Povertà moderna, la complessa via che riporta al Medioevo

Parla il sociologo Vincenzo Scalia: un problema economico, sociale e morale
Il sociologo e criminologo Vincenzo Scalia

Povertà, residenza, casa, qualsiasi diritto, anche il più sacro, si stempera e si svuota a fronte di quel particolare stato dell’essere umano che è la povertà. Si può ben distinguere fra povertà relativa ed assoluta, fra chi soffre una deprivazione così intensa da mancare del sostentamento fisico e chi subisce la povertà relazionale, affettiva, escludente dal consesso dell’umanità che decide e gode di un benessere sia pure poco più che minimo. Di fronte ai milioni di esseri umani che nel mondo soffrono di povertà, alcune domande sono ineliminabili, come, ad esempio, se si tratti di uno stato connaturato al sistema, se sia possibile cancellarlo o siamo destinati a conviverci, se si tratti, in ultima analisi, di un accadimento di natura sistemica o di responsabilità individuale.

L’analisi di un problema che è al tempo stesso economico, sociale, etico e morale, è stato il fulcro della relazione di Vincenzo Scalia, professore associato Sociologia del diritto e della devianza dell’Ateneo fiorentino. A margine del convegno “Persone senza dimora: un fenomeno in evoluzione” abbiamo incontrato il professor Scalia .

Cos’è la povertà?

“Nell’età premoderna, si parlava di pauperismo nel senso determinato dalla Chiesa, che presupponeva la necessità di occuparsi di coloro che si trovavano in forte disagio secondo il dettame evangelico, e secondo una prospettiva di “buona azione” che faceva salire le “quotazioni” ad esempio, del buon cristiano e le sue possibilità di entrare in Paradiso, di ottenere il perdono dei peccati, ma anche, sempre per i cristiani, offriva la possibilità di imitare Cristo. Ad oggi, in un tempo storico dominato dai consumi, serve una definizione un po’ più complessa. Possiamo quindi dire che la povertà è una condizione di carenza o assenza di tutte le risorse materiali, relazionali e simboliche che caratterizzano una vita decente secondo il senso comune”.

Cosa significa in concreto?

“Semplicemente che non è detto che se qualcuno ha risolto il problema di avere qualcosa da mettere nel piatto o di consumare un pasto caldo o vivere sotto un qualsiasi tipo di tetto ha risolto la sua situazione. La marginalità è anche una questione simbolica e relazionale. Non a caso si parla di povertà relativa. Anche nei quartieri marginali esistono gerarchie: esistono persone che hanno risorse materiali, ma non vengono ammesse nei circoli di maggiore posizione sociale. E’ chiaro che chi vive in condizioni di marginalità non riuscirà a frequentare teatri, a conquistare o acquistare quei segnali anche esteriori di appartenenza che il sociologo francese Bourdier ha definito il “gusto”, capace di discriminare le appartenenze sociali. Quanto questo sia concreto e non una semplice posizione estetica, lo prova l’esperimento degli anni ’50 del governo laburista inglese, che introdusse la storia dell’arte nelle scuole popolari. Il risultato non fu solo il fiorire di artisti concettuali inglesi, ma anche quello della musica pop: Paul McCarthy e John Lennon erano figli di operai che frequentarono la scuola artistica e che operarono la rivoluzione della musica pop”.

In sintesi, povertà relativa significa anche che, pur godendo a livello accettabile di risorse fisiche, non si “sfonda” il gradino del ceto, ovvero non si entra nei circoli decisori?

“In pratica significa essere impossibilitati a inserirsi in contesti che compiono scelte economiche determinanti. Questo aspetto della povertà relativa è un aspetto che caratterizza in particolare la società contemporanea. Ad oggi, specialmente in Italia (ma sta diventando comune anche in altri Paesi) al posto delle politiche di welfare ci si aggrappa disperatamente alla catena familiare di tipo relazionale”.

Abbiamo richiamato la complessità della povertà odierna e la difficoltà di darne una definizione unica. Come si può sbrogliare il concetto?

“La povertà o marginalità è il risultato, come abbiamo visto di diversi fattori. La definizione contiene vari aspetti, dalla povertà dovuta alle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, e quindi la povertà fisica, la mancanza di una casa, l’assenza di poter spendersi nel mercato del lavoro perché non si ha la possibilità di acquisire una professionalizzazione che ti consenta di essere sul mercato del lavoro, l’assenza di accesso alle cure mediche, alla questione morale della povertà, ovvero il suo profilo individuale. Da questo punto di vista, il principio che si sparge sempre di più anche nel nostro Paese è quello della colpa: chi non lavora è perché non ha voglia di lavorare, non sa fare, non gli importa del lavoro. E’ una prospettiva che affonda le sue radici nella mentalità protestante, calvinista, propria della cultura anglosassone, per cui emerge il concetto di colpa individuale. La povertà non è dunque un portato del sistema escludente, bensì una colpa individuale. Tutto ciò è funzionale a una società orientata alla competizione al meccanismo binario dell’inclusione/esclusione. A livello politico, tutto ciò giustifica anche l’introduzione di certe misure del contenimento, della penalità. Il discorso chiuderli in carcere e buttare la chiave ha il senso della rimozione della devianza, e la rilevanza morale finisce per avere anche un rilievo penale”.

Tirando le fila, la povertà è una conseguenza (funzionale) del sistema o una responsabilità individuale?

