Firenze – Lunedì prossimo il Consiglio Comunale di Firenze dovrà discutere un’interrogazione dalla consigliera Cristina Scaletti con la quale chiederà al Sindaco Dario Nardella ed alla giunta di trovare una soluzione che eviti la chiusura del museo di ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema, perché sarebbe un insulto alla memoria di un grande campione e di un simbolo di Firenze.
Non sarà facile evitare questo evento perché la situazione molto articolata e complessa, resa anche difficile in quanto al momento è netta la frattura tra il Comune di Firenze e l’Associazione Amici del museo gestori – anche se dal 2011 ufficialmente “custode” – in realtà dal 2006 quando fu inaugurato il museo. Tra l’altro l’atto costitutivo dell’ente prevedeva che il Comune di Firenze avrebbe assunto la gestione in prima persona dal 2009 (cosa mai nemmeno richiesta).
Palazzo Vecchio che detiene il 65% delle azioni del museo (le altre sono divise tra Provincia di Firenze e Comune di Bagno), ha inviato il 5 febbraio scorso una lettera, a firma Elena Toppino, alla controparte nella quale si indicano tre possibili soluzioni del problema. La terza dice in sostanza che, rifiutate le prime due opzioni, entro il 5 marzo l’Associazione Amici del museo deve lasciare libero l’edificio.
Secondo Andrea Bresci, presidente dell’Associazione Amici del museo, le prime due opzioni non offrono le garanzie necessarie a tutelare il rispetto e le volontà di Gino Bartali. Non è previsto, tra l’altro, un progetto di sviluppo del museo (quello varato da Rosati è inattuabile per mancanza di fondi), né il divieto di utilizzare parti della struttura per attività politiche e per l’utilizzo di ristorazione da parte del Circolo Arci L’Unione adiacente al museo.
Quindi resta, al momento, possibile solo la terza opzione quella che prevede l’Associazione Amici del museo andarsene portando via, naturalmente, tutti i cimeli – 120 sono solo le biciclette di tutte le epoche, quasi 300 le maglie di ex corridori, una biblioteca con 900 volumi, migliaia di pubblicazioni, 750 fotografie, posters, video cassette ecc. – presenti nel museo in quanto, nel rispetto di una sentenza della magistratura, sono proprietà dell’Associazione diretta da Bresci.
Se non interverranno fatti nuovi – a provocarli potrebbe essere proprio l’interrogazione di lunedì al Consiglio comunale di Firenze – il 5 marzo funzionari di Palazzo Vecchio si faranno consegnare dall’ ”Associazione” le chiavi del museo. In quel momento l’edificio dovrebbe essere libero, ma ciò non sarà possibile considerata la notevole quantità del materiale museale da portare via (alcuni scatoloni sono già pronti).
Nel caso dello sgombero dove finiranno i preziosi, in alcuni casi unici, cimeli di Gino Bartali, Gastone Nencini, Franco Ballerini e di tanti altri popolari campioni?.
Sono quattro le soluzioni in esame. Una è quello di sistemarli a Novi Ligure nel museo di Fausto Coppi. Sarebbe una soluzione incredibile, impensabile sotto certi aspetti però esaltante perchè i due grandi campioni irriducibili rivali che con le loro imprese hanno segnato un epoca del ciclismo non solo italiano si troverebbero accanto nel sonno eterno.
Le altre tre soluzioni prendono in esame la sistemazione in una struttura in una città della Provincia di Firenze (sarebbe nella zona di Empoli); un’altra nel museo del ciclismo al Ghisallo e una terza a Cesio Maggiore (Treviso) cittadina nella quale esiste già un museo della bicicletta.
Andrea Bresci sostiene che l’ipotesi di dover lasciare il museo “è molto concreta”. Ma per i fiorentini che, tra l’altro, hanno sborsato due miliardi e mezzo di lire per realizzarlo, sarebbe doloroso, quasi inaccettabile prendere atto che il museo che ricorda la memoria di Gino Bartali, mitico campione, orgoglio e messaggero di Firenze, debba trovare asilo in un’altra città.