Pisa – L’Europa sta vivendo giorni difficili: gli attentati continuano a macchiare di sangue le città, l’ultimo attacco è stato alla sinagoga di Copenhagen e la profanazione del cimitero ebraico in Alsazia qualcosa di agghiacciante. La guerra in Libia sembra ormai vicina, con le ambasciate che chiudono e i tecnici delle aziende che lasciano il paese con mezzi di fortuna, ormai nelle mani dell’Isis. In questo quadro politico il Parlamento italiano è chiamato nei prossimi giorni ad una storica decisione: riconoscere lo Stato della Palestina.
Prima o poi questo passaggio istituzionale doveva arrivare, a dire il vero giungiamo in ritardo rispetto ad altri paesi europei che in questi mesi hanno adottato risoluzioni simili, riconoscendo la Palestina quale stato indipendente e chiedendo la ripresa immediata delle trattative di pace con Israele. La lista degli stati europei è corposa: Svezia, Spagna, Gran Bretagna, Irlanda e Francia. Il dibattito ed il voto alla Camera è in calendario per il 19 di Febbraio, quel giorno capiremo quanto e come è cambiato il sentimento dell’Italia per il popolo palestinese e di riflesso il grado di relazioni tra Roma e Gerusalemme. Attualmente i rapporti tra il governo di Renzi ed Israele sono buoni, non certo come durante l’era Berlusconi, ma sicuramente migliori di quando alla Farnesina sedeva D’Alema, per non parlare poi degli anni in cui Giulio Andreotti guidava e tesseva la rete della nostra diplomazia in Medioriente.
Negli anni ’80 fatta eccezione per i partiti minori quali radicali, liberali e repubblicani lo schieramento politico era apertamente e dichiaratamente filo palestinese. Le tre principali forze politiche DC, PCI e PSI appoggiavano, anche concretamente, la causa palestinese. Craxi, Andreotti e Berlinguer ostentavano pubblicamente l’amicizia con Arafat. Il leader che indossava la kefiah era accolto come un capo di stato in esilio, non c’era politico che non fosse stato immortalato nell’abbracciare fraternamente il futuro presidente palestinese. La sinistra italiana aveva da tempo instaurato un “sofferto e aspro” dibattito con Israele.
La critica non perdonava i pilastri dello stato d’Israele, la sua essenza, il suo essere fondato sia sul sentimento nazionale che su quello religioso. Israele era considerato un’esperienza antitetica all’ideologia dogmatica materialista. In tempi più recenti la caduta del muro di Berlino e soprattutto la guerra in Iraq hanno portato la sinistra italiana a vedere Israele in modo diverso. Sulla scia degli accordi di Oslo il pensiero progressista ha attivato un percorso di “avvicinamento” che è approdato, nel corso degli ultimi anni, alla formulazione dell’idea di equivicinanza tra Israele e Palestina. Purtroppo il dissolversi di ogni qual si voglia minima speranza di un processo di pace tra palestinesi e israeliani ha reso necessario, secondo taluni, cambiare le carte in tavola e provare a smuovere le acque.
L’avanzare della costruzione del muro di separazione, l’occupazione militare della West Bank, il prolificare degli insediamenti colonici, le ripetute e drammatiche crisi di Gaza, il terrorismo e il progressivo radicamento di Hamas nella società palestinese hanno convinto della necessità di formulare e introdurre una nuova strategia internazionale: meno “flessibile” all’indirizzo politico della destra israeliana e decisamente più diretta, invasiva nella questione palestinese. Ed ecco la decisione di promuovere un passaggio diplomatico che suona come una forzatura ai precedenti accordi, seppur motivato dalla situazione di stallo attuale.
Un passo avanti non apprezzato da Israele, uno strappo che il falco Netanyahu rifiuta con forza. Il Primo Ministro israeliano, impegnato in una difficile e decisiva (per il suo futuro politico) campagna elettorale, in questi mesi non ha mancato di far sentire la voce grossa, accusando e, nemmeno troppo velatamente, minacciando i paesi europei che a catena hanno spinto sull’acceleratore per il riconoscimento della Palestina. Nello stesso tempo un appello firmato da 878 personalità israeliane, guidate da Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua chiede che Israele riconosca lo Stato di Palestina e la Palestina quello d’Israele sulla base dei confini stabiliti nel 1967, per così mettere definitivamente fine al conflitto.
In questo effetto domino l’Italia è l’ultima pedina, ma non per questo la meno importante. La questione del riconoscimento palestinese è un tema politicamente sensibile e le varie anime del PD sono divise sul percorso da seguire. La domanda che in molti si fanno in queste ore è da quale parte della bilancia peserà il voto del Partito Democratico: assecondare le richieste di Abu Mazen o quelle di Netanyahu? Tergiversare non sarà possibile e tantomeno utile. Ad oggi il quadro politico raffigura un centrodestra compatto e contrario alle rivendicazioni di Ramallah: NCD, FI e Lega bocciano la proposta di riconoscimento. SEL, PSI e Movimento 5 stelle sono invece favorevoli seppur con distinte mozioni. L’incognita è e resta il PD. Per sapere come intende schierarsi il partito di Renzi, molto probabilmente, ci sarà da attendere l’intervento in aula del Ministro degli Esteri. Gentiloni indicherà la linea di Renzi, del governo e forse quella di tutto il Partito Democratico.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi