Firenze – “Film poetico e devastante” è la definizione concisa ed adeguata di Jeremy Irons , Presidente della Giuria del Festival di Berlino 2020 nell’assegnare l’Orso d’Oro a Mohamed Rasoulof per quest’ opera di grande contenuto civile, ma anche di arte cinematografica cristallina. Il film ha potuto essere visto nelle sale italiane solo due anni dopo, primavera 2022.
Il regista iraniano come si sa non ha potuto allora ritirare il premio, perché interdetto dalle autorità a uscire dal paese e dal girare film per 2 anni, condannato per “propaganda per conto del sistema occidentale” contro il regime. Lo ha ritirato in sua vece la figlia Baran, splendida co-protagonista del 4° episodio. Ma grandi sono anche gli altri attori principali del film, con interpretazioni tutte vivide e misurate, di notevole scuola.
Da anni Rasoulof , assieme al collega Panahi viene arrestato, condannato e interdetto, e i suoi film non possono essere diffusi nel territorio iraniano. Malgrado ciò l’autore iraniano, per immergerci nei dilemmi che le esecuzioni capitali pongono a tutte le coscienze, non ha scelto i toni della predica declamatoria e retorica contro la pena di morte: lo fa invece con un cinema raffinato che distilla dall’espressività delle sue immagini e dei suoi attori una versione originalissima di quanto Kieslowski ci ha narrato 34 anni fa orsono nell’episodio “Non uccidere” del suo memorabile ‘Decalogo’. E lo declina in quattro variazioni sul tema pari agli episodi del suo There is No Evil (Il male non esiste), adottando, per ognuno di essi , diversi registri stilistici e di genere: nel primo, la cronaca realistica di un padre di famiglia, pingue, servizievole e annoiato diventa alla fine negli ultimi secondi un cupo thriller nell’agghiacciante immagine-rivelazione che all’improvviso ci sbatte davanti; nel secondo, il calvario psicologico di un soldatino di leva, che vuole sottrarsi al suo ruolo di boia, vira poi in un action movie della fuga verso la libertà; il terzo assume toni bucolici e idilliaci, dove tutto è delicato e sfumato, per giungere infine a un’altra terribile rivelazione, che si trasforma -nella scia di dolore irrisolto trascinatasi – in un racconto onirico pieno di simbolismi desolanti e inquietanti, con una natura da luminoso spettacolo ridente, alla fine fosco incubo allegorico; nel quarto poi, il racconto si apre a una dimensione contemplativa nelle alture pianeggianti e assolate di roccia calcarea , dove si consuma l’ esistenza rurale e bandita del protagonista , e la rivelazione del suo segreto, scorre sottile, sommessa e melanconica, alla Kiarostami.
E comunque Rasoulof – nella sua personale declinazione de “il male non esiste” ( o meglio “ di come solo potrebbe essere sconfitto”) – in tutte e quattro le variazioni sul tema, fa cinema allo stato puro: i dialoghi sempre scarni, ridotti all’essenziale, a volte sublimati in monologhi interiori, che leggiamo solo in sottotitoli (in inglese) senza voce off. Prevale allora la potenza delle immagini, l’espressività in sottrazione degli interpreti, divenendo così palpitante esperienza/ erfahrung , sedimentata e persistente.
Nel primo episodio (There is no evil) , Heshmat (Hehsan Mirhosseini) Il boia tecnologico è un buon uomo, pingue, che vediamo per 25’ paziente, gentile, mite, mansueto con la moglie querula ed esigente nel traffico di Teheran, poi al supermercato, accontentare ogni voglia della figlioletta sia per un gelato, che poi per una pizza al tavolo del fast food , fare la tintura alla consorte, assistere amorevolmente la vecchia suocera malata, rammentando comunque a tutte e 3 le sue “donne” le pillole da prendere, e infine salvare un gattino della vicina caduto nel cassonetto dei rifiuti. Poi alzarsi in piena notte al segnale della sveglia, tornare in auto fino alla grande costruzione cinta da mura da cui era uscito all’alba, entrare negli interni, attraversare corridoi degni di una clinica di lusso, essere finalmente nella sua stanza personale (come quella di un medico di turno), avvicinarsi alla macchina del caffè, versarsene una tazza, poi essere attirato da intermittenti luci arancioni sul quadrante della parete, posare la tazza, berne un sorso, prendere dei cachi e delle zucchine, iniziare a lavarli, guardare le luci che ora hanno un’intermittenza azzurrina, e poi rimangono fisse, allora posare su un vassoio le zucchine e i cachi, avvicinarsi al quadrante, guardare calmo dallo spioncino e finalmente premere un bottone e l’occhio all’istante rasoiato da una sciabolata tremenda, clangore sinistro che ci sbalza in un secondo 10 gambe e 10 piedi guizzanti nell’aria un tip tap crudele e insensato, rantoli soffocati mixati a ciabatte cadute al suolo e urine colanti e poi scroscianti. Poi, sottotitolati, solo mozziconi del monologo interiore dell’uomo : “Mi spiace, mi spiace davvero”, “ora non posso più prender sonno” , “ E’ tutto ok , tutto ok, non è successo nulla”, “ sì, ma ora dormirò nella merda… Ma non svegliatemi!”
