appassionato cultore delle vicende di casa Medici. Un’affinità di studi e pensieri nati nella seconda metà degli anni Cinquanta ai tavoli della biblioteca Laurenziana e rafforzatasi all’inizio degli anni Ottanta,quando i due “compagni di studio” si incontrarono in vesti diverse: presidente del Consiglio dei Ministri italiano l’uno, presidente della Repubblica francese l’altro. Il tema del dibattito? “Machiavelli e l’esprit florentin”. O di quando, presidente dell’Università Bocconi,incarico che tenne sino alla sua morte, gli fu chiesto da Michail Gorbaciov in visita a Milano nel 1981 di dar vita a Mosca ad un’università simile a quella milanese. Da uomo delle istituzioni affrontò in qualità di segretario del Partito Repubblicano, il drammatico rapimento Moro sul quale “pesano” oggi alcune carte provenienti da una cassaforte della sua Fondazione. Gli ultimi documenti inediti e segreti, acquisiti dalla Commissione parlamentare di inchiesta, riguardanti colloqui secretati tra Giovanni Spadolini e Francesco Cossiga . Oltre ad una lettera di Cossiga, nota, che ricostruisce l’atteggiamento del Pci immediatamente dopo la diffusione della prima lettera di Moro all’allora ministro dell’Interno. Forte fu anche il senso di scoramento che Spadolini avvertì dopo la barbara uccisione di stampo mafioso a Palermo del generale Dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela Setti Carraro; allora si convinse che la mafia non si poteva estirpare in Italia allo stesso modo del terrorismo brigatista. E di lì a poco infatti fu varata la cosiddetta «legge La Torre», che introdusse con il nuovo articolo 416-bis del codice penale, l’associazione di tipo mafioso. E con essa anche l’istituzione della Commissione parlamentare sul fenomeno della mafia, che «doveva rappresentare un momento di coordinamento e di indagine su un fenomeno che, specie negli ultimi tempi, aveva colpito al cuore le istituzioni».
Di Spadolini, Ceccuti dice che fu «professore all’Università senza essere mai stato assistente, direttore di un grande quotidiano senza passare da redattore, ministro della Repubblica e Presidente del Consiglio mai sottosegretario», indicando così doti brillanti insite in una grande personalità che ebbero modo di esprimersi anche nel giornalismo, a cui Spadolini si avvicinó da adolescente. E così «giornalismo, ricerca storica, politica, furono le tre direzioni alle quali Spadolini rivolse nell’arco dei suoi 69 anni di vita la sua prodigiosa attività, in un intreccio continuo, con una sola anima, come era solito ripetere». Figlio di Guido, incisore e pittore macchiaiolo, e di Lionella Batisti, Giovanni a soli nove anni scrisse il suo primo “libro”, sui personaggi più importanti della storia italiana e poi, a venti anni la sua prima vera opera “Ritratto dell’Italia moderna”. Lo studio appassionato per la storiografia lo condusse appena venticinquenne all’incarico di professore di Storia moderna all’università di Firenze e successivamente, nel 1960, a vincere il primo concorso a cattedra di Storia contemporanea presso l’Università italiana. E nonostante i suoi numerosissimi impegni Spadolini continuerà a dedicarsi ,per tutta la vita, allo studio sulla storia d’Italia e risorgimentale,che rappresentò a suo parere, il momento in cui a rinascere, non fu tanto lo Stato italiano, ma l’Italia intesa come comunità di lingua e cultura, apparsa già dopo l’avvento del volgare e con il contributo di Dante Alighieri.
Non a caso Spadolini, fortemente legato alla storia del Risorgimento italiano, (nella sua villa a Pian dei Giullari è visibile al pubblico una ricchissima collezione di cimeli storici tra cui il più antico tricolore italiano risalente al 1799), celebrò Giuseppe Garibaldi quale spirito laico e democratico, un eroico combattente che unì il Paese e che lui citò tra le personalità più insigni della identità storica nazionale.

L’anno prossimo saranno trent’anni dalla morte di Giovanni Spadolini ma sarà il 2025, l’anno in cui ricorre il centenario della sua nascita, che vedrà Firenze ospitare mostre, convegni e conferenze di studiosi sull’illustre senatore, storico, giornalista e bibliofilo con l’emissione, previo accoglimento della richiesta da parte dell’Ente ministeriale competente, di un francobollo ad imperitura memoria.