Solo per citare i primi due che baluginano in mente ad urne statunitensi ancora calde e che pontificano da mesi, forse anni, pressoché quotidianamente su importanti organi di informazione, il giornalista Luca Ricolfi sul Sole 24 ore ed il filosofo-sindaco Massimo Cacciari specie su La 7, la rotta o la deriva (dipende dai punti di vista) politico-ideologica è chiaramente tracciata. Ed i segnali visibilissimi e conclamati giorno dopo giorno, l’ultimo ed il più clamoroso dei quali è stato il responso britannico sulla Brexit.
Il primo riporta domenicalmente statistiche e ragioni dello spostamento “a destra” (per essere generici ma è un po’ scorretto) di gran parte dell’Europa occidentale ma non solo, il secondo ammonisce scocciato i telespettatori: basterebbe aver letto un bignami di storia, non certo un’enciclopedia per rendersi conto della concatenazione di congiunture (epocale spostamento dei popoli, guerre in atto, interminabile crisi economica, esasperato senso di allontanamento e solitudine dalle istituzioni eccetera, eccetera) che sta determinando spinte popolari verso un ritorno ad un’identità meno globale e più nazionale, meno europeista e più nazionalista in netto contrasto col fine, almeno quello sbandierato, delle elites cosiddette riformiste ancora alla guida della maggioranza dei Paesi in questione. E’ solo paura del nuovo che inevitabilmente avanza checché ne temano i neo-bigotti incapaci di affrontare la complessa modernità?
La risposta che solo e sempre la classe politica avanza davanti alle richieste (sia chiaro, alcune decisamente becere) di una crescente fetta dei cittadini che essa stessa amministra, è sempre quella: trattasi di “populismo”. Quando e laddove il fior fiore degli esperti sociologi e politologi invitano chi ha responsabilità di governo a qualsiasi livello di guardarsi di banalizzare e richiudere terminologicamente i problemi della gente, reali o sentiti che siano. Risposta convenzionale, quella di perenne ottusità altrui, che tradisce invero una pervicace volontà di conservazione dello status quo.
Allora, tra le congiunture che rischiano di shakerare in un cocktail che potrebbe risultare indigesto alle forme di democrazia finora conosciute e praticate alle nostre latitudini, è da annoverare la mostrata insipienza (speriamo solo mostrata) di chi dovrebbe indicare soluzioni efficaci per esempio alla crescente forbice socio-economica tre le classi della società che maggiormente anelano ad un cambiamento radicale. Servono leader molto più preparati e molto più motivati (non a caso chi scrive calca la mano, da un po’ di tempo a questa parte, sul doppio binario della cultura generale e dell’etica personale).
Sia consentita infine un’ultima, superficiale quanto si voglia, analisi: la recente elezione americana (nelle cui pieghe non ci addentriamo per confessata inadeguatezza) ha decretato una debacle di certo sondaggismo e certo giornalismo che vanno per la maggiore. Il malpancismo dell’elettore non è più prevedibile e i cittadini si informano ormai perlopiù attraverso canali non convenzionali e, diciamolo pure, per certi versi non meno omologanti dei primi. Nella loro accezione che vorrebbe ogni teoria ed ogni analisi avere lo stesso diritto di cittadinanza perché il medium deve essere in primis libertà assoluta di chi interviene. A dispetto di obiettivi e contenuti.
Questa divinizzazione acritica dei social media e simili si sta ritorcendo contro soprattutto quella classe dirigente progressista che li esalta come totem e che paga pegno da una parte alla massiccia concentrazione dei potere in centri mondiali e finanziari, dall’altra alla rarefazione della formazione dell’opinione pubblica attraverso media non tradizionali e non più o non solo controllati dai primi. Si tratterà prima o poi di aprire una riflessione seria e non pregiudizievole su questi problemi. Qui non si tratta di salti all’indietro ma di analisi impietosa del presente per un futuro migliore della convivenza politica.