Maggio: come valorizzare i Pescatori di Perle, opera tutt’altro che minore di Bizet

Merito della regia di Wenders, del cast e dell’orchestra e del coro del teatro fiorentino

C’è tutta la preziosa eleganza, la rarefatta bellezza espressiva, la affascinante sintesi narrativa tipica del suo cinema (vedi su tutti l’ultimo Perfect Day, complice la cultura nipponica) nella regia che Wim Wenders, nell’impronta stilistica che il regista tedesco (gli facciamo gli auguri per i suoi ottanta anni) ha voluto dare a Les pêcheurs de perles, l’opera di Georges Bizet che ha aperto la stagione autunnale del Teatro del Maggio.

Lo spettacolo arriva dalla Staatoper Under den Linden di Berlino dove ha debuttato nel 2020. Ed è stata una felice, davvero meritoria intuizione averlo portato sulle nostre scene. Fra tanta bagarre che spesso accompagna gli allestimenti lirici, marcati da acuto barocchismo fine a se steso o da eccessi simbolici o ancora da aggiornamenti ambientali che ne mortificano spirito evocativo e respiro armonico, Les pêcheurs di Wenders (ripresi nella trasferta fiorentina da Derek Gimpel) vivono di una densità astratta e purificata tutta loro, immediatamente comprensibile, appena mediata, e come custodita, da suggestivi minimal tocchi sceno illuminotecnici (vedi il sipario marino, onda su onda, che si stende agile e furioso, seducente come il canto di una sirena che si immerge e fa emergere i profili della storia) e da precise temperature spazio tempo che fotografano gli stati d’animo, esaltano l’impianto descrittivo, illuminano il paesaggio emotivo di questo rudimentale dramma sentimentale.

Spiega Wim Wenders: “Quest’opera ai miei occhi (o piuttosto alle mie orecchie) è ingiustamente poco eseguita: il mio desiderio era dunque quello di ‘esporre’ la storia il più possibile e di raccontarla in modo da indurre o incoraggiare lo spettatore all’ascolto attraverso tutti i nostri mezzi. Ho visto spesso opere in cui c’era sempre qualcosa da vedere, così che guardare diventava più importante che ascoltare. Non volevo che il pubblico uscisse ricordandosi di aver visto qualcosa di grandioso; volevo lasciare la sensazione di aver ‘scoperto’ questa musica e soprattutto che sia stata la musica a raccontarvi la storia. Bizet ha realmente creato con la sua musica un mondo a sé”.

Tutto ciò ovviamente non sarebbe possibile senza il contributo di un quadro vocale orchestrale direttoriale all’altezza. Così è stato e di certo questi Pêcheurs che arrivano di rado sui nostri palcoscenici (al Maggio una sola volta prima di ora, nove anni fa, nel febbraio 2016, inconsciamente oscurati da Carmen) restano fra le cose più nobili che il teatro fiorentino ha proposto negli ultimi anni. Sul podio, puntuale e essenziale come la messinscena, appariva la direzione di Jérémie Rhorer, mentre cospicue e avvolgenti, generosamente applaudite dal pubblico che affollava la prima in Sala Grande, risuonavano le voci del quattro protagonisti: Hasmik Torosyan nella parte di Léila, Javier Camarena nei panni di Nadir, Lucas Meachem in quelli di Zurga e Huigang Liu nel ruolo di Nourabad.

Infine, una menzione  speciale merita il coro, eccellente come sempre e drammaticamente partecipe come non mai, istruito da Lorenzo Fratini. La vicenda di questi pescatori/peccatori è semplice che più semplice non si può. Siamo davanti a un classico triangolo amoroso, immerso però nelle lontananze esotiche dell’isola di Ceylon, il clou di quel vagheggiato orientalismo all’epoca (Les pêcheurs debuttarono nel settembre 1863) di gran moda nella cultura cosmopolita francese, esaltate poi dalla pittura “polinesiana” di Paul Gauguin. Il libretto di Michel Carré e Eugène Cormon si destreggia fra Léïla, sacerdotessa di Brahma, amata sia da Nadir, sia da Zurga, capo dei pescatori a lui legato da lunga amicizia. Ma Léïla ama Nadir.

Che fare? Zurga sarà costretto a sacrificare i propri sentimenti rinunciando sia alla donna desiderata che all’amico fraterno. Alla prima al Théâtre Lyrique di Parigi la critica non perdonò agli autori la povertà del libretto ritenuto, non a torto, banale e privo di originalità. Ma il giovane Bizet non si fece condizionare e nonostante l’inesperienza e un copione  francamente di second’ordine riuscì a realizzare una dispendiosa partitura, un fascinoso reticolo musicale ricco di ritmi insoliti, languide armonie e preziosità timbriche che magistralmente evocano quel misterioso Oriente di cui sopra.

Ricordiamo che nell’occasione al cinema La Compagnia (via Cavour) si sono ri/visti tre titoli fra i suoi più mitizzati e iniziatici: Falso movimento del 1975, Nel corso del tempo del 1976 e L’amico americano del 1977 (quest’ultimo è ancora in programma lunedì 22 alle ore 18). Da parte loro I pescatori ingranano le loro vicende per l’ultima replica martedì 23 valle ore 20.

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