“Richiamando quanto detto, possiamo concludere tranquillamente che è un portato del sistema. Possiamo fare un esempio italiano: dopo la sconfitta operaia contro la ristrutturazione della Fiat a Torino, la città fu in testa alle classifiche nazionali per tutti gli anni ’80 non solo nelle statistiche della disoccupazione, ma anche di casi di depressione, suicidi, tentati suicidi, divorzi, violenza domestiche, perché la distruzione di un tessuto economico è anche distruzione di comunità, di legami sociali, valori, di una cultura incapace di fronteggiare cambiamenti così dirompenti. Altro esempio, in Inghilterra, negli anni ’80, i suicidi schizzarono all’apice. Alcuni anni dopo, l’Indipendent annota il calo dei suicidi. Cos’era successo? La generazione legata al welfare e al sistema industriale pre-Thatcher aveva affrontato lo shock, e le generazioni successive considerano la precarietà come un orizzonte. Su questo dobbiamo interrogarci”.

Sarebbe dunque ormai diffusa la “logica del precario”. Ma cosa significa e perché riguarda la povertà?

“Oggi si pensa che si possa sopravvivere e gestire il rischio a livello individuale, mentre, dall’altra parte, si veicola l’idea che è responsabilità individuale l’incapacità di collocarsi, di trovarsi una qualsiasi nicchia nel mercato del lavoro. Per farlo, necessitano tuttavia le risorse necessarie: non solo la cultura, non solo i capitali, anche le conoscenze, in Italia qualcuno parla di amichettismo. Un qualcosa su cui non tutti possono contare; se pensiamo ai disoccupati, ai rom, ai migranti, queste risorse sono poche o inesistenti”.

Si tratta secondo lei di un progetto sociale?

“Sì, ritengo che sia un progetto di una società basata sull’individualismo e la competizione, sulla contrazione di certi tipi di lavoro e anche un modello che è sempre più basato sulla necessità di scoraggiare le relazioni, le interazioni; si parla di smart working, di telelavoro, per cui il lavoro viene smantellato e segmentato. E diventa sempre più preda della competizione, come lo stage che magari è offerto a due o più persone, ma “solo uno prevarrà”. Come si fa a creare solidarietà in questi contesti?”

Un punto importante è il riferimento alla cultura protestante, meglio dire calvinista, del merito sulla Terra che corrisponde al merito nei Cieli. Un modo di affrontare la povertà di stampo religioso?

“Se è vero, lo è solo in parte, come dimostrano esempi come il Chapas, o certe sperimentazioni in Francia. Il vero problema è la connessione che esiste fra protestantesimo e cattolicesimo circa l’esistenza dei poveri per condurci ad aiutarli e fare buone azioni. Questa idea di pauperismo incide anche sul disegno del welfare, laddove si parla di Terzo Settore, inteso come insieme di soggetti cui vengono dati in gestione servizi che dovrebbero essere pubblici, beni che dovrebbero essere pubblici e che, attivati, contengono il costo del lavoro, l’utilizzo delle risorse e gestiscono le situazioni di povertà piuttosto che portare avanti un discorso più complessivo di inclusione e integrazione”.

Un altro profilo che lei mette in evidenza è il fatto che sia saltato un passaggio che fino agli anni ’80 sembrava necessario, ovvero il recupero dei soggetti marginali, un recupero che spesso prendeva magari l’aspetto dell’omologazione. Un passaggio che non esiste più?

“La prova evidente di ciò è che l’uso delle risorse ormai va esclusivamente in senso repressivo-contenitivo piuttosto che nelle politiche dell’inclusione e del welfare. In un certo senso, il sistema è tale che “conviene” mantenere un intero mondo fuori dai circuiti della normalità economica, di relazioni e così via, dunque ,mantenerlo “povero”, perché ciò è funzionale al sistema. C’è del metodo in questa follia, in quanto, meno persone sono al tavolo, più sostanziose sono le fette di torta. E comunque, quelli che rimangono fuori dal tavolo servono a giustificarci, perché “noi ce l’abbiamo fatta e loro no”, servono a tenere alta la paura e quindi a legittimare azioni repressive e servono anche a far sentire più buoni i commensali del famoso tavolo perché attivano qualche risorsa in favore dei poveracci”.

Da questo punto di vista, tornando ad esempio alla residenza, viene concessa “a chi se lo merita”, quindi diventa un premio?

“Di fatto, quello che è un diritto diventa sempre più un privilegio. La logica è la stessa dell’assegnazione delle case popolari: “Ai migranti le danno, agli italiani no”. Ma il diritto è per tutti, non è un premio per alcuni. Avendo vissuto tanti anni in Inghilterra, ricordo sempre il dato inglese, che ha visto fino al ’79 il 42% delle residenze essere pubbliche, oggi si parla dell’8%. O è una carità, o è un privilegio dato ai meritevoli. L’idea della meritocrazia, che in Italia all’inizio voleva essere utilizzata per smantellare certi privilegi, si è trasformata, ad oggi, in un nuovo privilegio. Se il diritto diventa privilegio, si apre un nuovo Medioevo: a seconda di chi sei, di come la pensi, degli orientamenti sessuali, dell’origine etnica, si può essere collocati in un determinato ambito, in una nicchia che dà accesso, in maniera disuguale, a un determinato tipo di risorse”.

In foto Vincenzo Scalia

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