L’Europa nella tempesta, manca anima e timone

Nel libro di Donato Bendicenti un’Unione assediata che deve ritrovare se stessa

Un libro inquieto e inquietante, quello di Donato Bendicenti, corrispondente Rai da Bruxelles, presentato allo Spazio Rosselli. A cominciare dal titolo, “Al centro della tempesta. L’Europa tra ordine mondiale e disordine globale”, che rilancia e rimette sul tavolo una crisi globale fatta di tante crisi, ma in particolare quella dell’Europa, della sua presenza e della capacità di affrontare l’accerchiamento in cui il Vecchio Continente sembra trovarsi, a livello economico, sociale, culturale, anche con il voltafaccia di antichi amici come gli USA nella nuova versione trumpiana. Voltafaccia che in realtà non sembra affatto essere vissuto come tale da tutti i Paesi europei, come dice argutamente l’autore in un passaggio del libro che richiama i dieci piccoli indiani di Agatha Christie; nel senso che l’omicidio è in una stanza chiusa e necessariamente qualcuno dei convitati è l’assassino.

Così, chi è che si presta fra i Paesi dell’UE a essere il cavallo di Troia per l’accettazione di logiche contrarie ai principi da cui è nata l’idea stessa di Unione europea, chi è che è pronto a compiere un terribile auto da fè sacrificando i principi dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza sull’onda di un sentire apocalittico e religioso della cosa pubblica? Ovviamente il riferimento è alla nuova (per il mondo occidentale del Dopoguerra) impronta assolutistica-escatologica che Donald Trump sta imprimendo alla presidenza della repubblica americana, piglio che non si smonta neppure davanti alla sentenza della Corte del commercio internazionale di Manhattan, che ha ordinato lo stop ai dazi imposti dal presidente.

Sentenza che si basa sul principio che l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 (che dà al presidente il potere di regolamentare il commercio durante le emergenze nazionali) non attribuisce alla Casa Bianca di imporre dazi in modo unilaterale su ogni Paese. E soprattutto richiede (da qui, la reazione di lesa maestà del “Donald”) di giustificare le ragioni per cui l’imposizione dei dazi risponda alle “emergenza nazionali”. Un quesito che riverbera sinistramente nelle faccende di casa nostra, di fronte a chi chiede al governo quale diavolo mai siano state le ragioni di necessità e urgenza che hanno indotto il governo italiano a sottrarre l’ormai noto disegno di legge Sicurezza al dibattito parlamentare per tramutarlo in decreto legge ex art. 77 Cost. rendendolo immediatamente esecutivo. Cui bono?

Cosa c’entra tutto ciò? C’entra nel momento n cui, come si legge nel libro di Bendicenti, nasce un problema di Europa intesa come insieme di valori riconosciuti. Perché se L’UE è incarnata dalle sue istituzioni, è la sua base ideale, il motivo della sua nascita e del suo sviluppo a dare ancora un senso, in questi tempi di noncuranza o addirittura di aperta derisione dei diritti lìberal-democratici di ciascun cittadino, alla sua esistenza. E il momento peggiore, quello della verità, è un momento in cui proprio ciò è mancato, la consapevolezza europea di essere ciò che rappresenta, la difesa della dignità dell’essere umano e del suo diritto alla ricerca della felicità: la questione di Gaza. Un buco nero della coscienza occidentale che viene rimarcato da tutti i relatori (la professoressa Federica Bicchi, l’economista Marco Buti e il presidente del Movimento europeo Virgilio Dastoli) ottimamente stimolati dalla conduzione di Cristina Di Domenico.

E forse, è proprio questo abdicare ai propri pilastri, stancamente peraltro ribaditi nelle sedi istituzionali, una delle ragioni della disaffezione dei cittadini degli stati nazionali all’Europa. Senza contare come spiega il presidente della Fondazione Valdo Spini, che è proprio la globalizzazione, che pure ha sottratto milioni di persone al disagio economico, a rendere falsa, stridente la narrazione di chi dice Europa è (sempre ) bello: basti pensare alle vistose ammaccature sociali subite dal lavoro, dalla media e piccola borghesia, che si concretizzano in diritti dei lavoratori sempre più evanescenti, precarietà diffusa, impoverimento, difficoltà persino in settori che sono stati sempre considerati prioritari proprio per la stabilità e la messa in sicurezza delle classi meno abbienti come il diritto alla casa. Una rovina che ha convolto altri diritti essenziali come istruzione e sanità. Senza parlare, ma questo è più un caso italiano, della ricerca e del mondo delle privatizzazioni e delle delocalizzazioni.

