Lavoro e sfruttamento, Tronti: “La svolta è rendere la conoscenza bene comune”

Firenze – Attualità di Marx, tema particolarmente “sensibile” in questi tempi in cui buona parte del mondo economico e sicuramente ancora più del mondo sociale mette sotto critica il sistema di produzione e distribuzione delle risorse neoliberista. Ci rivolgiamo al noto economista professor Leonello Tronti, per capire i punti in cui il pensiero marxista mantiene la sua validità e dove invece mostra le usure del tempo.

D: Partiamo da uno degli assiomi dell’analisi marxista, quella del rapporto tra valore e lavoro. Perché nelle sue analisi lei considera l’attività finanziaria dell’imprenditore come lavoro e non invece (ad esempio) come fase di preparazione sostanzialmente sganciata dal lavoro tout court? Non si rischia, considerando anche il “lavoro” dell’imprenditore come fattore di creazione di valore, di giustificare l’asimmetria storica dei rapporti fra datore di lavoro e lavoratore?

R: “Il problema non è quello di dare giustificazione (politica?) all’una o all’altra ipotesi teorica, ma di avvicinarsi per quanto possibile alla nuda realtà dei fatti. La tesi che il lavoro del capitalista imprenditore non sia lavoro (essenzialmente perché non comandato da un rapporto esplicito di lavoro), mentre quello del lavoratore lo sia, e per questo solo quest’ultimo produca valore e il primo no, semplicemente non è fondata. Già all’epoca di Marx (e a maggior ragione oggi) il capitalista imprenditore lavorava sotto il comando di una serie di impegni che doveva prendere per condurre la sua attività: con i fornitori, con i clienti, con le banche, con lo Stato, con gli stessi lavoratori ecc. E più ancora, poiché il valore dei beni lo stabilisce il mercato, questo considera non soltanto il bene in sé ma anche tutto ciò che permette al compratore di trovarsi il bene davanti e di poterlo acquistare a quel prezzo; cosa che, come già notava Adam Smith, include ovviamente e inevitabilmente il lavoro del capitalista imprenditore. In altri termini, il lavoro dei lavoratori avrebbe in genere un valore minore se essi non avessero delegato all’impresa i compiti derivanti dalla responsabilità dell’intero ciclo del prodotto, dalla progettazione alla vendita”.

D: E quindi, dobbiamo intendere superata dalla storia l’enunciazione del plusvalore prodotto dai lavoratori, oggetto di appropriazione indebita da parte capitalista?

R: “La considerazione del lavoro del capitalista imprenditore (e, per altri versi, anche del capitalista puro, esclusivamente investitore) come creatore di valore al pari (con molte differenze) del lavoratore, nega che il profitto sia di per sé un furto; ma non fornisce però alcun alibi teorico all’appropriazione di plusvalore prodotto dai lavoratori da parte del capitalista. Questa è presente, anzi è in qualche modo ancora la regola sociale, perché tra il lavoratore e l’imprenditore c’è una strutturale asimmetria di potere negoziale, che si combina a sua volta con un’asimmetria (continuamente crescente) di informazione e di conoscenza. È questa asimmetria a rendere iniquo lo scambio nel mercato del lavoro. Le due parti non hanno la stessa libertà di scegliersi il contraente preferito sulla base delle proprie valutazioni di opportunità. Una parte è pressata dai bisogni legati alla sopravvivenza, l’altra no.

D: Nell’intervento da lei tenuto in occasione dell’incontro all’istituto Stensen sull’attualità di Marx, ha parlato di una visione dualistica del mercato del lavoro. Come opera questa distinzione?

R: “Partirei da una considerazione elementare: ormai molti (seppure non tutti) concordano sul fatto che il lavoro sia una merce, per quanto del tutto particolare. Pochi però hanno esplorato la particolarità e unicità di questa merce. In effetti, poiché il lavoro non esiste al di fuori del suo scambio, di cosa effettivamente si scambi sul mercato del lavoro i due contraenti di un rapporto di lavoro hanno un’idea diversa. In sintesi, nel mercato del lavoro l’impresa cerca “servizi di lavoro”, mentre il lavoratore cerca un “posto di lavoro”, ovvero “servizi di capitale” che valorizzino la sua attività, nella speranza di guadagnare l’accesso a un determinato contesto lavorativo, definito primariamente dalla retribuzione e dai benefici connessi, ottenendo con esso una determinata potenza produttiva, che porta con sé un certo status sociale, una determinata identità e dignità. La comprensione di questo dualismo e della complessità che caratterizzano questo strano mercato rende merito all’altra intuizione fondamentale di Marx, e cioè che il capitale (e quindi specularmente il lavoro nel capitalismo) sono in essenza rapporti sociali, e dunque il capitalismo genera e scambia non solo merci ma anche rapporti sociali”.  

