Firenze – Concettuale provocatorio eccentrico iconoclasta, Romeo Castellucci ha legato il suo nome di regista drammaturgo alla Societas Raffaello Sanzio, la compagnia nata nel 1981 a Cesena ad opera di due giovanissime coppie di fratelli, Claudia e Romeo Castellucci da un lato, Chiara e Paolo Guidi dall’altro. Una storia di famiglia cresciuta nel tempo fino a fare dei Castellucci un marchio di “estremismo” teorico ed espressivo in rotta con la tradizione ma anche con l’avanguardia e la sperimentazione. In particolare Romeo Castellucci opera con fantasia dissacratoria una radicale risignificazione del teatro degli elementi della visione della figura. Il passaggio alla regia lirica è un naturale approdo. Il terreno operistico è un pozzo senza fondo. Dove tutto può essere indagato e messo in luce.
L’opera, il melodramma, amplia il confine della messinscena, dà conto di un potenziale inaudito, concedendosi al respiro della “frantumazione” che supera tempi ed epoche per farsi esplorazione delle contraddizioni che attraversano il mondo contemporaneo. Ormai Romeo Castellucci è un pilastro della regia lirica. Icona di originalità, fantasia, eccesso, emergenza, rottura di schemi e sintassi, ma sempre a stretta dipendenza e in dialogo logico con la partitura che la sottende. Il suo stile ridisegna, anche in maniera sfrontata, i margini di manovra, una sfida ai limiti del “compatibile”, ma senza tradire, o stravolgere gratuitamente, l’emotività e la congruità della base musicale.
Amato in Europa (presenza costante al Festival di Salisburgo che lo ha eletto a divo) Castellucci sconta una resistenza da parte dei nostri enti lirici. Sono poche le sue presenze nei relativi teatri. Balza quindi come occasione da non mancare questa Matthäus-Passion, oratorio composto nel 1727 da Johann Sebastian Bach e mai eseguito nel corso delle stagioni del Maggio. Che ora, commissionata nove anni fa dalla Staatoper di Amburgo e recentemente rimontata a Lisbona, saltata la prima di ieri causa agitazione sindacale e cancellato l’originario collocamento nel retropalco, col pubblico situato allo stesso livello dei musicisti, causa all’ultimo momento l’inagibilità dell’impianto, domani alle 17 e domenica alle 15,30 è in programma nella sala grande del Teatro del Maggio, secondo il consueto schema: pubblico seduto in platea, azione e rappresentazione in palcoscenico.
Sul podio, alla guida dell’Orchestra, del Coro e del Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio, sale Kent Nagano. Con Castellucci che firma regia, costumi e luci, spiccano le voci di Ian Bostridge, Anna El-Khashem, Suji Kwon, Iurii Iushkevich, Krystian Adam, Edwin Crossley-Mercer, Thomas Tatzl, Gonzalo Godoy Sepúlveda.
La Matthäus-Passion cadde nell’oblio dopo la morte del compositore. Poco più di un secolo dopo, fu Felix Mendelssohn a riesumarla e a eseguirla in concerto a Berlino nel marzo 1829. Monumento alla confessione religiosa e alla religiosità che pervade l’anima umana, la Matthäus-Passion colpisce tanto per la sua architettura colossale (che prevede solisti, un doppio coro e una doppia orchestra) quanto per la forza espressiva del linguaggio musicale. Il testo, approntato da Picander (pseudonimo del poeta Christian Friedrich Henrici), prevede una nutrita schiera di personaggi. Ai ruoli principali di Gesù, l’Evangelista (a cui è affidato il compito della narrazione), Pilato, l’ancella, si affiancano altre figure come Giuda, la moglie di Pilato, Giuseppe d’Arimatea, la figlia di Sion, ancelle, testimoni, soldati. Colonna portante dell’opera, articolata in due ampie parti, sono i corali che Bach usa secondo precise esigenze espressive. Arie e ariosi, momenti di meditazione e contrizione, fanno invece da contraltare alla narrazione sofferta dei recitativi, dove è accentuata la componente umana del dramma della passione di Cristo ritratto in tutto il suo dolore di uomo.
Secondo il suo stile Castellucci dissemina la scena di simboli e intrecci fra la trascendenza del racconto biblico e le esperienze di vita e di morte evocate attraverso la sua personale visione della contemporaneità. In questa alternanza di presenze e raffigurazioni, che tratteggiano le forme di una vera e propria “installazione visiva”, a muoversi in un’assonanza di candore bianco su bianco, sono le “cose” di tutti i giorni, oggetti di uso comune, altri inconsueti, alberi, la carcassa di un autobus, un teschio, piatti dove alcuni moribondi hanno consumato l’ultima cena, uno spazio abitato dai cittadini, dai lavoratori, membri dell’associazionismo e da tutta la comunità fiorentina (sportivi, medici, infermieri, vigili urbani, operatori sanitari) perché ad essa appartiene, per diritto “logistico”, secondo Castellucci, la natura sacrale dell’epifania che si compiendo e consumando sulla scena.
“Le azioni eseguite dagli artisti – dice Castelluccci – sono limitate: tutti i partecipanti umani nello spazio performativo, siano essi coinvolti in azioni specifiche o impegnati nell’allestimento e nello smantellamento di oggetti e installazioni, agiscono con la massima moderazione gestuale e facciale. Sembrano evitare ogni espressione umana visibile di dolore, sofferenza, compassione o altri stati emotivi. Lo spettatore è lasciato interamente in balìa della propria percezione soggettiva e alla sua interpretazione di quanto accade davanti ai suoi occhi”. E allora, per aiutare nella lettura di quanto accade sulla scena, al pubblico onde permettere un migliore orientamento, viene distribuito un piccolo libretto che illustra tutte le stazioni in sequenza con la loro struttura.