Credo proprio che Papa Francesco abbia tracciato, nell’Udienza dedicata al mondo di Confcooperative dello scorso 28 febbraio, un vero e proprio “manifesto” per i prossimi vent’anni della Cooperazione, in particolare dando (così, con delicatezza li ha definiti lui) alcuni “suggerimenti” per il futuro. Vediamoli:
“Il primo è questo: le cooperative devono continuare ad essere il motore che solleva e sviluppa la parte più debole delle nostre comunità locali e della società civile. Di questo non è capace il sentimento. Per questo occorre mettere al primo posto la fondazione di nuove imprese cooperative, insieme allo sviluppo ulteriore di quelle esistenti, in modo da creare soprattutto nuove possibilità di lavoro che oggi non ci sono”. Le cooperative sono sempre più chiamate ad intervenire laddove l’economia di capitale non interviene più o dove non è mai intervenuta. A pensarci bene, questa affermazione rappresenta da sempre quello che il DNA cooperativo ha sempre avuto in se, dai probi pionieri di Rochdale in poi. Quando la cooperazione si è avventurata in strade che non le appartengono, facendosi eccessivamente contaminare dall’economia dei capitali, spesso ha fallito
“Un secondo incoraggiamento – non per importanza – è quello di attivarvi come protagonisti per realizzare nuove soluzioni di Welfare, in particolare nel campo della sanità, un campo delicato dove tanta gente povera non trova più risposte adeguate ai propri bisogni.” Credo che questo sia possibile se chi amministra ha ben chiaro il concetto di sussidiarietà, e questo, soprattutto dalle nostre parti, è abbastanza complicato. Prevale l’aspetto di politiche pubblicocentriche e ruolo di subalternità e meramente esecutivo del no-profit.
“Il terzo incoraggiamento riguarda l’economia, il suo rapporto con la giustizia sociale, con la dignità e il valore delle persone. E’ noto che un certo liberismo crede che sia necessario prima produrre ricchezza, e non importa come, per poi promuovere qualche politica redistributiva da parte dello Stato. Prima riempire il bicchiere e poi dare agli altri. Altri pensano che sia la stessa impresa a dover elargire le briciole della ricchezza accumulata, assolvendo così alla propria cosiddetta “responsabilità sociale”. Si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell’egoismo delle persone e delle aziende che hanno al centro il dio denaro. Invece noi sappiamo che realizzando una qualità nuova di economia, si crea la capacità di far crescere le persone in tutte le loro potenzialità.” Oggi si tende a pensare che la responsabilità sociale d’impresa, e in senso lato, atteggiamenti filantropici siano la panacea rispetto ai ruoli e compiti del welfare state che, in tempo di crisi, dispone di meno risorse. Affermazione che senza dubbio richiederebbe un serio approfondimento.
“Il quarto suggerimento è questo: se ci guardiamo attorno non accade mai che l’economia si rinnovi in una società che invecchia, invece di crescere. Il movimento cooperativo può esercitare un ruolo importante per sostenere, facilitare e anche incoraggiare la vita delle famiglie. Realizzare la conciliazione, o forse meglio l’armonizzazione tra lavoro e famiglia, è un compito che avete già avviato e che dovete realizzare sempre di più”. Questo argomento, portato tenacemente avanti da donne cooperatrici, non riesca a “sfondare” in prassi condivise da tutte le imprese cooperative, e questo è un limite, perché sono convinto che politiche di conciliazione, oltre a migliorare il “clima aziendale” porterebbe sicuramente ad efficentare anche i processi produttivi.
Nella battute finali un “affondo”sulle cosiddette “cooperative spurie”: “contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione.” Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale delle Centrali Cooperative, senza esitazioni, tema più volte annunciato ma mai perseguito fino in fondo..
Per concludere, un argomento di grande attualità, quello dell’Alleanza delle Cooperative Italiane: “So che da alcuni anni voi state collaborando con altre associazioni cooperativistiche – anche se non legate alla nostra storia e alle nostre tradizioni – per creare un’Alleanza delle cooperative e dei cooperatori italiani. Per ora è un’Alleanza in divenire, ma voi confidate di giungere ad una Associazione unica, ad un’Alleanza sempre più vasta fra cooperatori e cooperative. Il movimento cooperativo italiano ha una grande tradizione, rispettata nel mondo cooperativistico internazionale. La missione cooperativa in Italia è stata molto legata fin dalle origini alle identità, ai valori e alle forze sociali presenti nel paese. Questa identità, per favore, rispettatela! Tuttavia, spesso le scelte che distinguevano e dividevano sono state a lungo più forti delle scelte che, invece, accomunavano e univano gli sforzi di tutti. Ora voi pensate di poter mettere al primo posto ciò che invece vi unisce. E proprio intorno a quello che vi unisce, che è la parte più autentica, più profonda e più vitale delle cooperative italiane, volete costruire la vostra nuova forma associativa. Fate bene a progettare così, e così fate un passo avanti! Certo, vi sono cooperative cattoliche e cooperative non cattoliche. Ma la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Domando: la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Rimanendo solo tra di noi? Vivete la vostra Alleanza da cristiani, come risposta alla vostra fede e alla vostra identità senza paura!
Spero che tutti i dirigenti cooperativi facciano tesoro di questo Magistero, superando vecchi luoghi comuni e vecchi steccati.
