Scienza sotto assedio: la disinformazione come arma di potere

L’obiettivo è proteggere interessi economici e politici particolari
A computer screen displaying the word “disinformation” repeatedly in a glitched, distorted manner, highlighting the issue of fake news in the digital age.

Da oltre un decennio, la scienza è oggetto di un attacco metodico e ben orchestrato. Non si tratta di un dissenso spontaneo o di un dibattito legittimo, ma di una strategia costruita con precisione: creare confusione, seminare dubbi, indebolire la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle evidenze scientifiche.

L’obiettivo non è solo ideologico — è economico. Ad esempio bloccare o rallentare politiche di transizione ecologica significa proteggere interessi enormi .

Questa campagna di disinformazione non agisce più solo attraverso i canali tradizionali. È diventata parte integrante dell’ecosistema digitale: reti di siti, account social e “esperti” di facciata amplificano argomenti pseudoscientifici, mentre le vere voci della ricerca vengono sommerse da una marea di rumore mediatico. L’erosione della fiducia nella scienza è il risultato desiderato, non un effetto collaterale.

Parallelamente, il mondo accademico sta affrontando una crisi interna di credibilità. L’aumento di pubblicazioni false, studi manipolati e riviste predatorie ha reso più difficile distinguere la scienza autentica dalla sua caricatura. La corsa alla produttività — pubblicare per sopravvivere — ha creato terreno fertile per la manipolazione dei dati e per la proliferazione di lavori di scarsa qualità, talvolta prodotti con l’ausilio di intelligenze artificiali non controllate.

Così, le debolezze strutturali del sistema scientifico vengono sfruttate da chi ha interesse a screditarlo.

A questa offensiva mediatica si affianca un’altra forma di pressione, più silenziosa ma non meno pericolosa: le minacce e gli attacchi personali contro gli scienziati. Dalle campagne di diffamazione online agli insulti e alle intimidazioni dirette, molti ricercatori che si espongono pubblicamente su temi sensibili — in particolare il cambiamento climatico, la salute pubblica e l’energia — diventano bersagli di una violenza verbale e psicologica organizzata.

Alcuni esempi:

Michael E. Mann (climatologo statunitense): ha ricevuto accuse gratuite, intimidazioni, e un’indagine da parte del procuratore generale della Virginia che mirava a ottenere i suoi dati.  

• Richard Betts (scienziato del clima presso l’Università di Exeter): ha ricevuto minacce di morte dopo aver commentato pubblicamente il riscaldamento globale.  

• Diversi ricercatori di climatologia: un’indagine di Global Witness ha rilevato che circa 16-19 % degli scienziati coinvolti nella ricerca sul clima ha ricevuto minacce di violenza fisica, molestie o attacchi sessuali online in relazione al proprio lavoro.  

• Un caso più ampio: l’episodio denominato “Climategate” presso la Climatic Research Unit (CRU) ha visto furto di mail e intimidazioni contro i ricercatori, con lo scopo di screditarne il lavoro.  

Le conseguenze non si limitano al piano individuale. Questo clima di ostilità potrebbe generare autocensura, inducendo esperti a ritirarsi dal dibattito pubblico e potrebbe scoraggiare le nuove generazioni di studiosi dal comunicare i propri risultati. Così, la scienza perderebbe una parte della sua voce civica proprio quando servirebbe maggiore chiarezza e coraggio. È un effetto collaterale studiato: far tacere la competenza per lasciare campo libero alla manipolazione.

Il risultato è un doppio colpo all’integrità della conoscenza: da un lato, la produzione di “spazzatura accademica” che intossica il dibattito; dall’altro, la propaganda organizzata che trasforma ogni incertezza in sospetto. Insieme, queste forze alimentano l’idea che la scienza sia solo un’opinione tra le altre, e non un processo collettivo fondato su prove verificabili.

Ma il prezzo di questa confusione non è solo culturale. È politico. L’inerzia nella lotta al cambiamento climatico, il rallentamento delle politiche sanitarie e l’incapacità di regolamentare tecnologie emergenti derivano in parte da questa delegittimazione sistematica. Quando l’opinione pubblica è disorientata, ogni decisione basata sui dati diventa più fragile, più attaccabile, più negoziabile.

Resistere a questa deriva significa prima di tutto riconoscere la natura strategica della disinformazione. Non basta chiedere “più comunicazione scientifica”: serve un’alleanza tra ricercatori, giornalisti, istituzioni e cittadini per difendere lo spazio della verità dai meccanismi del profitto e del potere. La trasparenza sui finanziamenti, la responsabilità editoriale e la protezione dei ricercatori dagli attacchi personali sono strumenti indispensabili.

La scienza non è infallibile, ma è il miglior metodo che abbiamo per avvicinarci alla realtà. Distruggerne la credibilità per difendere  modello economici e Interessi particolari  è un atto disgraziato che avrà costi altissimi: dobbiamo restituire alla scienza il suo ruolo naturale: quello di bussola, non di bersaglio.

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