Deve aspettare fino a settembre prossimo Giorgia Meloni per entrare nella storia, con il record del governo più duraturo della Repubblica, superando il Berlusconi II (2001-2005), che adesso guida la classifica di longevità. L’underdog’ della Garbatella, la prima premier italiana donna, la prima patriota a guidare un governo di destra con la fiamma tricolore nel simbolo e nel cuore, non può certo rinunciare al primato più importante. Pensava di arrivare alla data fatidica in scioltezza e invece, dopo la bruciante sconfitta al referendum sulla giustizia del 23 marzo e dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran, la marcia trionfale di Meloni si è interrotta, precipitandola in un mare di guai con, per di più, una erosione costante dei consensi che, secondo gli ultimi sondaggi, vedono il centrosinistra leggermente in vantaggio.
Fronte esterno e fronte interno, non c’è pace. Sul primo, la presidente del Consiglio deve gestire non solo la fine dell’idillio con l’amico Trump che l’ha scaricata in malo modo, ma le conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente, particolarmente gravose per l’Italia a corto di risorse energetiche. E se la deve vedere anche con l’Europa che non sembra tenderle la mano concedendo maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio. Il fronte interno è ancora più amaro, gli attacchi delle opposizioni non sarebbero un problema, Meloni ci è abituata, i dissidi dentro la coalizione invece sono più gravosi da ricomporre, con liti sulle scelte economiche, sulle nomine, perfino sulle politiche culturali.
Ma sono i conti a dare al governo le maggiori preoccupazioni, a partire dal debito pubblico che, a marzo, segnava un nuovo massimo storico, con quota 3.159 miliardi di euro. L’ultima stangata arriva dall’Istat che, per aprile, ha certificato un balzo dell’inflazione di +1,1% sul mese precedente e +2,7% sull’anno, cioè un aumento complessivo del costo della vita stimato pari a 1000 euro annui per una famiglia di quattro persone. Ancora, la Borsa di Milano, come del resto altre della Ue, spesso è negativa, venerdì segnava un meno 1,87%. E lo spread, il fiore all’occhiello della premier che si è sempre attribuita il merito di averlo portato ampiamente sotto il 100, è in risalita, l’ultima rilevazione lo dà a 78. Sale anche il prezzo del greggio, a 109, 47 dollari al barile. Un venerdì quasi nero per l’Italia quello appena passato, che ha visto inoltre un’impennata di 17 punti dei Btp decennali e poco conforta che gli altri paesi non stiano tanto meglio, con questi numeri c’è anche lo spettro del rialzo
dei tassi di interesse.
In un così pesante contesto premono le scadenze, la più gravosa riguardale spese per la Difesa: entro fine mese l’Italia deve far sapere a Bruxelles se farà ricorso al Safe (Security Action for Europe), i prestiti comuni garantiti dal bilancio europeo e messi a disposizione l’anno scorso per rispettare gli impegni assunti con la Nato: 150 miliardi in tutto, 15 destinati all’Italia, da impiegare entro il 2030. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è in pressing sul ministro dell’Economia perché sciolga ogni riserva ma Giorgetti, benché avesse dato allora un nulla osta, oggi mostra perplessità, vista la mutata situazione economica: “Non è un contributo a fondo perduto – ha ricordato in Parlamento- sono strumenti di indebitamento che vanno restituiti”, anche se è previsto che lo siano in 45 anni. E’ nettamente contrario invece il ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini che di riarmo non ne vuol sapere e chiede di poter usare quelle risorse per le altre emergenze economiche. Il suo collega degli Esteri Antonio Tajani invece, è per prendere questi soldi, mentre Meloni ancora non decide con nettezza: “Le spese per la difesa restano una priorità”, continua a sostenere, ma ancora più priorità è far fronte all’emergenza energetica.
Altre due scadenze mettono in affanno il governo: il 22 maggio finisce la proroga del decreto che riduce le accise, su cui stavolta è ancora il ministro Salvini a puntare i piedi. Ma servono almeno 340 milioni per un’ulteriore proroga fino al 9 giugno, quando si potrebbe attingere all’extragettito dell’Iva che però, sicuramente, non sarà sufficiente. L’altra scadenza è il 31 maggio, finisce il credito d’imposta garantito agli autotrasportatori che hanno già proclamato uno sciopero di tre giorni, dal 25 al 29, con l’incubo di vedere l’Italia bloccata. E rifinanziare per tre mesi questo credito costa altri 100 milioni, il 22 ci sarà un incontro a Palazzo Chigi con i camionisti e si spera di arrivare ad un accordo.
Giorgetti quindi è in grande affanno, a caccia di coperture e, dentro casa, procede mettendo toppe, con il cosiddetto ‘spezzatino’ per cui si va avanti a passettini, beccando soldi di qua e di là, di proroga in proroga. Fuori casa invece, il ministro dell’Economia e la premier Meloni impostano piani e strategie per battere cassa con l’Europa, invocando flessibilità per una crisi grave e generale che, secondo il governo italiano, va trattata come si fece per l’emergenza Covid, ammettendo un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità. Altra ipotesi da recapitare alle Ue sarebbe la riconversione di parte dei fondi Safe dalla Difesa all’emergenza energetica. Ma Bruxelles nicchia, Giorgetti e Meloni contano molto sulle due riunioni Ecofin in agenda entro metà giugno. Se l’Europa non collabora, si sta facendo strada l’idea di andare avanti in ogni caso, unilateralmente, con uno scostamento di bilancio in deroga al Patto di Stabilità, passaggio che richiede comunque l’ok del Parlamento con voto a maggioranza assoluta. Intanto Meloni continua a confermare “un approccio prudente alle finanze pubbliche”, ma i ministri scalpitano, servono soldi e Tajani nei giorni scorsi ha perfino evocato una manovra correttiva, tabù impronunciabile che fa ricordare tagli, tasse, lacrime e sangue, smentito dal viceministro all’Economia Maurizio Leo: “Di correttivi alla manovra non se ne parla”, ha detto ieri da Assisi, ricordando poi come il governo stia lavorando bene: “Siamo passati da un rapporto deficit-Pil dell’8,1% nel momento in cui si è insediato, al 3,1% di oggi, con risultati importanti sul versante dello spread e del riconoscimento da parte delle agenzie di rating”, elementi che “stanno dando un segnale forte a tutto il mondo dell’economia, non solo nazionale ma internazionale”. Ma ora la ruota ha girato, come si è visto.