Del resto, fra i tentativi di risposta, brillano per l’unanimità condivisa fra i relatori, quelli che riguardano la necessità di riguadagnare fiducia (o credibilità che dir si voglia) presso il popolo virtualmente progressista dell’Europa, attraverso un allargamento della partecipazione. Insomma non più politiche “per” ma politiche “con”. E‘ Marco Buti, economista con ottima esprienza europea, a illustrare la possibilità e la necessità di far entrare i cittadini nel processo precedente alla fase di elaborazione dei provvedimenti.

Altro punto, posto dalla moderatrice Cristina Di Domenico, il problema della leadership. Ma davvero tutto si concentra nella mancanza di un buon leader, come sembrava ad esempio, “Mutter” Angela Merkel? O non è forse proprio questa ricerca del leader la risposta che vuole dare (fallendo, almeno finora) la destra conservatrice e d’attacco di Orbàn, copiata dal tutte le destre europee, alla riscossa nel nome di un “Egemone”? Forse dovremmo ripensare anche il concetto di leader e leadership, che, come suggerisce Spini, “potrebbe essere composta da un team di Paesi”, una squadra, uno staff … qualcosa che non rischi insomma di assecondare la narrazione del “capo” che ci conduce, così di moda in questi tempi.

Ma non tutto è buio. Ad esempio, ricorda Spini, dato per certo che la presente situazione mondiale caratterizzata da guerre e instabilità rende necessaria e obbligata la dimensione europea, “è benvenuto e significativo quanto sta facendo il governo laburista britannico di Keir Starmer per riavvicinare il Regno Unito all’Europa. Non si deve pensare infatti che le forze del socialismo europeo non presentino anche esempi positivi: i risultati economici della Spagna stanno ad attestarlo”.

Dunque, come puntualizza la moderatrice Cristina di Domenico, esiste anche un altro problema che riguarda la comunicazione, o meglio, come offrire concetti nuovi, che stanno prendendo piede nell’evoluzione contemporanea della società e si stanno affermando nella civiltà contemporanea, globalizzata e comunicante per quanto riguarda l’economia sostanzialmente (con tutte le pecche che questa visione monocratica comporta), evitando parole vecchie. Un concetto interessante, che pone anche una sfida complessiva, mondiale, e un interrogativo: come si può compiere una simile traslazione?

Del resto, è ormai inutile elencare i successi che pure, come ricorda la professoressa Federica Bicchi, ci sono stati nel corso dell’Unione Europea, a partire dal campo digitale, ambientale, sanitario…… Successi, senza dubbio, che tuttavia, trascurando le criticità che si sono scaricate in buona parte (o unicamente) sulle fasce sociali più fragili (compresa, lo ripetiamo ancora una volta, la piccola e media borghesia) non sono comunicabili; o meglio, lo sono ma non sollevano in alcun modo le sorti della caduta di credibilità che ha accusato il concetto stesso di Europa. Una sfida, tirando le fila, che non impatta solo sulla comunicazione fra politica e mondo civile, fra Europa e cittadini europei, ma diventa “la” sfida: se l’Europa non ritrova la propria anima il risultato non può essere che il silenzio assordante su Gaza.

Conclude Spini, recuperando e intrecciando sia il profilo economico che quello ideale, mai come adesso così inscindibili: “Bisogna che l’Unione europea da un lato tratti fino in fondo sui dazi Usa e dall’altro lato dia un’accelerata all’integrazione europea e alla diversificazione dei mercati. Non ci si salva da soli ma solo se l’Unione europea diventerà un soggetto della politica internazionale considerato e rispettato”. Recuperando la sua anima, ovvero, tornando credibile. Allora, con ogni probabilità, torneranno anche le parole. Quelle giuste.

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