Il discorso di Pierluigi Bersani a Festa Democratica potrebbe segnare la fine di un progetto su cui a lungo s’è lavorato nelle segrete stanze: il compromessino storico con l’Udc per la guida del paese nel 2013. Mentre Pierferdy si affrettava a comunicare al mondo da Chianciano che Monti è l’unico salvatore a cui la patria possa appellarsi di qui al 2018, in un trionfo di ministri para-tecnici tutti scialbi come i vecchi burocrati Dc, Bersani dal Campovolo lanciava la sua utopia socialdemocratica, divergente in modo totale dai presunti piani delle bianche balenottere casiniane.
Il segretario del Pd, opportunamente lasciati giù dal palco i dinosauri come D’Alema e Bindi, ha però ritirato fuori formule che sembrano giurassico puro: tipo “allargare la base produttiva”, frase che ha toccato il punto G di tanti militanti in platea ancora con il pugno rigorosamente alzato. E d’altra parte, come ha opportunamente sottolineato qualcuno, Bersani è partito da un “cari democratici” e ha finito con un “cari compagni”. Certo forse meglio morire hollandiani che andare in giro a dire che l’Italia spende poco per gli armamenti, come ha fatto l’ultimo D’Alema: meglio cazziare i poteri forti, finchè si può, ricordando che non hanno la “licenza di uccidere”, piuttosto che andare perennemente a Canossa da tutti i poteroni tradizionali per farsi perdonare il peccato originale di essere di sinistra in paese che ancora rimpiange ovunque Mussolini. Almeno, questo a parole Bersani lo ha fatto. Ma il punto è un altro. Il suo programma basato sul lavoro, sull’allargamento dei diritti civili, sulle mazzate fiscali agli straricchi, interessa ad abbastanza persone in Italia per poter fare a meno del sostegno del sancta-sanctorum catto-finanziario oggi transitoriamente rappresentato da Casini? Ce la farà Bersani senza “avere una banca?”. I sondaggisti, nuovi accertatori delle verità della politica, scommettono di no.
E per questo Mario Monti si appresta, da tecnico non votato, a governare dopo le prossime elezioni finite senza un vincitore. Con i voti in parlamento di tutti gli sconfitti, finalmente rappresentativi.
