Firenze – La Lucrezia Borgia di Gaetano Donizetti sui nostri teatri non è titolo ad alta frequenza. Firenze non fa differenza. Al Maggio per vederla, prima di oggi, bisogna risalire indietro a più di 45 anni fa, al 1979. Protagonista fu Katia Ricciarelli (in alternanza con Leyla Gencer) affiancata da Alfredo Kraus, sul podio Gabriele Ferro mentre Giancarlo Sepe firmava la regia e Raffaele Del Savio le scene.
Per questo nuovo allestimento (in coproduzione con il Teatro Lirico di Cagliari) il Maggio si affida alla bacchetta di Giampaolo Bisanti e al disegno di Andrea Bernard (scene Alberto Beltrame, costumi Elena Beccaro, luci e video Marco Alba). A brillare su tutti nel ruolo principale è la voce di Jessica Pratt (al suo debutto nel personaggio, impreziosendo così il suo repertorio con un altro debutto dopo quello di Norma andata in scena la scorsa primavera) ben coadiuvata da Mirco Palazzi, René Barbera, Laura Verrecchia.
Tratta dall’omonima tragedia di Victor Hugo su libretto di Felice Romani, l’opera debutta alla Scala nel dicembre 1833. La fama di donna spietata e corrotta, assetata di sesso e potere e potere, circonda da sempre Lucrezia Borgia. Ma già negli anni Trenta, Maria Bellonci nella biografia dedicatale, ne aveva messo in luce le contraddizioni e le debolezze di donna, sì avviluppata nella rete del machiavellismo e della corruzione papale dell’epoca, una femme fatale ante litteram senza scrupoli, ma anche di vittima della ragion di stato, madre fallita e tormentata, tradita nel suo diritto naturale.
Da questa doppia “verità” parte la raffigurazione scenica e l’imprinting morale dello spettacolo in scena fino a domenica prossima 16 novembre. Bernard che aveva già affrontato Lucrezia nel 2017 a Bergamo (la casa di Donizetti), traduce la distorsione etica della protagonista in un ambiente che da fisico (il trasferimento dal Quattrocento all’Italia dell’immediato dopoguerra e da Ferrara a Roma è forzata ma se vogliamo coerente con lo spirito di un esasperato dinamismo concettuale che anima le regie operistiche contemporanee) diventa vieppiù mentale.
Sfruttando l’operosità scenografica del palcoscenico del teatro, che finalmente può esibire tutto il potenziale tecnico espressivo di cui è dotato (ancorché guastato da qualche cigolio di troppo) Bernard definisce una sorta di montaggio “cinematografico” in regime di dissolvenza, che utilizzata al meglio l’ampio dosaggio spaziale consentito dalla piattaforma girevole, all’inseguimento di ambienti uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, fornendo, fra ombre incombenti, oscurità imperanti d’animo e di corpo, opprimenti presagi e squarci di luce dal sapore metafisico, la controversa personalità di Lucrezia, l’accorato bisogno di ridefinire il suo status, psicologico prima che sociale, spirituale prima che passionale.
Siamo nell’Italia del pontificato di Pio XII. La Dc esce vincitrice dalle elezioni del ’48, le prime della nuova Italia repubblicana, e l’intreccio fra politica e religione è un ammasso di sfide, un groiglio di equilibri traumatici, offese e difese, illusioni e perdizioni, un bel coacervo di ammissioni e dimissioni, intrighi e sgambetti, fede e speranza con poca carità. Un palcoscenico di penitenza, corruzione e fervore politico. Dal Rinascimento a oggi poco è cambiato. Lo spazio scenico, dunque come annota lo stesso Bernard, con qualche punteggiatura di troppo (vedi le insopportabili culle rovesciate, a monito e delirio) è concepito come un “labirinto” dove la mente di una Lucrezia, ambiziosa e truce, si smarrisce tra potere e desiderio, tra colpa e amore.
Dal punto di vista musicale Bisanti ci avverte che la partitura include tutte le modifiche e le correzioni che Donizetti fece nel corso del tempo, nonché i tre finali alternativi dell’opera. “Lucrezia – sottolinea – è un’opera che all’epoca della sua composizione sperimentò molto di quello che poi si sentirà nei decenni successivi, nonostante l’ostracismo della critica di allora che sottolineò l’assenza di arie soliste al suo interno. Da un punto di vista orchestrale posso affermare che non andiamo incontro a particolari difficoltà tecniche; è un’opera in cui l’orchestra è sempre presente e sostiene in modo pulito il canto e i suoi sviluppi. Quello che risulta complesso, in questo tipo di repertorio, è trovare le giuste logiche e il giusto impianto drammaturgico nel rigore ritmico”.
La direzione di Bisanti è disciplinata, leale. Solcata da cautele. La compagnia di canto assolve il compito. Con Pratt che vola alta e alata, lirica e idealistica e perentoria quando ha da esserlo. Si distingue poi per limpidezza di impianto e coloritura di timbro Laura Verrecchia en travesti nel ruolo di Maffio Orfini. Meritato successo da un quasi tutto esaurito, trionfale per Pratt e Verrecchia non offuscato da qualche robusto dissenso (almeno alla prima) per l’equipe (nessuno escluso) che ha firmato l’allestimento.