La tramvia fiorentina e l’attraversamento del ponte Giovanni da Verrazzano

Stravolgere un’opera di ingegno riconosciuta significa un oltraggio per la città

di Massimo Gennari*

Firenze – La storia della nuova rete tramviaria fiorentina risale a più di trenta anni fa coinvolgendo sei Amministrazioni comunali. Tuttavia la prima linea, T1, entra in esercizio soltanto nel febbraio 2010. Le scadenze successive non sono meno tardive: la linea T2 si inaugura nel luglio 2018 e la T3 apre i cantieri a gennaio 2025.

Si presume pertanto che la progettazione, e in particolare la progettazione esecutiva, abbiano avuto tutto il tempo di analizzare puntualmente le problematiche dei percorsi previsti e di predisporne adeguatamente le soluzioni costruttive, specialmente per quanto riguarda gli attraversamenti del corso dell’Arno.

Se dunque la linea T1 ha comportato la realizzazione di un nuovo ponte all’altezza del parco delle Cascine, la linea T3 prevede, al contrario, l’utilizzo del ponte Giovanni Da Verrazzano, che si riteneva già strutturalmente verificato in ragione del carico dinamico e della massa totale che dovrà sopportare.

Le polemiche recenti in ordine alla stabilità del manufatto e le notizie di stampa circa un suo consolidamento che implicherebbe la demolizione del sistema di affacci che fiancheggia l’opera hanno richiamato l’attenzione e le rimostranze di vari esponenti della cultura fiorentina, dal Prof. Renzo Manetti dell’Accademia delle Arti del Disegno all’Ordine degli Architetti di Firenze.

In particolare, si è contestata la decisione di rimuovere i percorsi e le terrazze che si proiettano sul fiume, considerati elemento architettonico che trasforma il ponte non solo in elemento di collegamento tra due sponde ma in un luogo di sosta e di affaccio panoramico.

A tutto questo si deve aggiungere che anche dal punto di vista strutturale l’opera è giustamente accreditata come valore culturale e opportunamente tutelata dalla Soprintendenza; un’opera che ha visto il progettista Leonardo Savioli affiancato da due eccellenti strutturisti come il fiorentino Carlo Damerini, allievo di Michelucci, e il romano Vittorio Scalesse.

Si tratta infatti di un ponte a sbalzo (Cantilever), a campata unica di 113 metri, costituito da due spalle fortemente aggettanti in calcestruzzo precompresso e una travatura a cassoni in acciaio, appoggiata sulle estremità delle mensole, delineando un profilo, leggermente centinato, di suggestiva eleganza oltre che di grande perizia tecnica.

Stravolgere un’opera di ingegno già unanimemente riconosciuta come patrimonio della collettività significherebbe sopportare un oltraggio che la città e la cultura architettonica fiorentina non potranno sicuramente accettare.

*Architetto

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