Nel secondo episodio ( You can do it ) la faccenda diventa più complessa, perché il boia designato Pouya ( Kaveh Ahangar ) non vuole più essere tale, e piange, si dispera e cerca di allontanare da sé l’incombenza, deve accompagnare il condannato che poi , posto ritto sullo sgabello col cappio, penzolerà col collo spezzato dal decisivo calcio al panchetto cui Pouja è comandato. E’ un soldato di leva e la fidanzata fuori che l’aspetta gli ripete al telefono: Tu puoi farlo, io credo in te (Cioè dire no). E allora lui si affanna e coinvolge nell’imminenza della prova i compagni di camerata. E scatta l’empatia, in vario modo, ma quella camerata, alla luce del neon e poi a luci abbassate, si trasforma in un getsemani collettivo, diventa teatro in cui le parole, poche, secche, dolorose, sono contrappuntate da gesti, sguardi dove ciascuno vive la sua parte, a soggetto. E Rasoulof dispone i sei camerati in tre per parte sui letti a castello protesi sul vuoto dell’ orrore che li trapassa come lama rovente : nella sua cruda nitidezza, una composizione pittorica d’una scena fatta di respiri, silenzi e sospiri. Le sequenze poi del condannato ammanettato assieme al soldato stravolto e vacillante, che crolla per vomitare, ricorda un tragitto della croce, solo che qui non c’è un cireneo a sollevare, o un dead man walking che piange, a sentirsi morire è il soldato, e dietro nessuna soccorrevole figura sororale a poggiarti la spalla, ma un cerbero ringhioso pronto a spararti se tu non procedi. Ma alla fine questa passione diventa action movie, il soldatino disarma e lega le guardie , e fugge fuori nella notte dove lo attende la sua ragazza ( Darya Moghbeli) che lo ha incitato con fede incrollabile. In auto cantano felici “Bella Ciao” , nella versione di Milva, quella con le mondine che si liberano del padrone oppressore.
Il terzo episodio (Birthday) è ancora più complesso e pieno di poesia. Sul terrazzo di casa sulla collina con meraviglioso belvedere, avviene tra Javad e il futuro suocero un discorso sui “fiori inutili”, così chiamati “perché nascono sempre, crescono sempre e appassiscono sempre, e poi rinascono tutto l’anno”. E accennano alla filosofia della loro ‘inutilità’ : “ Essi ci dicono: la felicità non ha bisogno di una ragione”. Javad ( Mohamed Valizadegan ) vuole fare una sorpresa alla fidanzata, l’anello di fidanzamento nel giorno nel compleanno di lei. E’ un militare di leva, ha preso apposta 3 giorni di permesso, accettando di fare un servizio delicato. Lo vediamo ora con la fidanzata Nanà ( Mahtab Servati) che intesse una coroncina di rose e gliela pone dolcemente scherzando sul capo. Ma poi Javad apprende all’improvviso con orrore, da una foto gigante che lo fissa beffarda, che il caro amico di famiglia morto in circostanze misteriose e di cui si celebra il funerale il giorno stesso del compleanno di Nanà, è l’uomo a cui ha tolto lo sgabello di sotto proprio 3 giorni prima, per farlo penzolare impiccato. Era comandato a giustiziare un criminale. Lui non l’aveva mai visto, si era guadagnato la licenza premio, né gli avevano dato alcuna generalità del giustiziato. Javad vorrebbe ora scomparire, affogare nel ruscello, implora di esserne inghiottito. Arriva Nanà soccorrevole, gli cambia i vestiti fradici e lo cura la sera, mentre lui le racconta la terribile verità. Nanà decide che i suoi non devono saperne niente, si terrà dentro di sé il tremendo segreto.
