Pd vs Coopsette: un tentativo di esegesi

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Fabrizio Davoli in versione cestistica

La “prima” del Pd che attacca duramente un sistema cooperativo fino a ieri strettamente legato ad esso, e nel bel mezzo di una crisi epocale che ha abbattuto gli ex colossi uno ad uno (su cui però lo stesso partito è stato silente), merita un tentativo di esegesi, stante il fatto che l’ermeneutica necessaria a decrittare i papiri emanati dalle quelli sedi è roba da professionisti veri. Oltre che da portatori sani di una invidiabile memoria storica. Perché la gravissima crisi di Coopsette non è solo l’ultimo smacco ad un modello socio-economico che evidentemente non ha retto l’urto col mercato e la modernità ma anche quella di un intero paese, Castelnovo Sotto (come il crac Burani lo fu per Cavriago) e di una provincia.

Nel suo impianto generale ed estremamente teorico, Andrea Costa e colleghi della val d’Enza potrebbero anche avere ragione: Coopsette si è allontanata dalla politica e dalla gente. Che vuol dire tutto e, appunto, niente. Qui il presunto tradimento dei valori cooperativi e la denunciata spinta in avanti dal sapore neoliberista non c’entrano niente. Gli errori “tecnici” del management dell’ex colosso castelnovese non sono dissimili da quelli decisi da altri ex colossi, crollati sui loro stessi basamenti come quello di Rodi.

Quell’allontanamento dalla politica che il comunicato Pd ripete come un mantra quale fulcro attorno al quale far ruotare tutte le colpe del disastro, è da leggersi quale allontanamento da una certa politica, quella appunto del Pd. Sia Donato Fontanesi che Fabrizio Davoli sono stati uomini molto vicini ad Antonella Spaggiari; non è un mistero che negli ultimi anni Coopsette, tra le grandi del sistema coop, si sia progressivamente allontanata dalle dinamiche, diciamo così “automatiche” della Lega delle cooperative.

Arrivando addirittura a sponsorizzare una gara ciclista della Lega Nord e ad appoggiare, più o meno direttamente, le politiche montiane dell’ex sindaco castelnovese Simone Montermini, poi candidatosi nelle liste del bocconiano. E’ solo conoscendo lo strettissimo legame, non solo da quelle parti, tra amministrazione e cooperazione che si inquadra dunque una parte del problema. Tra quelli che hanno portato le coop, da punte di diamante di un invidiabile modello allo stato in cui oggi versano.

Il monito Pd è dunque, in estrema sintesi, non tanto sulla fallibilità e fallacità delle “porte girevoli”; ma sugli sbocchi, a loro modo di vedere deviati, che rischiano di prendere.

C’è però un altro motivo, più interno ai meccanismi fino a ieri scontati nel mondo coop, che ha spianato la strada al Pd nel vergare le critiche. Ovvero quella progressiva sbandierata autonomia dalla Lega (delle coop) praticata a diversi livelli dai cooperatori castelnovesi. Il cui legame con la centrale cooperativa, secondo la visione dei dirigenti di Coopsette che i fatti di questi giorni hanno dimostrato essere totalmente fallace, andava allentato per affermare la centralità dell’impresa rispetto a Legacoop e consentire alla azienda di prendere scelte strategiche senza il condizionamento del ‘movimento cooperativo’. Paradossale adesso risulta il fatto che proprio a quella Lega da cui ci si voleva riscattare, ora si bussi per ottenere un poco di ristoro e compensazione del probabilmente molto alto capitale sociale che andrà in fumo. Il rischio di “privatizzare gli utili e socializzare le perdite” come ha recentemente ammonito Paolo Cattabiani.

Da ultimo, la figura verista emersa nei decenni passati a metà strada tra l’amministratore poliglotta proiettato nel mercato globale e il “sciur padrun da li beli braghi bianchi” motteggiato dalle mondine: ovvero il presidente-padrone “faso tuto mì” lontano dagli ideali cooperativi come da un’ottica efficace di moderna imprenditoria. Non che l’identikit si sia incarnato solo in Coopsette, anzi ma è scontato che quando i nodi dovessero arrivare al pettine, i ritratti di cui sopra mostrano tutto il loro peso caricaturale.

 

 

 

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