L’attacco diretto dell’Iran a Israele ha rotto un (fragile) status quo

Il rischio di allargare ulteriormente il conflitto, oltre i confini regionali

Hanno atteso che calasse la notte di un sabato qualunque. E poi l’Iran si è scatenato lanciando centinaia di missili e droni su Israele, come rappresaglia all’attacco al consolato di Damasco, con l’uccisione mirata del generale dei pasdaran Razi Moussavi. Teheran (e in coro i suoi alleati) aveva promesso vendetta, così è stato.

Da giorni eravamo con il fiato sospeso in attesa che avvenisse l’escalation, perchè sapevamo benissimo che sarebbe accaduto. Ora che lo “sfogo” c’è stato quale sarà la reazione israeliana? A questa domanda la risposta ai mittenti arriverà consegnata personalmente dall’IDF, “al momento opportuno e al prezzo convenuto” (queste le parole di Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra). In considerazione del fatto che per la prima volta l’esercito sciita dell’ayatollah ha messo da parte la guerra di prossimità (o per procura) e aperto il conflitto diretto contro l’eterno nemico sionista. Il vaso, di quello che era già di per sé un fragile status quo, si è rotto.

Da anni sapevamo che sarebbe successo, in questo Netanyahu è stato profeta. Nel 2015 Bibi, facendo innervosire Obama, si spertica davanti alla platea del congresso statunitense: “I sicari dell’Iran a Gaza, i suoi lacchè in Libano, le sue guardie rivoluzionarie sulle alture del Golan stringono Israele con tre tentacoli di terrore. Sostenuto dall’Iran, Assad sta massacrando i siriani. Dietro all’Iran, le milizie sciite imperversano in Iraq. Coperti dall’Iran, gli Houthi stanno prendendo il controllo dello Yemen, minacciando gli stretti strategici sul Mar Rosso. In aggiunta allo Stretto di Hormuz, ciò darebbe all’Iran un secondo punto di strozzatura sull’approvvigionamento mondiale di petrolio… In Medio Oriente, l’Iran domina oggi quattro capitali arabe, Baghdad, Damasco, Beirut e Sanaa. E se l’aggressione dell’Iran viene lasciata incontrollata, ne seguiranno sicuramente altre”. Infatti, nella lista mancava Gaza, errore di valutazione imperdonabile che il consapevolmente responsabile Netanyahu ha scoperto il 7 ottobre 2023. Giorno della tragedia.

191 giorni dopo, la portata dell’azione che metterà in campo Gerusalemme contro la minaccia iraniana non sarà sicuramente inferiore a quella ricevuta in queste ore. A preoccupare c’è un ulteriore fattore che insiste sulle decisioni che verranno prese, e non è la strategia operativa dell’esercito ma la politica. Quella di un governo dove sono rappresentati i sentimenti dell’estrema destra nazionalista. E dove risuona la voce (e i tweet) di leader bellicisti come il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir: «Difesa impressionante, adesso ci deve essere un attacco schiacciante».

Più lucido il commento del direttore di Times of Israel David Horovitz: «Scrivo queste righe in circostanze surreali, ondate di droni sono state lanciate contro Israele, e la nazione è in attesa di vedere se le sue difese aeree si dimostreranno in grado di intercettare altri – attacchi – nelle prossime ore. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha assicurato agli israeliani, in un breve videomessaggio, che Israele si sta preparando da settimane proprio per una tale eventualità, e che “siamo preparati a qualsiasi scenario” … Israele è stato inconcepibilmente impreparato il 7 ottobre, insistentemente cieco a tutti gli evidenti avvertimenti. Le sue difese di confine si sono dimostrate del tutto inadeguate, e il trambusto dei sistemi di comunicazione causato da Hamas ha profondamente ostacolato la sua risposta iniziale all’invasione. Israele e coloro che ne hanno cura, questa volta, dovrebbero sperare di essere sinceramente “preparati a qualsiasi scenario”».

Dallo scetticismo di Horovitz alla critica nei confronti dei guerrafondai della parlamentare laburista Merav Michaeli: «Non lasciate che si nascondano dietro parole bellicose che ci conducono in una terribile e interminabile guerra regionale. Una guerra del genere è destinata a servire Netanyahu, non lo Stato di Israele. Dobbiamo sfruttare questo momento per giungere ad un accordo regionale che fermi la guerra e riporti a casa i nostri ostaggi». Aver respinto la pioggia di armi iraniane, grazie anche al coinvolgimento di USA, UK e quello non scontato della Giordania, prova l’efficace consistenza del sistema di difesa. E soddisfa, se vogliamo, entrambe le parti: sia Israele che l’Iran. Forse il primo in misura minore rispetto al secondo, ma il distinguo è, a ben vedere, argomento di propaganda. Il bombardamento del suolo iraniano non sarebbe tanto la riprova della forza dello stato ebraico nel contrattaccare gli avversari, che non hanno nessuna possibilità di vittoria, quanto il rischio di allargare ulteriormente il conflitto, oltre i confini regionali, in un frangente assai delicato. Cautela non vuol dire paura. Almeno, non in questo caso. Però, l’importanza logica andrebbe spiegata agli “amici di Bibi”, per il bene di tutti.


Alfredo De Girolamo  Enrico Catassi

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