Quei bambini che muoiono invano

bimboAbbiamo lasciato scorrere qualche giorno, come le ultime onde che si rifrante sul corpicino inerme del piccolo Aylan, per cercare di analizzare, il più serenamente possibile, lo scenario psicologico emerso dalla ridda di commenti su quella tragica foto. Attraverso il quadro di quello scemenzaio umano che chiamiamo facebook.

Andiamo oltre la divisione (ipocrita) di chi ha difeso la scelta del diritto della pubblicabilità rispetto al dovere della decenza. Questioni da esperti di mass media. La stragrande maggioranza delle prese di posizione su un’immagine che ha scosso il mondo (nella società dell’immagine appunto, che i bimbi continuano a morire anche oggi lontano dai flash dei reporter) si è caratterizzata non tanto per l’urgenza di risolvere quelle cause che hanno portato all’effetto sconcertante, cioè l’essenza della fotografia, ma per l’uso strumentale di essa a fini di critica “politica” della visione sociale altrui. Cioè l’apparenza. Come se il simpatizzare per Pd o Lega Nord ti desse una tessera per risolvere conflitti epocali e loro conseguenze. Senza rendersi conto che i problemi sono infinitamente più grandi dei partiti che vorrebbero contenerli.

Com’è difficile oggi, ancor più di ieri, provare a sollevare un dibattito nella “civilissima” Reggio Emilia senza il conforto di posizioni preconcette e una schiera di sostenitori, più o meno forte, pronti ad oliare la tristissima macchina da vuoto della conventicola del poteruncolo di turno. Perché gli orizzonti sono anche peggiorati, se fosse possibile: post-ideologici, ovvero puramente pregiudiziali.

Per tutti costoro, incapaci di pietas anche davanti a quella foto, che si sono erti a giudici delle sfumature emozionali altrui dando vita al più misero dei processi alle intenzioni, incapaci pertanto di compassione, di com-patire, sentire assieme (e in ultima analisi di fare società), Aylan è morto invano. E con lui tutti i bimbi cristiani uccisi per motivi religiosi (non scordiamo mai da cosa scappava quella creatura e la sua famiglia), quelli africani per malnutrizione, quelli asiatici per sfruttamento. Che periscono quotidianamente nell’ordine di centinaia e centinaia. Senza nemmeno (l’inutile) conforto di finire al centro momentaneo della società dell’immagine.

 

 

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