Radio Cina e il tremolio delle macchine da cucire

Lunghe, sporche ed opache vetrate dei capannoni illuminati, vicino gli argini del fiume, indicano che qualcuno già lavora alle macchine per cucire. Mi sporgo un poco, figure chine, sedute, come ombre cinesi, trapassano dall’interno dei magazzini, dai muri di cemento sotto i miei piedi. Esisterà un giorno di festa anche per loro? Vivono, mangiano e dormono lì. Tutti, indistintamente uno sopra l’altro. Questi occhi a mandorla, inespressivi, incapaci di un pensiero compiuto, forse col paziente desiderio del riscatto. Intanto la radio accompagna il lavoro. Nessuno in questo paese vivrebbe in quelle condizioni. Tutte le conquiste sindacali, i diritti umani, qui si perdono. Come una bussola impazzita sul confine del certo e dell’incerto. In Italia, di questo silenzioso mare umano, poco si parla e si scrive. Di questa indecenza, si fa spallucce, perché loro, gli uomini e le donne dagli occhi a mandorla, sorreggono la nostra economia. Non ha importanza che questo. Il resto è vago, non ci appartiene. Vivono di notte? Quaranta mila cinesi nascosti nei capannoni, oltre a quelli ufficiali arrivati qua da una generazione, lavorano e spariscono il mattino, o aspettano in lunghe code, tutti i giorni, davanti alla questura di Prato, il rinnovo e il permesso di soggiorno. Viviamo tempi difficili: a casa nostra è certo che le regole del lavoro non valgono per tutti in eguale maniera. Continuiamo a dirci che questi derelitti, analfabeti, dallo sguardo privo d’ogni orizzonte nei loro occhi piccini e neri, mendicano uno stipendio che a loro è tolto appena il tempo di contarlo fino a duemila. Duemila euro che in buona parte si perde in strade misteriose, tornano in Cina e poi ricompaiono nel nostro paese. Vuote e silenziose sono le strade delle periferie d’Italia, la mattina presto della domenica. Duro il freddo dell’inverno, come le nostre teste, vuote di buon senso. Radio Cina accompagna il tremolio della macchina per cucire, che accumula ricchezza fatta da coriandoli di centesimi d’euro che come gocce di brina scivolano da ogni filo d’erba e si unisce silenziosa all’altra, per formare un rivolo d’acqua che discende il ciglio, sfiora la terra e si raccoglie in qualcosa di più grande per poi scendere in un rio, una gora, che si getta nel torrente e poi nel fiume fino al mare. Perché tutte queste parole, quando sappiamo benissimo che non possiamo fare nulla per fermare questo processo che noi consideriamo degno per la sopravvivenza della nostra economia? La nostra è una società in declino, che può sperare solo nello splendore del suo sistema e modello di vita, per corrompere le giovani generazioni, contro una società arcaica, povera, ma con un’enorme potenza di sviluppo per l’oligarchia che la comanda. Il benessere della vita occidentale, contro i due miliardi di formiche votate al sacrificio e la vaga idea della propria esistenza individuale.  Un paese come il nostro, che ha rinunciato al nucleare, dimenticando di non avere risorse naturali per il proprio sostentamento energetico, contro un paese infinitamente più grande che sta realizzando cento centrali nucleari, compra e condiziona il prezzo del petrolio ed ha la diga più grande del mondo per produrre energia idroelettrica. Dimentichiamo, nell’oblio del nostro futuro i nostri figli, la nostra vecchiaia, che qui viveva un paese, nel bene e nel male con regole riconosciute, ora tradite, per questo inadatte ai tempi, che stenta a credere che il mondo sta cambiando.

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