L’omaggio a Vittorio Gui, fondatore del Maggio Musicale

Riccardo Muti dirige la Sinfonia n.8, Incompiuta, di Franz Schubert e il Requiem di Luigi Cherubini

Firenze – Il Maggio ricorda i 50 anni dalla morte di Vittorio Gui, il compositore e direttore d’orchestra che ha legato il suo nome alla storia del Teatro e al suo Festival che ne è il veicolo di trasmissione sulla ribalta internazionale. Gui è figura imprescindibile per la cultura musicale del nostro Novecento. A lui si devono in particolare, per quanto riguarda il contributo fiorentino, la fondazione della Stabile Orchestrale nel 1928 e la creazione, cinque anni dopo, nel 1933, del Maggio Musicale.

L’omaggio alla memoria di Vittorio Gui ruota attorno al convegno, “Servire l’arte: una questione morale”, organizzato insieme all’Ateneo fiorentino e alla Fondazione Gioachino Rossini di Pesaro, e trova il suo apice, il suo fiore all’occhiello, nella serata di venerdì 19 dicembre, quando nella Sala Grande del teatro, alla guida dell’orchestra e del coro del Maggio, Riccardo Muti dirige la Sinfonia n.8, Incompiuta, di Franz Schubert e il Requiem di Luigi Cherubini, per il quale il maestro Muti si batte al fine di riportarne le spoglie dal Père Lachaise (il cimitero di Parigi dove attualmente si trovano) alla natia Firenze, nella Basilica di Santa Croce.

Una carriera lunghissima e di assoluto prestigio quella di Vittorio Gui (Roma 1885-Fiesole 1975), protagonista sui palcoscenici più prestigiosi in Italia e in Europa (da Vienna a Londra a Edimburgo, acclamato a Salisburgo e Glyndebourne), che ha regalato a Firenze, al di là della sua manifestazione più prestigiosa, il Festival del Maggio appunto, alcuni memorabili appuntamenti. Un legame segnato da un fitto cartellone sinfonico e da altrettante occasioni operistiche, fra cui spiccano la prima alla Pergola del rossiniano Comte Ory con Giulietta Simionato e Renato Capecchi nel 1952 e l’anno dopo al Comunale la storica Medea di Cherubini con Maria Callas e Fedora Barbieri. Gui moriva il 16 ottobre 1975 nella sua villa fiesolana. A dieci giorni dal suo ultimo concerto, tenuto a Firenze sul podio del vecchio Comunale, con la “sua” orchestra impegnata in pagine di Mozart e Brahms.

La serata si apre con una delle più celebri composizioni firmate da Franz Schubert, ossia la celeberrima Incompiuta, avviata nell’ottobre 1822 la cui scrittura si protrasse per tutto l’autunno. La penultima sinfonia di Schubert deve il suo appellativo al fatto che sia formata dai soli due movimenti iniziali. Nessuna delle ipotesi formulate sulle possibili ragioni che indussero Schubert a non ultimarla, ha fornito una risposta univoca e definitiva. Rimasta inedita, praticamente sconosciuta, l’ottava sinfonia fu eseguita solo quarant’anni dopo la morte del compositore grazie al fortuito ritrovamento della partitura da parte del direttore d’orchestra Johann Herbeck. Sono pagine che riflettono inevitabilmente la drammatica condizione fisica e psichica in cui si trovava Schubert, consapevole del suo stato di salute, affetto da una malattia incurabile. Lo Schubert delle melodie incantevoli e preziosamente poetiche che avevano caratterizzato le sue “creature” sfumava ora in una nuova luce fatta di ombre, più cupa e dolorosa, trafitta dall’angoscia e dalla disperazione. Si pensi al contrasto insanabile nel primo movimento tra la tragicità del tema iniziale e le movenze danzanti di ländler del secondo, o ancora al gioco di chiaroscuri carichi di pathos dell’andante con moto che solcano l’orizzonte armonico di un equilibrio stupefacente, a dispetto della sua incompiutezza. 

Chiude il concerto il Requiem in do minore per coro e orchestra di Cherubini, composto nel 1816. Nato a Firenze nel 1760, Luigi Cherubini visse e operò a lungo a Parigi dove ottenne fama e incarichi prestigiosi. Come questo. Commissionatogli del sovrano Luigi XVIII di Borbone per commemorare l’anniversario della morte di Luigi XVI. L’opera, eseguita nella chiesa parigina di St. Denis il 21 gennaio 1817, fu fin da subito apprezzata per il tono solenne e meditativo che rifugge da ogni intento meramente celebrativo. Un tono che colpì autorevoli uditori, come Berlioz e lo stesso Beethoven che ne lodò la pacatezza e il distacco emotivo. L’organico prevede infatti solo coro (diretto da Lorenzo Fratini) e orchestra senza impiego di voci soliste, una formula che fa sì che tutta l’attenzione si concentri sulla dimensione collettiva della preghiera. Una impalcatura compositiva esaltata da impasti timbrici scuri e eloquentemente sostenuta da una scrittura corale lineare e omofonica che rinuncia al contrappunto in favore dell’intelligibilità della parola. E se nel Dies Irae la descrizione del giudizio universale assume toni più teatrali, ecco che il ritmo si fa incalzante e concitato fino al Lacrymosa, mentre l’Offertorio è solcato da una fuga tanto solenne quanto maestosa col Sanctus che celebra le parole della preghiera accompagnate e punteggiate da un’orchestra sismica in cui spiccano le sonorità infuocate degli ottoni. Infine, le due ultime sezioni, Pie Jesu e Agnus Dei, si distinguono per l’eleganza e la sobrietà della scrittura orchestrale che sostiene un canto sempre attento a cesellare ogni singola parola fino alla fine. Inizio concerto ore 20.

In foto: Vittorio Gui

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