D: Il mercato del lavoro nella contemporaneità è anche “incasellato” in due diversi meccanismi di concorrenza, vale a dire Job competition e wage competition. Potrebbe chiarire le conseguenze che trovarsi in una delle due modalità produce sui lavoratori?

R: “La qualità delle imprese sotto il profilo dei posti di lavoro offerti può essere studiata con riferimento alla compresenza, nel mercato del lavoro, di due diversi meccanismi di concorrenza caratteristici: il tradizionale modello di wage competition e quello di job competition (Thurow, ma anche Antonelli e De Liso). Nel primo le imprese hanno di fronte a sé un’offerta di lavoro essenzialmente omogenea sotto il profilo qualitativo, rispetto alla quale la domanda seleziona gli individui disposti a lavorare per il salario più basso. Nel secondo, invece, si confrontano con un’offerta di lavoro qualitativamente disomogenea, che impone costi di addestramento diversi per ricoprire i posti di lavoro disponibili. In questo caso la selezione avviene sui costi di formazione; e l’accesso al posto di lavoro premia chi, a giudizio dell’impresa, ha bisogno di minori investimenti formativi per occupare i posti vacanti. Non disponendo di informazioni dirette sui costi di formazione dei singoli lavoratori, i posti vengono offerti per primi ai lavoratori con le caratteristiche di retroterra che comportano costi di formazione inferiori. Il titolo di studio e il rendimento scolastico possono risultare buoni predittori delle differenze nei costi di formazione; l’istruzione indica, infatti, le capacità di assorbimento di conoscenze dei candidati e segnala, indirettamente, la disponibilità alla disciplina industriale. Quanto abbiamo detto conferma l’ipotesi avanzata prima: nel mercato del lavoro coesistono due diverse visioni del lavoro, che caratterizzano il punto di vista di chi vende e di chi compra servizi di lavoro – la visione dell’imprenditore –, oppure di chi cerca e di chi offre posti di lavoro – la visione del lavoratore. Il mercato in cui prevale il modello di wage competition, è in prima approssimazione il mercato dei servizi di lavoro, mentre il mercato dove prevale il modello di job competition, si può invece avvicinare al mercato dei posti di lavoro”.

D: Circa l’asimmetria dei poteri contrattuali, la cronaca contemporanea insegna che siamo ben lungi dall’averla, o dal solo sperare, di superarla. Lei pensa che faccia parte del dna del capitalismo, e non sia modificabile?

R: “Abbiamo visto che ciò che cerca l’imprenditore sono servizi di lavoro, che vengono remunerati con benefici retributivi e sociali, mentre ciò che cerca il lavoratore è un posto di lavoro tale da assicurargli una determinata condizione economica e sociale. Condizione che viene assicurata al suo lavoro dai servizi di capitale che l’imprenditore mette a sua disposizione: non solo gli strumenti e la squadra di lavoro ma anche, tornando a Smith, la capacità finanziaria necessaria a pagare lavoro e fornitori, la scelta di un progetto di prodotto e di ciclo produttivo adeguati, la gestione in modo opportuno del processo produttivo, la capacità di portare il prodotto al mercato e di venderlo. Chiarito il quadro, possiamo dunque notare che se l’imprenditore è alla ricerca di servizi di lavoro che remunera con il salario, il lavoratore è alla ricerca di servizi di capitale che valorizzino il suo lavoro e li remunera, non solo con il suo lavoro (cosa che ne farebbe soltanto un venditore di servizi di lavoro), ma anche con il profitto che il suo lavoro consente all’imprenditore di accumulare. È questo aspetto che caratterizza il lavoratore non solo come venditore della sua forza lavoro ma anche come acquirente dei servizi di capitale connessi con il suo posto di lavoro”.

D: Dunque, si potrebbe ritenere che lavoratore e capitalista siano legati indissolubilmente, ingranaggi necessari e paritari della produzione. Ma è di tutta evidenza che così non è.

R: “Ci troviamo di fronte a una complessa relazione economica di “mutua agenzia”: il lavoratore è agente dell’imprenditore quanto all’erogazione di servizi di lavoro, ma a sua volta l’imprenditore è agente del lavoratore quanto alla valorizzazione del suo lavoro attraverso la predisposizione dei necessari servizi di capitale. Siamo pertanto davanti a una condizione di sostanziale reciprocità che, in un regime di parità effettiva dei contraenti, favorirebbe la fiducia e la cooperazione per il miglioramento delle condizioni di entrambi; con evidenti effetti benefici sia sull’impresa che sull’economia nel suo complesso, dato che il salario non è solo un costo per l’impresa ma anche il principale elemento della domanda di beni di consumo. Ciò però non avviene, o avviene con grande difficoltà”.

D: Ma qual è il motivo? Il capitalista è per sua natura “cattivo”?

