Un genio assoluto di quelli che imprimono un corso nuovo alla storia. In questo caso la storia della musica. Lui è Miles Dewey Miles III, nato in una famiglia borghese il 26 maggio 1926 ad Alton, città dell’Illinois affacciata sul Mississippi, figlio di un dentista e di una violinista e pianista originari dell’Arkansas. Lui è per tutti Miles Davis, “uno che davvero ha cambiato la storia della musica più e più volte”.
Parola di Paolo Fresu, trombettista jazz fra i massimi in circolazione sulla ribalta internazionale, che al suo idolo, al mito Davis (“nel 1984 ho rischiato di conoscerlo, mi vergognavo e sono scappato come un ladro” racconta) dedica un concerto spettacolo, Kind of Miles, che da venerdì 9 a domenica 11 gennaio è di scena al teatro della Pergola. Ad affiancare Fresu (tromba e flicorno) sarà una super band, composta da sette fuoriclasse: Bebo Ferra (chitarra elettrica), Christian Meyer (batteria), Dino Rubino (pianoforte e Fender Rhodes), Federico Malaman (basso elettrico), Filippo Vignato (trombone, synth), Marco Bardoscia (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria).
Prodotto dallo Stabile di Bolzano per la regia di Andrea Bernard, il set di parole e musiche ideato da Fresu ripercorre la vita e la carriera di Miles Davis, ma sopratutto i vari pentagrammi che il musicista ha attraversato, esplorato e raccontato dal vivo e in disco, un artista capace di raccontare una storia recente che va al di là della musica e disegna il pianeta attraverso un reticolo di linee che navigano tra gli oceani, tra l’Africa e il mondo.
Figlio di un pastore, nato in Sardegna 64 anni fa, il musicista compositore Paolo Fresu è la voce narrante di un affresco che intercetta sensazioni e motivazioni personali, che per lui sono vere, inesauribili fonti di ispirazioni, ma anche i tratti distintivi di una leggenda la cui personalità (complessa e inquieta, difficile e schiiva) emerge non solo dal suono inconfondibile della sua tromba, ma anche dai tratti intensi e segnati dell’ultimo periodo della sua vita: il volto scavato, gli occhi penetranti che inchiodano lo sguardo, le mani rugose, i graffi che era capace di imprimere alle note, le stratosferiche improvvisazioni che solcavano il suo mood, come quelle inimitabili (indimenticabili) che accompagnano la passeggiata notturna di Jeanne Moreau nel tremore esistenziale del capolavoro di Louis Malle, Ascensore per il patibolo.
“L’intento – spiega Fresu – è quello di ricostruire l’universo creativo e visionario di un artista che ha segnato il Novecento come pochi altri, attraverso il suo mondo sonoro e le sue relazioni artistiche e umane. La formazione musicale adottata per l’occasione è quindi composta da diverse personalità e diversi strumenti, acustici ed elettrici, proprio per sottolineare il percorso discografico e live di Miles sia sotto il profilo del suono che della incessante ricerca”.
Quanto vale un mito, ma soprattutto cosa lascia ai posteri? “E’ difficile oggi individuarne di nuovi – afferma Fresu – i miti attuali nascono e muoiono con la stessa velocità del mondo contemporaneo. Mitico è qualcuno che fa qualcosa di speciale, che esce da un ordinario universalmente riconosciuto. In quest’ottica Miles Davis è un artista ‘mitico’ per antonomasia perché capace di raccontare una storia che supera i confini del suo territorio di appartenenza. Miles è morto il 28 settembre 1991 a Santa Monica in California. A noi ha lasciato non solo un’icona ma un soffio, un anelito musical, un diaframma sonoro che è insieme carezza e stridore”.
Il racconto dello spettacolo procede per tappe e fratture, intervalli e tracce, pulsazioni ed evasioni. Una scrittura intima puntellata da momenti personali, scorci di vita vissuta, stazioni di evoluzione artistica (gli esordi all’ombra del bi-bop, l’incontro con Charlie Parker, l’emersione del cool jazz, i rapporti con gli “allievi” John Coltrane e Bill Evans fino al passaggio alla sfera elettrica da molti inteso come un tradimento) ma anche la comparazione con l’alter ego bianco Chet Baker in un telaio di aneddoti e curiosità, fraseggi e slittamenti tratti dalla corposa letteratura fiorita attorno al suo nome. Per Miles Davis si sono spesi i titoli più vari.
Lo hanno definito “Principe delle tenebre” per quel suo incedere sullo strumento venato di ombreggiature notturne e contrappunti malinconici ma anche “Picasso del jazz” per quella capacità di variazioni e contraddizioni, l’eccentricità della mutazione, dello stile e dell’uso della materia musicale, della sperimentazione e non ultimo per quel suo camaleontico esibizionismo, sia sotto il profilo esistenziale che in termini di pura deontologia estetica.
Dirà di sé: “So bene cosa ho dato alla musica, ma non chiamatemi leggenda. Chiamatemi Miles Davis”. Orario spettacolo: venerdì e sabato alle 21, domenica alle 16. Info 055 0763333.
In foto Miles Davis