La presidente del Consiglio affronta l’emergenza alla sua maniera, con una serie di incontri internazionali “per consolidare rapporti sul fronte energetico”. L’ ultimo è stato l’Europe Gulf Forum, vertice mediterraneo dell’Atlantic Council a Navarino, nel Peloponneso, con Grecia, Malta, Cipro, Finlandia, Qatar, Kwait, i vertici della Bce e del Fondo monetario internazionale. Da qua una Meloni più protagonista del solito ha lanciato un appello a Teheran perché riapra subito lo Stretto di Hormuz e rinunci al nucleare. Al Qatar ha promesso aiuti per ricostruire infrastrutture e la raffineria distrutta, disponibilità che offre a tutti, ricordando che l’Italia è anche pronta a inviare navi per sminare lo stesso Stretto di Hormuz. Insomma, il ponte crollato sull’Atlantico si prova a ricostruirlo fra il Mediterraneo e i Paesi del Golfo.
Con l’America per ora c’è prudenza nel governo, non si vogliono rotture drastiche, ma c’è poco da ricucire, Trump guarda alla Cina e non si occupa dell’Europa se non per sbeffeggiarla, figuriamoci della Meloni che, da parte sua, resta fredda. Ricevendo la settimana scorsa a Palazzo Chigi il segretario di Stato americano Marco Rubio, accorso in Italia per una visita distensiva in Vaticano dopo gli attacchi al Papa del suo presidente, la premier ha parlato di incontro “franco”, aggettivo eufemistico per indicare gelo diplomatico. Poi, più esplicitamente, ha detto: “Entrambi comprendiamo l’importanza del rapporto transatlantico, ma comprendiamo altrettanto bene la necessità di difendere i propri interessi nazionali”. Rubio si è limitato a definirlo “ottimo incontro”, tagliando corto: “Non abbiamo discusso argomenti specifici”. E chissà che cosa si sono detti in quei 90 minuti di faccia a faccia, ben più di quanto previsto.
In patria invece Meloni continua la sua campagna elettorale anticipata, con un presenzialismo sempre più attivo, libero da corazze istituzionali. E’ tornata in Parlamento, che sembra starle stretto ma in fondo rappresenta una sua zona comfort, sa cosa l’aspetta, si può sfogare, mostrarsi risentita e poi andare all’attacco, poi più conciliante, con gli adulatori che applaudono da destra e gli irriducibili che accusano da sinistra. Si è concessa dopo un anno in Senato per il cosiddetto ‘Premier-time’. Ed è scattato il copione, la premier rilancia come sempre il tanto fatto dal suo governo, con i soliti numeri offerti a raffica, su fisco, crescita, occupazione, sanità, tutti a segno più, con l’opposizione che li contesta sistematicamente. La matematica sembra un’opinione nei dibattiti in aula fra governo e parlamento. Non sono mancati neanche stavolta i soliti siparietti, con il senatore Matteo Renzi che sempre regala interventi esilaranti, stavolta con il paragone fra il governo e la famiglia Addams. Meloni risponde all’altezza e non è stato da meno tenendo testa anche a un altro senatore, Francesco Boccia (Pd), che la invitava ad andare a fare la spesa per rendersi
conto di come va il Paese reale. E lei, pronta: “L’ultima volta che ho fatto la spesa al supermercato è stato sabato scorso, se vuole può andare a chiedere… non so quando è capitato a lei. Io non rinuncio a stare in mezzo alla gente”, che le tributa sempre grande affetto, rivendica.
Con lo stesso registro ha ironizzato sulla raffica di domande che le arrivavano dall’opposizione: “Ne ho contate oltre 20 alle quali dovrei rispondere in tre minuti, è un quizzone finale, non un’interrogazione”. Con il senatore Calenda era stato un altro film, lui è intervenuto per primo, sperava di indirizzare il dibattito sulla gravitas del momento, chiedendo e offrendo un confronto al governo e ripescando dalla polvere la famosa ‘cabina di regia’. Meloni aveva teso la mano dicendosi disponibile a collaborare con chiunque lo voglia. Poi ha prevalso il solito copione che prevede anche le grandi promesse: dopo il Piano Casa già annunciato e ridimensionato dagli esperti che lo considerano ampiamente insufficiente, stavolta la premier annuncia una legge delega sul nucleare entro l’estate e un grande Piano strategico per il Sud, con 55 miliardi di investimenti per i prossimi due anni.
Dopo quasi due ore di confronto Meloni è uscita dalla bolla parlamentare, nei giorni successivi c’è stato Palazzo Chigi a impegnarla, con Consigli dei ministri e vertici di maggioranza difficili, in mezzo alle beghe fra i ministri da gestire. Tutti chiedono conto e conti a Giancarlo Giorgetti, anche l’Europa che vigila sulle scelte italiane. Ma lui, il ministro dell’Economia ancora non si sbilancia. La sua ricetta? “Quando il paziente ha la febbre il medico deve restare lucido”.