Ma da allora un’ ombra cade tra loro. C’è alla fine una situazione onirica in cui Javad si risveglia all’alba, richiamato da una voce misteriosa che solo lui sente. Ma, come nei sogni, c’è stato un salto di tempi e di luoghi. Nanà è partita all’estero per studiare medicina, la voce misteriosa gli dice che può rincontrarla nel boschetto nel luogo in cui c’è un impiccato col cappuccio calato sul viso. Il verde bosco luminoso ridente di fiori e di trilli , è divenuto un incubo bluastro, Javad vi arriva e ritrova tutti i suoi fantasmi, zii e futuri (ex?) suoceri, ma noi non li vediamo. Scorgiamo solo tre figure : Nanà centrale poggiata su una quercia, Javad la raggiunge , ma lei non gli volgerà mai il volto, e lui non oserà vederla e rimarrà afferrato sull’altro lato della quercia, alla sinistra di lei, nascosto come un Cyrano ammutolito che non osa più pronunciare parole d’amore; alla destra di Nanà , ma più in là della quercia, l’impiccato, o meglio un suo manichino. Si parleranno così, separati dalla quercia, senza risentimenti, pacati, ma gelati, mai osando porsi l’un l’altra, Javad nel timore di leggere sul volto di Nanà la delusione, la disillusione, la fine ormai dell’“amore che strappa i capelli è finito ormai. Non resta che qualche svogliata carezza, e un po’ di tenerezza”; sussurrandosi mozziconi di frasi, sul viaggio di ritorno di lei con mai così tanti iraniani incontrati, e di come lei si sia lasciata avvolgere dalla melodia della lingua persiana, come una continua poesia. Poi (“e un po’ di tenerezza”) gli dice che se vuole un giorno leggeranno assieme antiche poesie persiane. Gli aggiunge svogliata che , in fondo lei c’è ancora, e al cenno di lui sulla sciarpa che le ha regalato, Nanà risponde che “era morbida e kidda-cool. Anche se non è comodo portarla sempre”. Poi però si distoglie bruscamente, dice che deve rispondere al telefono che squilla, deve essere suo padre, e risale di corsa per il pendio , hallò gli dice solo, senza mai voltarsi indietro.
L’ultimo episodio ( Kiss me) il più lungo, ha l’andamento contemplativo, lento e solenne e i campi lunghi sullo stile del maestro Kiarostami, nello sfondo dell’ ampia natura d’un altipiano cinto da aride rocce calcaree, con le spighe dorate dal sole, e le musiche suggestive di pianoforte, archi e oboe di Amir Molookpour (autore dell’ intera colonna sonora del film ) formato prima sulle tradizioni persiane, arricchito poi da suggestioni occidentali, studiando anche musicologia all’Università di Pavia. Qui il simbolismo è più classico e si definisce nella figura della volpe che depreda il pollame del protagonista , Bahram , che le lascia comunque sempre acqua e cibo in un punto preciso e indisturbato, e per mantenerlo tale, si ostina a non prendere cani da guardia, né a spararle contro, per “non uccidere un altro essere vivente senza colpa”: “che ne sa la povera volpe affamata della vita delle mie galline ?”; scelta non violenta che invece lui ha fatto consapevolmente già vent’anni prima per non uccidere , comandato, altre vite umane, in uno snodo cruciale per il suo destino, pagando per questo con una morte civile, nell’isolamento su quelle montagne e nel divieto di non avere alcuna licenza, né di medico, né di guida. Bahram (il grande Mohamed Seddighimehr, cui basta un sguardo per dare senso alla scena) ha perso tutto, una carriera di medico all’università, l’allontanamento dal suo mondo borghese, soprattutto una figlia, Darya (Baran Rasoulof ) che alla nascita ha affidato per tutelarla al cognato Mansour , che per la bimba è divenuto il padre ufficiale. Ora Bahram sta morendo per un cancro ai polmoni, e sente l’esigenza di vedere Darya e dirle che il vero padre è lui, e perché ha agito così. Darya ne è traumatizzata, condanna come ipocrita e irricevibile la rivelazione ( “Hai la faccia di dirmi questo dopo 20 anni ?”), vuole partire il giorno dopo. Gli dice che il suo vero padre è quello che l’ha cresciuta, non lui che è solo il genitore biologico. Lui oppone che l’ha sempre pensata e amata, cerca di darle un abbraccio ( Kiss me), Darya si sottrae.
