L’abito…fa il monaco

11-no_fashion_011Non sappiamo bene dove sia cominciato tutto questo. Forse, con i pantaloni jeans un po’ sdruciti, il giubbotto di cuoio e il berretto da scimunito di Marlon Brando ne “Il Selvaggio”: dopo un po’, tutti volevano vestirsi da giovani ribelli. Tutti, i giovani, beninteso. E via che le vendite del jeans e del giubbotto si impennano. Poi, arrivano gli occhialoni da aviatore sul volto di James Dean e di Audrey Hepburn, e da lì dilagano a tutta Hollywood: e le vendite degli occhialoni si impennano. Poi arriva la (brevissima) stagione del punk, e le vendite del chiodo e degli anfibi si impennano: dagli anni ‘50 ad oggi, è tutta una gara a far vedere che in fondo non si sta poi così bene come sembra e che gli altri, quelli inquadrati, sono un attimino messi peggio perché si sa: hanno la pancia piena, ma il cuore vuoto. Prova ne sia che non indossano i jeans, ma i pantaloni con le pences. Per quarant’anni ce li hanno sfrancicati con il mito di Kerouac e della beat generation, con le intolleranze di Bukowski, con le ruvidezze di Bogey e mille altri fino a far passare la vulgata che, sei sei contro, sei meglio. Generazioni di impiegatucci che hanno sognato di essere Jim Morrison perché si stonavano con un paio di canne e un po’ di musica psichedelica e poi di nuovo via, a timbrare il cartellino, senza aver lasciato tutta questa gran traccia, per la verità, né nella società che avrebbero voluta diversa (a parole), né nella memoria di coloro i quali si sono trovati a dover interagire con loro.

Apocalittici e integrati, come avrebbe cantato Eco qualche tempo dopo; certo, lui parlava dei supereroi, ma anche i contestatori con l’eskimo poi arrembanti per occupare le scrivanie e ammuffire là dietro e perculare i capelloni che sarebbero arrivati in seguito mica sono stati da meno, eh. E il bello è che il ‘68 gli ha pure fruttato un bel po’ di lauree con le quali poi trincerarsi meglio e tenere fuori gli altri, che ormai spingevano pure loro per un posticino fisso. Vabbè ma, direte, almeno ce li siamo tolti dalle palle. E invece no. Non hanno fatto in tempo a togliersi dalle palle (sempre tardi, per la verità) che già c’era pronta la successiva ondata, fatta di ragionieri di banca che, per far vedere che loro no, potevano pure piegarsi dietro alla cassa ma poi nella vita giammai gli spallotti alle giacche, li vedevi in giro col mocassino a nappe (irrinunciabile eh) ma col chiodo borchiato, pure un po’ stazzonato. E sotto alle natiche, l’altrettanto irrinunciabile moto Custom col serbatoio a goccia, onore e vanto di tante case motociclistiche che in quegli anni per questi forzati del cartellino 8 – 18 si sono veramente spese in modelli sempre più estetici, sempre più finto selvaggio. Insomma, ribelli, ma con giudizio, il venerdì e il sabato.

Oppure forse il sabato no, che come Gaber insegna c’era da fare sesso. Sciacquoni, sciacquoni. Oggi, ad onor del vero, simili poveri travet della quieta disperazione li rimpiangiamo amaramente. Oh, tornate a noi, timidi impiegati con le bifocali che facevate karaoke sognando di essere Freddy Mercury! Donnine sottomesse con la macchina da cucire in salotto che la sera, spregiudicate, andavate al cineforum a sognare di essere Marilyn Monroe! Quanto non vi abbiamo compreso, quanto vi abbiamo scioccamente sprecati! E cosa daremmo, oggi, per vedervi tornare a noi, in luogo di questa torma di modernità straordinaria autonoma emancipata cyberpunk di ragazzette quindicenni che si spaccano di Jagermeister e di mojitacci loro facendo le linguacce su Instagram? Non lo sapevamo, ma alla fin fine quelle dei tempi andati erano piccole ribellioncine da nulla, robette dilettevoli e basta. Mica come oggi, che tu puoi anche sembrare una che non ha mai fatto niente tranne pittarsi le unghie in vita sua, però i jeans strappati gridano forte al mondo la tua sete di verità, di vita di strada, di sprezzo dei borghesi luoghi comuni. Perché vestirsi di colori quando puoi usare il nero, e solo il nero? Lascia stare che quella moda lì è vecchia come il cucco, in un mondo in cui ancora vanno i maglioncini d’angora pastello presso la gente bene una maglietta attillata nera fa un figurone che nemmeno i Pirati dei Caraibi, e con poca spesa.

Non parliamo dei tatuaggi, un tempo appannaggio di pochi scellerati tipo doganieri fuggiti in Polinesia, estromessi dal carcere o in procinto di entrarci, nobili daiacchi del Borneo, mentre oggi evidenziano come puoi anche sembrare un perfetto signor Nessuno ma con un etnico o giappo o cos’è quel guazzabuglio lì che sembri un plaid che ha stinto sotto sotto covi l’indole e la storia di un vero veterano delle guerre psichiche e ti devono trattare con enorme rispetto, eh. Cioè, prendi un ciccionazzo della Milano da Bere, gli infili un cappellino da suonato in testa, gli anelli al naso e lo tatui, un nome di battaglia evocativo et voilà, è nato un combattente del rap, per dire. Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno è fitto così di gente che si acceca di selfie vestita come reduce da incidenti in motocicletta (ecco che ritorna, eh) con facce bistrate (malissimo) e si vanta del disagio che rappresenta, che quando il disagio diventa una marca di abiti cool (giura!) capisci che stai nuotando vigorosamente verso il fondo. Poi pensi alla gente che il disagio ce l’ha veramente e che se avesse a disposizione la cifra che questi sputtanano in tatuaggi, jeans stracciati, aperitivi, caffè e sigarette potrebbe vivere pure con estrema dignità e magari farsi ogni tanto una vacanzetta a Viserbella, per dire.

L’eroismo della sofferenza postatomica prescrive che tu non sia nessuno se non ti bulli di essere un tipo da peggiori bar di Caracas. Poi magari vai nei peggiori bar di Caracas e sono lì che danno voti agli ospiti di Ballando Con Le Stelle e seguono con attenzione Il Segreto. E il dubbio che alla fin fine oggi il vero ribelle è quello che tutto sommato è disperatamente normale e noioso (e viceversa) bussa alla nostra porta con una certa insistenza.

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