R: “No, non scherziamo. È ancora Smith a indicarci che il salario è determinato dalla contrattazione tra lavoratori e imprese in un contesto di strutturale asimmetria del potere contrattuale. Ciò per il semplice fatto che, in caso di conflitto, i datori di lavoro possono attendere di giungere a un accordo per un periodo di tempo assai più lungo (mesi, anni) di quanto possano fare i lavoratori (giorni, settimane). I primi dispongono infatti di un capitale di sostentamento del quale i secondi sono privi. È questa strutturale asimmetria di poteri ciò che rende il mercato del lavoro un mercato strutturalmente squilibrato: un mercato essenzialmente “del compratore” di servizi di lavoro, ovvero “del venditore” di posti di lavoro. E richiede pertanto la nascita del diritto del lavoro e del sindacato come argine all’iniquità degli scambi che in esso hanno luogo. Non foss’altro che per determinare una condizione di maggiore parità tra i contraenti e rendere così lo scambio più equo.  L’asimmetria di potere contrattuale era drammaticamente vera ai tempi di Smith, quando le associazioni sindacali erano non solo vietate ma punite con la morte, ma è drammaticamente vera ancora oggi, nonostante lo sviluppo delle associazioni sindacali e dei sistemi di protezione sociale. Quello sviluppo è stato infatti non solo arrestato, ma anche duramente contrastato. Basti pensare a tutte le misure di flessibilizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, oltre che di vera e propria deflazione salariale, che si sono succedute dalla seconda metà degli anni ’70 ad oggi in tutte o quasi le economie occidentali – e più che altrove in Italia. Nei termini di quanto abbiamo visto, queste misure hanno rafforzato la wage competition a scapito della job competition, rafforzando il potere negoziale delle imprese. Con effetti negativi sulla qualità e sulla crescita dell’economia. Ed è proprio la crescente asimmetria di potere contrattuale, nei suoi riflessi culturali e sociali, ciò che continua a impedire al rapporto di lavoro salariato di farsi palese come un caso di mutua agenzia e ostacola, di conseguenza, la considerazione del profitto come remunerazione dell’impresa da parte del lavoro in cambio della capacità di valorizzarne la prestazione lavorativa e rafforzarne la posizione sociale”.

D: Un’asimmetria che oggi si propone anche in altre forme …

R: “Oggi, con lo sviluppo impetuoso dell’economia della conoscenza e della sua appendice finanziaria, all’asimmetria di potere negoziale si è venuta ad aggiungere un’altrettanto profonda asimmetria, di carattere informativo, che regola alcune forme di produzione di valore trasformandole in sfruttamento. Si tratta di ampi segmenti del lavoro in piattaforma, della gig economy organizzata in reti, della raccolta a titolo gratuito, attraverso il web, di informazioni personali dotate di valore economico e di molto altro ancora – attività che sono consentite dal muro di conoscenza cristallizzato nelle piattaforme, negli algoritmi e nella globalità del web, che separa in modo insuperabile chi governa i sistemi e chi ne è governato”.

D: Solo un altro campo di iniquità o forse nuove possibilità da esplorare?

R: “Nonostante l’evidenza di questi fenomeni, non c’è nulla da demonizzare. Lo sviluppo di nuovi modelli organizzativi basati sulla conoscenza e sulle nuove tecnologie offre infatti, nelle configurazioni produttive avanzate, anche interessanti prospettive di riduzione (se non di eliminazione) dell’alienazione produttiva attraverso la diffusione di forme di apprendimento collettivo, rotazione delle mansioni, lavoro in gruppo, suggerimenti dal basso e partecipazione cognitiva dei lavoratori al processo produttivo e organizzativo. Prospettive tali da fare assimilare la conoscenza dei singoli e dell’organizzazione ad un unico bene comune (Hess e Ostrom; ma si veda l’esperienza anticipatrice della Olivetti di Adriano Olivetti): un patrimonio che tutti sono tenuti ad alimentare e a cui tutti hanno diritto di attingere, simile in ciò a un bosco demaniale o a una riserva di pesca. Un certo numero di grandi e medie aziende italiane hanno da tempo avviato percorsi interessanti in questa direzione”.

D: È possibile dunque affermare che la via dei “beni comuni” è ad oggi la prospettiva più efficace per fermare lo sfruttamento?

R:  “Oggi è più che mai necessario lavorare sulla possibilità di trattare ovunque possibile la conoscenza come un bene comune, dando vita a comunità di conoscenza (knowledge communities) sempre più ampie e diffuse nelle imprese, nelle pubbliche amministrazioni, nella politica, nei mercati (segnatamente in quello del lavoro) e nello stesso corpo sociale, al fine di limitare l’asimmetria informativa e quella di potere negoziale, e riducendo con ciò stesso le malattie sociali dello sfruttamento e dell’alienazione, così centrali nel pensiero di Marx e tuttora diffuse nella misura platealmente denunciata dal vertiginoso aumento della disuguaglianza economica. È questo l’impegno che il tempo presente richiede a chi si propone la costruzione di un mondo migliore”.

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