Nell’accompagnamento in auto di Darya all’aeroporto, con la di lui compagna, Bahram ha un’altra crisi , forse un’ emottisi, l’auto si ferma l’uomo ne esce piegato in due , soccorso dalla compagna. Darya è fuori anche lei , guarda e poi volta le spalle, il suo sguardo corrucciato e giudicante ora è fisso verso l’orizzonte. A un tratto un fruscio tra gli arbusti la distoglie e lì davanti , connaturata al grano , arbusti e colori in cui è immersa come parte del paesaggio, la volpe di Bahram la guarda intensamente. Forse Darya ha lì un’altra rivelazione : quella del vero senso profondo del sacrificio del padre naturale, che lei non poteva capire fino allora.
Quell’uomo ha perso tutto, ma non la sua dignità: non si lamenta della sua condizione, né cerca scuse ( “ho sempre fatto solo quello che ho voluto”). Lo vediamo curare e salvare , pur senza licenza, uomini, donne, bambini , sempre pronto ad accorrere e anche a ricevere in casa . Lo vediamo andare a sorvegliare un’altra volta il suo apiario , controllando di volta in volta a che punto di maturazione del miele sono le varie arnie . Le solleva al sole dorato, sono la ricchezza del senso della sua vita. Della sua pazienza. Stoicismo. Dolore sottile, e silenzioso, che accetta come aculeo perenne, e che aumenta ora perché sa di darlo anche alla persona che ama di più al mondo. Ma lui ha scelto di amare cosmicamente anche tutti gli altri, a costo di morire lui, come sta facendo, in quanto non ha diritto nemmeno alle medicine , lui vero terapeuta, che cura, come nell’etimo del termine, anche con l’anima.
L’auto è ferma ora sul ciglio della strada , dove Bahram sta vomitando sangue, la compagna Zaman (Zhila Shahi) assiste come una Marta impotente, e Darya forse capisce ora l’eredità morale che le ha donato silenziosamente il padre in tutti questi anni, in segreto coraggio, come quello di un oscuro Ettore e Sisifo. Fino alla fine. L’inquadratura dell’auto e dei tre , diventa ora un puntino in campo lungo e anche noi rimaniamo lì fermi a chiederci cosa succederà a padre e figlia, e cosa avremmo fatto noi al posto loro. Come la speranza che “il male non esiste” solo se si ha un agire consapevole come Bahram (che afferma “non sentirsi affatto un eroe, ma nemmeno un disertore”) verso valori non negoziabili alle coscienze , come quelli di assumersi sempre la responsabilità delle proprie scelte , perché alla fine nella vita , bisogna rammentarsi che scegliamo sempre noi, senza giustificazioni. You can do it.
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Un’ultima nota last, but not least : sabato 16 luglio, dopodomani, verrà consegnato a Fiesole al Teatro Romano il premio internazionale Fiesole ‘Maestri del Cinema’ , ad Asghar Farhadi , di cui nel precedente pezzo due settimane orsono avevamo analizzato Un eroe. Verrà celebrato con una monografia sul suo cinema a cura di Simone Emiliani e i contributi del SNCCI , sezione Toscana. E presenterà anche il suo, Una separazione, Oscar 2012.
E’ un evento molto significativo e meritato per l’autore, che è il secondo cineasta non europeo , dopo Kurosawa nel 1989, a ricevere tale menzione. Sarebbe bello che questo potesse avvenire in seguito anche per cineasti iraniani altrettanto di valore come Rasoulof e Panahi che invece sono impediti dalle autorità a lasciare il loro paese. Abbiamo un sogno, un wishfull thinking : che tra tutti e tre questi grandi autori iraniani scorra comunque un filo rosso, che si parlino e confrontino, anche in segreto, ma veramente, e che poi assieme pubblicamente dialoghino tra loro e regalino così a tutti noi, un orizzonte di immagini e di sensi sempre più ricco e sfaccettato come le loro poetiche e stili dalle originalità proprie di ciascuno dei tre.