Sull’onda del revisionismo inquirente che sta scorrendo alla Procura di Reggio, dai delitti mai risolti del dopoguerra alla raffica di omicidi eclatanti e misteriosi tra gli anni ’80 e gli anni ’90, ecco emergere un altro caso, se vogliamo meno clamoroso nelle circostanze, ma altrettanto originale perché riguarda non solo il corpo di una persona conosciuta quanto discussa in vita ma addirittura le sue ceneri post mortem. Ci sono tutti gli elementi che farebbero la gioia letteraria degli aspiranti scrittori di best-seller noir provocando l’emissione di eccitati gridolini allo sceneggiatore di turno di una trasmissione di Carlo Lucarelli nel ciclo “Muse Inquietanti“.
Parliamo dei resti mortali del critico d’arte Alberto Agazzani, conoscitore e propugnatore d’arte, polemista dalla verve indiscussa e collezionista d’opere a sua volta, che per motivi in questo caso insondabili dell’animo umano ha deciso di farla finita a soli 48 anni la notte del 16 novembre nella sua casa della centralissima via Farini. Al termine di un travaglio biologico e psicologico in seguito ad un terribile incidente accaduto in luglio da cui era semi-miracolosamente scampato avviandosi subito dopo ad un recupero psico-fisico (ma per lui sarebbe stato fondamentale anche l’elemento vitale ed intellettuale) evidentemente mai avvenuto del tutto. Come testimonia chi gli è stato vicino e l’ha amato anche durante le settimane della convalescenza. Agazzani non era più (completamente) lui o non lo era ancora e chissà mai se sarebbe riuscito nell’intento.
Orbene, a cadavere ancora caldo o quasi, ecco spuntare l’ombra di un’inchiesta doppia su entrambi i testamenti olografi (cioè scritti di pugno dal testatore in assenza di testimoni ivi compreso l’eventuale notaio) a beneficio di altrettante persone cui, in diversi momenti naturalmente, Agazzani avrebbe lasciato la sua eredità consistente più che altro in quadri ed altri oggetti artistici di valore non certo museale. L’accusa è di falsificazione dell’atto testamentario. Nemmeno la pausa di poche settimane e si sparge la notizia di una nuova indagine, questa volta a carico di ignoti per “istigazione al suicidio”. Con conseguente necessità di riesumare le ceneri del povero ragazzo alla ricerca di indizi tossicologici in grado di avvalorare la testi del complotto ordito a scapito della sua vita per impossessarsi di non meglio precisati dipinti di talento soggettivo. Insomma Agatha Christie, Arthur Conan Doyle e James Ellroy fanno un baffo. Il clamore, anzi clangore mediatico è assicurato.
Chiosiamo ripercorrendo sommariamente le recenti conclusioni ad oggi citabili dei numerosi altri gialli irrisolti, altamente intriganti e inquietanti poi riaperti sotto l’egida immarcescibile del “chi sa parli“: delitto Pellicelli del dopoguerra a Poviglio conclusosi col ritrovamento di un osso bovino in un campo della bassa; delitto Rombaldi a Reggio nel ’92 terminato con l’assoluzione piena dell’imputato, l’ex vigile urbano Fontanesi; delitto don Barigazzi a Montericco di Albinea nel ’90 con un nulla di fatto se non ulteriore sputtanamento per le presunte debolezze del sacerdote ucciso e i familiari ingenuamente a chiedere udienza dal Papa.
Molto più fruttuoso invece il carnet pubblicistico-televisivo: decine di paginoni sui giornali, titoloni sui tg, comparsate a “Chi l’ha visto” e financo lanci di instant-book sugli scottanti episodi. Restiamo in fiduciosa attesa.