“Noi restiamo risolutamente ostili all’antisemitismo perché contrari a ogni forma di odio razziale a cominciare da quello di cui sono pervasi gli attuali governanti di Israele. E anche in questa occasione vogliamo esprimere la nostra solidarietà e ammirazione a tutti quegli ebrei che dentro e fuori lo Stato di Israele si sono opposti e hanno condannato la condotta del governo israeliano. Ma dovrebbe essere ormai evidente a tutte le persone in buona fede che un governo che cerca di annientare un intero altro popolo e che occupa militarmente un altro paese non agisce certo per garantire la propria sicurezza ma agisce per impedire che un altro popolo, quello palestinese, abbia anch’esso un suo territorio e un suo Stato con il quale convivere pacificamente e agisce secondo un disegno di espansione e di dominio da imporre nella zona più ampia possibile del Medio Oriente”.
Sbaglierebbe chi magari pensasse che il messaggio arrivi da una delle barche della Flotilla che in questi giorni stanno navigando cariche di cibo e oggetti di prima necessità verso Gaza. Una “gita” che Meloni ha appena disapprovato in quanto aiutare gli affamati è giusto, ragiona lei, ma in questo caso, prosegue, ci sono mezzi diversi e più efficienti per ottenere il risultato come quelli, annunzia, che usa il nostro governo. Intervento governativo rivendicato come tanto efficace che poco ci manca che la presidente del consiglio non tenti di convincere l’Italia che i bambini palestinesi sono grassi.
Chi parla è Enrico Berlinguer. Il suo discorso su Israele e Palestina è datato “festa dell’Unita’ di Tirrenia, 19 settembre 1982”. Avviene a ridosso del massacro di profughi palestinesi a Sabra e Shatila compiuto dalle Falangi Libanesi con la complicità dell’esercito israeliano. Lo leggono adesso, a più di cinquant’anni di distanza che sembrano svanire di fronte alla visione moderna e anticipatrice del segretario del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, alcune ragazze e alcuni ragazzi dandosi il turno. Simbolo, la loro giovane età, di un passaggio di consegne dal vecchio al nuovo, dove il passato torna nel presente e nel caso del discorso citato dimostra come la questione Israele-Palestina sia iniziata ben prima del 7 ottobre e come dietro il governo di allora parimenti a quello di Netanyahu ci siano sempre gli Usa.
Testimonianza, anche, le lettura giovanile degli interventi del segretario comunista di allora, dell’attualità di pensiero di un uomo, come Berlinguer, che potrà piacere o non piacere (bastò però il funerale a dimostrare quanto affetto e rispetto si fosse guadagnato), ma che sicuramente resta, ancorché facilitato dallo scarso brillare della classe politica attuale, uno dei politici più stimati e trasversalmente riconosciuti non solo da noi ma nel mondo, uno che considerava la politica non un trampolino ma una missione e un servizio alla comunità, come sottolineano tutti coloro che commentano dette letture. L’uomo del compromesso storico, della trattativa, del dialogo pur nella fermezza delle proprie convinzioni. L’uomo che rifletteva: “Se vuoi la pace prepara la guerra, dicevano certi antenati. Invece io penso: se vuoi la pace prepara la pace”.
Le letture avvengono il 3 settembre scorso, al Mandela Forum di Firenze, nel giorno dell’inaugurazione dell’immensa mostra – non nostalgica ma testimonianza di passione, impegno civile, rispetto dei diritti, difesa della democrazia – su Berlinguer (“Enrico Berlinguer, le parole e i gesti”, è il titolo), visitabile gratuitamente fino al 5 ottobre . Un’occasione speciale, come sottolinea il presidente del Nelson Mandela Forum, Massimo Gramigni, che, insieme a vari altri, ha reso possibile l’impresa: essendo quella fiorentina l’edizione più grande della mostra già transitata da Roma, Bologna, Sassari, Cagliari e sulla via di raggiungere Torino.
Forse la Gaza- riviera, Berlinguer non l’avrebbe mai immaginata ma, tornando al suo intervento a proposito di Sabra e Shatila, Trump sembra davvero prevederlo insieme all’immobilità del resto del mondo di fronte alla tragedia odierna. La storia pare ripetersi e lui sembra avere già individuato allora il massacro di oggi che nessuno ferma.“Due cose sono certe”, disse a Tirrenia. Una, che “Israele si è avvalso dell’appoggio degli Stati Uniti altrimenti non avrebbe potuto agire come ha agito”. E, due, che “la Comunità internazionale non ha fatto niente di sostanzialmente incisivo per fermare l’aggressione e il massacro”. Denunciando anche come già a quei tempi il governo italiano avesse perso “un’occasione di mostrarsi autonomo”: quando il presidente dell’Olp Yasser Arafat venne a Roma, punta il dito il segretario, e l’allora presidente del consiglio Giovanni Spadolini invece di andare lui a incontrarlo manda il ministro degli Esteri.
La pace. La pace è un’altra ossessione per Berlinguer. E non l’abbiamo ancora risolta. Anzi abbiamo rovesciato la questione, facendo della guerra un’ossessione. Berlinguer parla di pace alla manifestazione nazionale sulla medesima organizzata il 17 febbraio 1980, non a caso proprio a Firenze, la città di La Pira, sindaco di pace. “La pace – leggono i ragazzi – è un bene supremo, il bene di tutti”. Per ottenerla bisogna mobilitarsi tutti e insieme: “Una battaglia in cui devono sapersi unire tutte le forze, al di là dalle differenze di classi, di ideologie, di orientamenti politici” . Perché “se è vero che la guerra non è inevitabile è anche vero che non è impossibile”. E sembrano parole pensate anche per un mondo, quello attuale, che scherza con il fuoco senza accorgersi che quel fuoco brucia anche chi si sente al riparo. Quando nessuno è al riparo.
Dice Berlinguer: “Parlo di una nuova guerra mondiale …una guerra che l’umanità non ha sinora mai conosciuto ma che, se mai dovesse conoscere, sarebbe sicuramente l’ultima perché equivarrebbe alla sua fine”. Paragonando nel 1980 le due atomiche di Hiroshima e Nagasaki alle ancora più potenti “capacità di annientamento” delle armi atomiche “adesso in possesso a un numero sempre maggiore di paesi” .Oggi di armi atomiche nel mondo ne girano 15 mila, ne bastano 50 a distruggere l’umanità. Eppure parte la corsa al riarmo, l’Italia aumenterà le spese fino al 5% del proprio pil.
“La corsa agli armamenti – si preoccupava allora Berlinguer – ha raggiunto ormai proporzioni che fanno crescere ogni giorno il pericolo di conflitti armati e portano a disperdere in modo intollerabile le ricchezze”, in un mondo dove crescono le disuguaglianze e ancora milioni di persone muoiono di sottosviluppo, ammoniva lui. Erano i tempi della guerra fredda. Ora le guerre sono calde. Ma già allora Berlinguer esortava al superamento “della politica delle zone di influenza” e dei blocchi contrapposti “in nome della ricerca di una leale e fiduciosa cooperazione”.