Manovra: continua lo smontaggio del Servizio Sanitario nazionale

Opposizione debole e poco credibile, cittadini sfiduciati

Il nostro sistema sanitario è arrivato stremato all’appuntamento con la pandemia. Debilitato da anni di continui tagli, di blocco degli organici e di attacchi al servizio pubblico. E di riflesso si era levata una prepotente, unanime, richiesta «Mai più tagli al nostro Servizio sanitario nazionale!». Si era ipotizzato un investimento di 30 miliardi di euro per rimettere in piedi il settore che con la pandemia aveva dimostrato essere il punto di maggiore fragilità del sistema, quello dei servizi territoriali. Ma a questi, alla fine, arriveranno solo briciole dalla torta del PNRR e quasi niente per il personale. A proposito di personale, non è stato rimosso neppure il vincolo che, dal 2011, impediva alle Regioni  di spendere più di quanto esse avevano speso nel 2004 (meno 1,4% I Governi Conte/Draghi hanno di fatto eliminato la sanità pubblica dal tetto delle priorità).

Con il Governo Meloni la musica non cambia, la tendenza si conferma e, per alcuni aspetti, si accentua. Il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2023 e sul bilancio pluriennale per il triennio 2023-2025 non comporta, come evidenziato da molteplici fonti fra cui l’Ufficio parlamentare di Bilancio, alcun potenziamento del servizio sanitario. Anzi, diciamolo chiaramente, questo provvedimento si colloca in uno scenario complessivo di smantellamento del nostro SSN; la metafora della rana bollita, cioè di un indebolimento lento affinché non emerga consapevolezza e contestazioni, sta oltrepassando velocemente (o lo ha già superato?) il punto di non ritorno. Questo non solo perché il finanziamento nel 2023 in termini assoluti cresce solo di 526 milioni rispetto al 2022 (a fronte di un aumento di spesa, stimato dalla FIASO, di 500 milioni solo per il caro energia), ma, per quanto si delinea per il successivo biennio, prevedendone una riduzione in termini assoluti, che porta il finanziamento al 6.1% rispetto al Pil.

Si conferma così la collocazione del nostro Paese nettamente al di sotto della media europea – fanalino di coda, assai distanziato, dei Paesi del G7 di cui fa parte – sia in termini di spesa pro capite che percentualmente rispetto al Pil. “Si ripropone quindi il gap mai risolto – afferma la Corte dei Conti – tra le risorse dedicate nel nostro Paese al sistema sanitario e quelle dei principali partner europei. Una differenza resa più grave dagli andamenti demografici; […] rilevanti i fabbisogni di personale riconducibili a carenze strutturali e, in prospettiva, alla riforma dell’assistenza territoriale” (Corte dei Conti: Audizione sul bilancio di previsione dello stato per l’anno finanziario 2023 e bilancio pluriennale per il triennio 2023-2025 dicembre 2022).

Il problema più drammatico per la tenuta del nostro SSN è rappresentato pertanto dalla carenza di personale medico e infermieristico. Per quest’ultima categoria di professionisti stiamo andando verso un record negativo a livello internazionale (6.6 x 1.000 abitanti rispetto a una media OCSE di 8.6) e con un rapporto infermieri – medici assolutamente anomalo.

Si assiste inoltre a fughe di medici e infermieri verso la sanità privata e verso gli altri paesi, in particolare dai settori più usuranti (e che si prestano in misura minore ad attività libero professionale), quali terapie intensive e il pronto soccorso. Le ragioni sono molteplici: l’assoluta cecità dei governi degli ultimi decenni nel programmare la formazione dei professionisti; la ridotta progressione di carriera; l’età media avanzata; i livelli stipendiali fra i più bassi d’Europa sia per medici che per infermieri, anche rispetto a paesi quali Spagna, Polonia, e perfino, (extraeuropeo) la Turchia!  A fronte della situazione di collasso dei pronto soccorso il Governo ha messo in atto un provvedimento urgente: un incremento della indennità di pronto soccorso che sarà attivato… nel 2024 (sic!).

Tuttavia è il quadro complessivo della politica di welfare che configura questa legge di bilancio come un tassello nella strategia di attacco all’universalismo in sanità. Strategia contro la quale i partiti “di sinistra” attualmente all’opposizione non hanno certo eretto, durante il passato decennio adeguate difese, né sul piano normativo né su quello della cultura politica. Da ciò ne deriva una perdita di credibilità non facilmente e rapidamente recuperabile, incapaci di “approfittare” durante la “stagione pandemica” del diffuso favore della opinione pubblica che ha espresso grande apprezzamento verso il nostro Servizio sanitario nazionale e conseguente disponibilità a sostenerne il suo strutturale rafforzamento.

I fattori che, nei programmi delle attuali forze di maggioranza rappresentano fattori di indebolimento del welfare e della sua componente sanitaria, sono molteplici:

  1. L’autonomia regionale differenziata, normativa barattabile, nel quadro dei rapporti fra le forze politiche che sostengono il governo, con il presidenzialismo; si intravedono così norme di autonomia regionale che risultano eversive rispetto al Servizio sanitario nazionale: una maggiore autonomia legislativa, amministrativa ed organizzativa in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi che darebbe l’avvio a una equivalenza fra pubblico e privato; la richiesta di contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del SSN;  una autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività  libero professionale mettendo così in atto una concorrenza fra Regioni con la fine della contrattazione collettiva a livello centrale e l’esistenza degli stessi sindacati su base nazionale.
  2.  Il trattamento fiscale previsto dalla legge di Bilancio indebolisce ulteriormente gli incentivi a lavorare nel SSN, favorendo in misura rilevante forme professionali a partita IVA (per le quali si prevede una imposta forfettaria al 15% fino a 85.000€); in tale categoria rientrano anche i cosiddetti medici gettonisti che operano all’interno delle strutture ospedaliere!
  3. L’assenza di qualsiasi ipotesi di ridefinizione della formazione dei Medici di medicina generale e del loro rapporto con il SSN, finalizzato a un loro adeguato inserimento – anche in termini convenzionali – nei Distretti e nelle case di Comunità.
  4. L’evidente intento di ridiscutere il PNRR su alcuni punti specifici, non solo e non tanto per le difficoltà connesse all’incremento dei costi di realizzazione delle strutture previste (Case e Ospedali di Comunità), ma per la diffusa opposizione alla loro realizzazione, come dimostra la dichiarazione del Sottosegretario alla sanità Marcello Gemmato al congresso SIMMG:  “Le Case di Comunità non soddisfano l’esigenza di sanità territoriale di cui oggi abbiamo bisogno”; affermazione che  ha subito trovato l’approvazione del segretario generale della Fimmg.

    L’articolo completo su https://www.saluteinternazionale.info/2022/12/attacco-al-ssn-svegliamoci/
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